Ringrazio vivamente l’Arcivesco di Trieste, Mons. Crepaldi, per essere con noi in questo Convegno organizzato dalla Sezione Ucid di Trieste su un tema così importante come quello dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro nell’area giuliana. Mons. Crepaldi è da sempre molto vicino alla nostra associazione, come testimoniano gli incontri che abbiamo avuto con Lui sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa e, più recentemente, per la celebrazione della seconda Giornata Wojtyla a Latina sul tema del federalismo, della solidarietà e della sussidiarietà per la coesione economica e sociale del Paese. Un sentito grazie al Presidente Chersi e a tutti i presenti a questo incontro. Porto i saluti e gli auguri di buon lavoro del Presidente Nazionale dell’Ucid, Prof. Ferro, che desiderava molto partecipare a questo Convegno ma che improrogabili impegni lo trattengono questa sera in altro luogo.
1. La nostra epoca è entrata nella società della conoscenza. In essa sono necessari forti investimenti in capitale umano per tradurre in sviluppo le enormi possibilità offerte dal progresso scientifico e tecnico. L’istruzione e la formazione ai diversi livelli svolgono un ruolo fondamentale per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo e assumono pertanto una posizione cruciale la famiglia, la scuola e l’impresa. In questo scenario, la posizione dei giovani è cruciale perché il futuro è nelle loro mani. Mani più o meno legate per la costruzione di un mondo migliore. Siamo nel tema di questo convegno dedicato all’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro nell’area giuliana.
E’ dimostrato che l’investimento in capitale umano nell’età prescolare è quello più importante per la formazione di una persona e svolge pertanto un ruolo strategico la famiglia, dalla cui solidità e capacità di trasmettere valori dipendono il futuro delle giovani generazioni e la costruzione di un mondo migliore che è possibile. La scuola costituisce il secondo anello della nuova società della conoscenza che abbiamo davanti a noi e che deve affrontare forti trasformazioni strutturali per rispondere alle sfide di un nuovo modello di sviluppo. Chiude il nostro anello l’impresa, luogo privilegiato di relazioni umane e di creatività.
Se vogliamo avviare un nuovo modello di sviluppo che sia giusto e solidale e abbia pertanto solide basi per essere sostenibile nel lungo periodo, abbiamo bisogno di più famiglia, più scuola, più impresa. Come afferma Benedetto XVI nell’Enciclica sociale Caritas in Veritate, sono richiesti “profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte” (punto 46). Questa affermazione dell’Enciclica trova nel messaggio di Benedetto XVI, pronunciato in occasione della giornata mondiale della pace di inizio anno, utili indicazioni per progettare il nostro futuro di imprenditori e di dirigenti cristiani. “Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell’iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine”.
2. I più recenti sviluppi del pensiero economico sottolineano l’importanza strategica del capitale umano nello sviluppo dei popoli e nell’insorgere di disuguaglianze tra Paesi e grandi aree economiche mondiali. La produzione di beni materiali genera minori disuguaglianze rispetto alle produzioni immateriali fondate sui saperi e sulla conoscenza verso cui stiamo andando.
Possiamo così constatare che la scienza economica giunge in forte ritardo rispetto a quello che la Dottrina Sociale della Chiesa sostiene da più di cento anni, a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII del 1891: la centralità dell’uomo nei processi di sviluppo con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività.
Gli economisti mettono ora in evidenza che il capitale umano necessita di crescita propria, con cospicui investimenti da realizzare in tempi medio-lunghi.
La nuova teoria economica dello sviluppo ha una visione endogena della crescita (New Growth Theory) e assegna un ruolo fondamentale al capitale umano e al progresso scientifico e tecnico.
Inserendo nelle funzioni di produzione il capitale umano, misurato come una frazione della popolazione della scuola secondaria, si ottengono valori realistici validi nell’80% delle economie.
Risulta che il fattore principale della crescita nel periodo preso in esame (1965- 1990) è rappresentato dall’intensità di capitale nei Paesi ricchi e dal cambiamento dell’efficienza nei Paesi poveri.
Quest’ultimo risultato appare coerente con il pensiero degli economisti che affermano che alla base dei processi di sviluppo figurano la cultura e le istituzioni; le risorse vengono in terza posizione.
La mancanza di solide istituzioni e l’incapacità di farle funzionare sono spesso alla base dei fenomeni del sottosviluppo .
Paul Romer ha prodotto una dimostrazione teorica (1990) del perché il capitale umano debba entrare in un modello teorico di crescita
Secondo Romer, alla base del progresso tecnico troviamo la conoscenza che non soffre dei problemi dei rendimenti di scala decrescenti. Ma la conoscenza costa, in relazione all’allocazione delle persone per produrre idee e per produrre beni presenti. L’accumulazione di conoscenza dell’impresa dipende dall’investimento in ricerca e sviluppo, che corrisponde al volume di risorse non destinate alla produzione, e dallo stock di conoscenza accumulata in passato.
Un recente lavoro di Kumar e Russell su tecnologia e intensità di capitale consente alcune ulteriori considerazioni al riguardo.
Kumar e Russell presentano l’evidenza empirica relativa a 57 Paesi con diverso output per addetto nel 1965 e nel 1990.
Kumar e Russell affermano che il progresso tecnico non è neutrale e che la crescita nella sua manifestazione dualistica tra Paesi ricchi e Paesi poveri è trainata dall’intensità relativa di capitale.
Il tema trattato da Kumar e Russell ci porta naturalmente a quello del digital divide e quindi ai fattori che determinano un fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.
Il gap digitale è certamente importante, ma non figura al primo posto.
Al primo posto figurano la disparità della formazione del capitale umano e quello delle istituzioni.
Solo se vengono colmati o ridotti questi due fossati è possibile cogliere le possibilità in termini di sviluppo offerte dal progresso tecnico e, in particolare, dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Il ruolo del progresso tecnico nella ripresa dello sviluppo americano viene messo in particolare evidenza da Jorgenson con riferimento all’enorme sviluppo e alla diffusione dei semiconduttori.
La tecnologia abbassa in modo radicale i costi unitari di produzione e quindi i prezzi nei mercati concorrenziali, determinando processi di sostituzione tra i fattori di produzione.
Negli ultimi anni, quindi, l’attenzione degli economisti si è sempre più spostata, fra le molte componenti che influenzano lo sviluppo, sulla particolare influenza che ha la quota di investimenti, e ancor più la qualità e tipologia di questi, effettuate dalle aziende, ma ancor più dall’intera collettività, sulla risorsa che appare sempre più strategica : il capitale umano.
Studi ulteriori, raffinano sempre meglio questo concetto: Benhabib-Spiegel (1994) dimostrano che consolidare lo stock di capitale umano è cruciale per evitare la trappola della povertà.
La nostra equazione è pertanto in sintesi la seguente: maggiore istruzione e formazione per avere maggiore sviluppo.
E’ interessante rilevare che questo tipo di nuovo approccio da’ risultati sia mettendo a confronto le economie dei paesi ricchi con quelli dei paesi in via di sviluppo e sottosviluppati, dimostrando che un basso capitale umano fa aumentare in modo asintotico le differenze (Howitt-Mayer-Foulkes) (2004) ma anche mettendo a confronto gli Stati Uniti con l’Europa nel suo complesso.
La ricerca analizza il periodo di maggior accelerazione tecnologica conosciuto dagli USA, rispetto all’Europa, negli anni 90 e lo correla alla tipologia e qualità dell’investimento effettuato dai governi nelle rispettive situazioni.
Negli Stati Uniti il rapporto fra sussidi a istruzione generale (scuola superiore non professionale + università) e sussidi a scuole professionali è di 2,5, mentre nei paesi europei il rapporto si pone intorno ad 1.
Kruegen e Kumar attribuiscono quindi il differenziale di crescita USA per il 75% alla politica dell’istruzione e per il 25% agli altri fattori.
In pratica sostengono che per favorire i cambiamenti tecnologici è preferibile privilegiare l’istruzione generale, dove si impara ad imparare, che la scuola professionale dove si impara a fare.
Un interessante approfondimento di Hanusheek-Kimko sottolinea anche la correlazione positiva fra “qualità dell’istruzione” (misurata attraverso test internazionali in matematica e scienze) e la crescita economica.
Il che porta naturalmente a parlare della politica dell’istruzione dei governi, delle motivazioni degli insegnanti e degli studenti, il loro contesto sociale ed, in ultima analisi , del sistema di valori ed informazioni ricevuto nel luogo formativo per eccellenza: la famiglia.
Studi empirici dimostrano infatti che l’insieme di attitudini che si rileva in un giovane di 18 anni è già presente all’età di 5 anni.
Come abbiamo visto, solo di recente gli economisti hanno inserito formalmente nei loro modelli il capitale umano, dando origine alla Nuova Teoria della Crescita.
Ma della natura e della funzione delle spese per l’istruzione e la formazione gli economisti parlano da molto tempo, fin dai classici. Pensiamo a J. S. Mill per arrivare ad A. Marshall che afferma che “Il più prezioso di tutti i capitali è quello investito negli esseri umani”. Il nostro Marco Fanno nei Principi di Scienza Economica del 1951 fornisce una definizione molto incisiva delle spese per l’istruzione:”Il risparmio si tramuta in capitale, oltre che mediante la produzione o trasformazione di beni materiali, mediante l’educazione e l’istruzione delle giovani generazioni. Le spese che si sostengono per l’educazione fisica, intellettuale, spirituale dei propri figli, più che spese vere e proprie, rappresentano risparmio volontario destinato a trasformarsi in capitale… cioè ad aumentare o migliorare quella particolare categoria di capitali che è il capitale personale”. Contributi stimolanti sull’analisi dell’istruzione come capitale sono contenuti in un contributo di A. Marzano del 1961.
3. Si presentano ora alcune considerazioni sull’ultima ricerca commissionata dalla Sezione Ucid di Trieste sull’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro nell’area giuliana.
Sul piano metodologico, è importante sottolineare che l’ultimo campione utilizzato per l’indagine è stato irrobustito sul lato delle imprese di servizi. Le imprese di servizi soffrono meno della crisi produttiva ed occupazionale rispetto a quelle dell’industria in senso stretto. E’ una conferma importante perché mostra la direzione verso cui dobbiamo andare: una crescente terziarizzazione della nostra economia. Tra i servizi, è importante sottolineare quelli alla produzione che presentano un’alta intensità tecnologica e quindi la necessità di un capitale umano formato ai più alti livelli.
La ricerca mette poi in evidenza che la crisi colpisce sul piano occupazionale particolarmente il lavoro a tempo determinato e coloro che hanno contratti di lavoro atipici. Si tratta in questi casi soprattutto di giovani.
Altro elemento degno di nota è la significativa crescita della quota di imprese che prevedono di assumere laureati. Si sottolinea in particolare la differenza tra l’elevata domanda di laureati in possesso di laurea specialistica rispetto ai livelli più contenuti di laureati in possesso di laurea breve.
Questi risultati a livello locale dell’area giuliana appaiono coerenti con quelli a livello generale ottenuti dall’Ucid nazionale in occasione della ricerca su microfinanza e giovani imprenditori nei settori della conoscenza presentata nel 2007. Da tale ricerca risultano innanzi tutto a livello nazionale due forti correlazioni positive: la prima tra la qualità del percorso universitario scelto, partendo dalle facoltà scientifiche e passando a quelle intermedie e alle facoltà umanistiche, e l’inserimento dei giovani laureati nel mondo del lavoro; la seconda tra la qualità delle sedi universitarie scelte e l’inserimento dei giovani laureati nel mondo del lavoro. Questa seconda relazione presenta delle discontinuità scendendo da Nord a Sud, con percentuali sopra la linea di tendenza per sedi universitarie del Sud che mostrano ottimi livelli di eccellenza delle loro facoltà, soprattutto scientifiche, che si accompagnano non di rado a distretti industriali ad elevata tecnologia presenti sul territorio.
Un altro risultato che si ritiene utile ricordare riguarda l’inserimento nel mondo del lavoro dei laureati del Sud, soprattutto in facoltà scientifiche. Il 30% dei giovani trova lavoro nella Regione in cui si sono laureati, il 60% trova lavoro al Nord e il 10% all’estero. Il Sud si priva in questo modo delle risorse migliori per il suo sviluppo, dopo avere fortemente investito per la formazione ai più alti livelli nelle giovani generazioni.
La crisi, come sottolinea Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, è un un’occasione per riprogettare il nostro modello di sviluppo su basi nuove. Dobbiamo puntare non solo sullo sviluppo delle imprese esistenti ma soprattutto sulla creazione di nuove imprese, puntando anche sui settori della conoscenza in cui si devono cimentare i giovani formati ai più livelli di istruzione.
Nel nostro Paese esiste un’alta propensione all’imprenditorialità e quindi alla creatività. Abbiamo circa 5 milioni di imprese, comprese quelle agricole, e il rapporto con la popolazione è uno dei più alti a livello europeo. E’ un mondo fatto in stragrande maggioranza di piccole imprese e di imprese artigiane. Queste propensioni affondano le proprie radici nella nostra cultura, nella nostra storia e nel pensiero cristiano che ci ha forgiati.
Dobbiamo fondare il nostro futuro più sul lavoro come imprenditori che sul lavoro dipendente. Per questo, la politica fiscale deve fare la sua parte, nello spirito di sussidiarietà di cui parla la Caritas in Veritate di Bendetto XVI.
Il nostro deve essere un modello di piccole imprese e di grandi reti, sfruttando al massimo le enormi potenzialità delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che abbattono gli svantaggi della piccola dimensione nello scenario della globalizzazione e della crescente concorrenza. Qui i giovani formati ai più livelli di istruzione devono trovare la loro strada per manifestare la loro creatività imprenditoriale per un nuovo modello di sviluppo.
Solo qualche dato per corroborare queste opportunità che i giovani hanno davanti a loro. Nel nostro Paese è previsto che il mercato delle tecnologie informatiche porterà alla creazione di circa mille nuove società e di 31 mila nuovi posti di lavoro tra la fine del 2009 e la fine del 2013. La maggior parte delle nuove imprese sarà di piccole dimensioni e le posizioni di lavoro saranno altamente specializzate e di elevata qualità.
4. La forte tensione teologica dell’enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, esalta i valori dell’iniziativa e della creatività umana nei rapporti dell’uomo con Dio Creatore. L’uomo senza Dio non sa dove andare e non sa nemmeno chi egli sia. L’uomo in dialogo con Dio continua l’opera del Creatore, rispondendo in modo positivo alla vocazione allo sviluppo di cui parla l’Enciclica per la costruzione del bene comune, coniugando i valori della solidarietà e della sussidiarietà.
Un compito fondamentale nell’assicurare lo sviluppo per la costruzione del bene comune spetta agli imprenditori e, in primis, agli imprenditori cristiani. Questo ruolo è particolarmente sottolineato da Giovanni Paolo II nell’enciclica sociale Centesimus annus quando parla, più che di economia capitalistica (definizione che non ritiene appropriata), di economia d’impresa. Messaggio che viene ripreso e sviluppato da Benedetto XVI nel discorso per la pace dell’inizio di questo anno: “Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell’iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine” . Su questa linea troviamo il recente volume ( Laterza 2009) sulla “sfida educativa”, a cura del Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana: “Una scuola che non coltiva nei giovani il senso dell’intrapresa economica non aiuta lo sviluppo”.
Il mondo dell’istruzione e della formazione continua sta affrontando una vera e propria rivoluzione, grazie alle possibilità offerte da internet. Il processo è molto più avanzato negli Stati Uniti che in Europa, ma la formazione a distanza (distance learning) crescerà nei prossimi anni a ritmi più elevati nel vecchio continente. L’investimento in formazione del capitale umano deve crescere in Europa e soprattutto in Italia, per poter coniugare in modo positivo le possibilità offerte dalle nuove tecnologie con lo sviluppo.
Termino con un cenno alla recente esperienza francese per sostenere con la leva del fisco la nascita di nuove imprese da parte di attori che sono usciti dal mercato ma che possiedono un grande patrimonio di creatività che non deve essere sprecato per dare avvio ad un nuovo modello di sviluppo che deve favorire l’inclusione sociale. Un nuovo modello di sviluppo fondato non solo sulla crescita delle imprese esistenti ma soprattutto sulla nascita di nuove imprese, con particolare riguardo ai settori della conoscenza. Per questo non è necessario andare lontano, ma osservare con attenzione quello che stanno facendo Paesi a noi vicini come la Francia. Questo Paese ha di recente adottato un provvedimento che incentiva fortemente sul piano fiscale la nascita di nuove piccole imprese da parte dei pensionati, delle donne che vogliono diventare imprenditrici, dei disoccupati soprattutto giovani. Il limite di fatturato delle nuove imprese per avere le agevolazioni fiscali è di circa 30 mila euro all’anno. Le agevolazioni fiscali consistono in una specie di cedolare secca del 21% sul fatturato, a copertura di tutte le imposte dirette e indirette. Un provvedimento del genere sarebbe molto utile anche nel nostro Paese, che potrebbe valorizzare insieme la grande esperienza e professionalità dei pensionati (senior partner), che verrebbero visti non come un peso ma come una risorsa, e l’entusiasmo e la creatività dei giovani per fare impresa. Accanto agli incentivi fiscali occorrono anche interventi adeguati da parte del sistema finanziario (seed capital, business angels, start up, spin off, ecc.) e sul piano della semplificazione amministrativa. Sarebbe un bellissimo esempio di solidarietà intergenerazionale per un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sussidiarietà fiscale di cui parla la Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

