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"Quali passi per una democrazia Economica"

Tratto da Avvenire di giovedì 26 novembre 2009 – Angelo Ferro Presidente Nazionale UCID.
Su Agorà di domenica scorsa, unampio spazio giustamente  èdedicato alle riflessioni diGiovanni Bazoli circa ilsuperamento della suppostaneutralità dell’economia. Concordo-  ed ora non ci sono più dubbiconsiderati i disastri di questa crisi -sull’affermazione che  «l’economiaha indubbiamente come fineprimario quello della creazionedella ricchezza e del miglioramentodelle condizioni di vita degli uomini,ma deve anche farsi carico delleragioni dell’equità edell’eguaglianza». Il sistemacapitalistico che ha dominato lascena degli ultimi decenni, hainvece perseguito una dicotomia tral’economico, guidato solodall’efficienza, rispetto al sociale, innetta contrapposizione con ilprincipio dell’integrità dellapersona. Una dissociazione darifiutare o meglio oltrepassareperché la realizzazionedell’interesse particolare (personaleo aziendale che sia) va coniugatacon quella dell’interesse generale:ma come realizzare questofondamento della democraziaeconomica? Ricorrendo a regole enorme? Certo è utile l’imperativodella carta costituzionale circa ilcollegamento tra i diritti di iniziativae i doveri di solidarietà. Ma ridurrecon nuove regolamentazioni glispazi di libertà dell’agire economicopotrebbe diventare restrittivo dellepossibilità di sviluppo, nél’introduzione di normativeuniversalmente cogenti in unasituazione tanto differenziata traPaesi, troverebbe applicazioneunanime, per cui questa soluzionepresenta limiti sia teorici che pratici.Ma il problema resta, incombe: è ilRubicone da attraversare secondo lafelice immagine di Bazoli.Soprattutto per noi credenti che sulcampo del lavoro, dell’impresa,dell’economia avvertiamo laresponsabilità di comportamenticoerenti al messaggio evangelico.Come recita la “Caritas in veritate”,«senza forme interne di solidarietà efiducia reciproca il mercato non puòpienamente espletare la propriafunzione economica. Ma per questonon è lo strumento mercato a doveressere chiamato in causa mal’uomo, la sua coscienza morale, lasua responsabilità personale esociale». Per il benessere duraturodell’impresa non posso guardaresolo all’immediato, preso daingordigia vorace. Per generareprofitto nel rispetto del Benecomune, non posso avereun’angolazione limitata a ciò chevedo e tocco, propria dell’egoismocinico. Per impiegare il guadagnoottenuto a vantaggio del Benecomune, non posso esserealimentato da un tornacontismoavaro. Per armonizzare creazione diprofitto con interesse generale nonposso restare indolente, distaccatodai mali della società. Generosità;disponibilità; sobrietà, fortezzaimplementano la staturadell’imprenditore e del dirigente chetali sono, non tanto per unacompetenza specifica, quanto per laqualità sistemica del loro agire:mettono insieme risorse, processi,fattori per far meglio quello che c’ègià, per inventare qualcosa che nonc’è in grado di soddisfare bisognilatenti. È questa capacità sistemicarafforzata, da processi formativivaloriali, a indirizzare il senso dellamissione a servizio della propriaazienda e contestualmente aservizio della comunità umana.Annotava Keynes nel 1933: «Ilcapitalismo decadente,internazionale ma individualistico,nelle cui mani ci siamo trovati dopola guerra, non è un successo. Non èintelligente, non è bello, non égiusto, non è virtuoso e nonmantiene quello che ha promesso.In breve non ci piace e stiamo anzicominciando a disprezzarlo. Maquando ci domandiamo che cosadobbiamo mettere al suo posto,siamo estremamente perplessi».Oggi questa perplessità è rimossadalla capacità di andare oltre,sviluppando il massimo di libertà edi coscienza nell’intraprendere e nellavorare: ecco il contributo per unaefficace democrazia economica.

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