don Giuseppe ricorda Dante Toffano
Carissimo Dante,
non molto tempo fa abbiamo celebrato con Teresa, i figli, i fratelli, i nipoti, gli amici più intimi, i sessant’anni di matrimonio e i novant’anni tuoi e della sposa carissima. E sono grato a te, a Teresa a tutta la famiglia tua… per la sintonia che da tanti anni ci ha portato a camminare e celebrare assieme.
Ci siamo conosciuti ancora nel 1978 proprio nella pastorale del lavoro, nella professione, quindi; una professione commerciale che dentro e fuori l’Azienda di cui eri contitolare, desideravi fosse testimonianza cristiana sia nella conduzione, sia nei rapporti con i soci e tra i membri, responsabili, dipendenti, collaboratori, o in qualche maniera coinvolti. E mi ripetevi: “Per me, prima di tutto le persone”. La tua spontaneità non faticava a mettersi in relazione con tutti.
Ma c’era un oltre che hai gradualmente e profondamente maturato attraverso la parrocchia, l’Azione Cattolica, attraverso l’incontro con Padre Pio, le Acli, l’UCID cioè, l’Unione Cristiana Imprenditori, Dirigenti e Professionisti; attraverso innumerevoli altri contatti! Un oltre che partiva dalle radici cristiane della tua Famiglia, da Ca Bianca, a Chioggia, a Piove di Sacco nel 1926, a Pontelongo nel 1940, a cui eri profondamente affezionato.
Questo oltre era Dio. Un Dio che ti faceva qualche volta paura, ma non troppa; un Dio che – me lo ripetevi – “ti ha aiutato e benedetto tanto”; economicamente, con intuizioni felici, prospere oltre le aspettative; umanamente, dandoti una sposa che tanto hai amato e tanto ti ha amato e dei figli nei quali hai desiderato riversare il meglio di te stesso assieme a lei, con le attese, le gioie e le trepidazioni che ogni genitore incontra nell’educarli e che di tanto in tanto mi confidavi.
Un giorno mi dicesti: “Dai miei figli non desidero se non che abbiano il mio cuore”. Ti guardai: “Per amare Dio e il Prossimo, come fai tu?” E tu, con quello sguardo scrutatore che ti era consueto, quasi ripercorrendo in un lampo la tua storia dall’adolescenza alla sua maturità, precisasti con forza: “Non quanto me, ma più ancora. Vorrei che fossero la nostra continuazione quadruplicata, senza i limiti nostri. Questa è l’eredità più grande che vorrei lasciare loro”.
Altre volte mi dicevi: “Sbagliare si può, specialmente da giovani, pentirsi si deve, a risalire ci si impegna nel Signore e a base di Rosari. Don Giuseppe, ti posso dire che il Signore e la sua Chiesa (dalla Parrocchia, al parroco, alle suore di clausura, o d’altro, alla Gerarchia, alle Associazioni cattoliche, ai Cavalieri del Santo sepolcro agli amici), e anche la Madonna, e Padre Pio e S. Francesco e le Missioni mi circolano nelle vene come il sangue”. Non posso trascurarle neppure economicamente”. Dal Brasile, all’Italia, a Roma, al Piemonte, al Veneto, alla parrocchia di Cristo Re.
Conosco ben io la tua generosità, solo guardando il dono in Roma della Sede internazionale, dell’Unione Apostolica del Clero; una associazione diffusa sui cinque Continenti che, in questo momento di addio, il Presidente mio successore mi ha incaricato di rappresentare esprimendo le sue condoglianze e l’immensa sua gratitudine.
La fede tua, Dante, t’ha portato a vedere sempre più nelle persone e negli avvenimenti, nella natura, sia ai monti che al mare, il positivo; quante volte ripetevi i due aggettivi: bello, buono; e le due frasi: grazie, ti voglio bene: anche alle persone che t’hanno accudito con amore in questi anni e fino all’ultimo istante, alle quali pure tutta la famiglia Toffano ripete ora il suo “grazie”.
Hai dato fiducia perfino a chi poi non l’avrebbe altrettanto corrisposta; e scusavi e lasciavi perdere o tacevi soffrendo, pur di salvare il rapporto umano.
Una volta, quando capisti che uno non ti avrebbe restituito un prestito, mi dicesti sospirando: “Non è corretto, no; ma voglio dire come Giobbe: “Dio mi ha dato, Dio mi ha tolto, sia benedetto il nome del Signore. Il parroco mi ha detto che quella perdita la ritroverò come “investimento in Paradiso in azioni ad alto interesse”. E aggiungesti: “La Bibbia dice che la carità copre la moltitudine dei peccati; ma a una certa età non riesci più a fare neanche quelli.. E pensavi all’eternità, specialmente in certi momenti prolungati di malattia, che non sono mancati, o quando morivano gli amici più cari. E pregavi tanto, il Rosario specialmente, con Teresa. Accettando le prove senza lamenti.
Da giovani si riesce a dire le parole di Gesù: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”. Da anziani un po’ meno. E ci si interroga sul perché del dolore umano e cosmico; perché Dio abbia permesso il dolore all’uomo e ad altre creature, se ne è il Creatore perfettissimo.
La minoranza creativa che un membro dell’UCID si sente d’essere, si pone più che altri questo interrogativo che, d’altra parte, ognuno si pone, da sempre e ovunque. E come cristiani ci domandiamo, perché Dio abbia accettato di divenire anche uomo, fino a morire su una croce, ucciso dagli uomini stessi che Lui ha detto d’essere venuto a recuperare nella prospettiva d’una felicità eterna con Lui… che vedremo “faccia a faccia” non da estranei, non da semplici creature, ma da figli da Lui adottati.
In questa prospettiva Gesù aveva detto: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. Troverete l vostra identità di piccoli, piccoli di fronte a me, e di eterni bambini da correggere continuamente quando vi confrontate tra voi. Dei piccoli è il Regno di Dio. Sono queste le Beatitudini proposte da Gesù del miti, del povero nello spirito, del puro di cuore ossia nelle intenzioni profonde.
Era questa sincerità del cuore, questo distacco dalle cose e contemporaneamente questa presenza negli eventi, che sempre mi ha colpito in te, Dante, fin dal 1978 quando ci siamo conosciuti per rifondare a Padova e nel Veneto l’UCID, diffondendola con ogni mezzo, fino ad arrivare a risonanze nazionali. E dell’UCID si vedono qui presenti i frutti. In questi anni, la Dirigenza nazionale UCID è veneta, per non dire Padovana.
Una laurea Honoris causa Dante la meritasti più ancora che in economia e commercio nel cammino di fede e di altruismo che ci hai insegnato, da professore genuino; con una semplicità e una sobrietà di vita e di linguaggio da sentire come estremamente appropriato il Vangelo che i figli hanno voluto scegliere.
E’ un brano tratto da S. Matteo (11,25-30). Nel contesto delle città che andavano orgogliose per la loro grandezza, come Cafarnao, Corazim, che poi erano cittadine insignificanti quanto noi qui, oggi, Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste le verità divine ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”.
E’ da questa semplicità che sgorgò il tuo senso di compassione, Dante, verso i bisognosi.
Se “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” vogliamo pur dire che anche noi possiamo lasciarci condurre dallo Spirito Santo verso questa apertura alla piccolezza. Piccoli di fronte all’immensità di Dio Trinità, di fronte alla sua Creazione, ai miliardi di persone che lo hanno accolto e ne hanno vissuto le proposte. Le persone più felici, anche nella sofferenza fisica, psichica, morale, sono quelle immerse in Dio che dà loro il senso primo ed ultimo di sé e delle loro cose. “Così è piaciuto a te, Padre”…
Gesù faticò a lungo per far capire questa logica divina agli stessi Apostoli, da lui prescelti per fondare la sua Chiesa consegnando a Pietro le chiavi stesse del Regno. “Le porte degli inferi non prevarranno contro di voi”, ma voi consideratevi sempre piccoli. Voi, cristiani! Inferiori al progetto che vi affido, anche se voi, appunto come “altri cristo”, “siete stati scelti prima della creazione del mondo ad essere santi e immacolati” per diventare una rivelazione di Dio Trinità, del suo modo di far famiglia da sempre e per sempre insieme.
Noi cristiani siamo “umanità aggiunte all’umanità del Verbo”, Gesù. E viviamo per questa missione, non distinguendoci in niente dagli altri se non nella voglia di essere “imitatori di Cristo”, come S. Paolo, come i Santi di “casa Toffano”. Non posso non ricordare il Santo Vescovo di Città di Castello.
Solo in questo contesto “Il Signore è il mio pastore, su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce”, “il mio Calice trabocca”, “felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni. E per te, Dante, lo fu fino all’ultima Messa in parrocchia quando volesti ancora inginocchiarti come tutti e ringraziare Dio per i tanti doni ricevuti.
In questo momento ci domandiamo, che cosa manchi a te, Dante, e a tutti i nostri cari già arrivati alla “nuova Gerusalemme”, “alla dimora di Dio con gli uomini, pronta come una sposa adorna per il suo sposo, dove egli stesso terge ogni lacrima”v anche quelle dell’agonia così straziante per chi ci assiste.
“Scrivi – dice Dio a S. Giovanni – Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e il termine di tutti. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua dalla Fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni. Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio”. Sentirsi chiamare “figlio” da Dio stesso!
Questa è la rivelazione conclusiva che Dio ci ha dato, questa è l’Apocalisse, che non vuol dire catastrofe finale ma catarsi finale, riscatto pieno dell’uomo fatto dalla misericordia divina più che dalle sue povere forze. Questo è quanto tu, Dante, già vedi, oltre ogni bellezza terrena.
Non mi resta che concludere con una poesia, che tu Dante, quando te la recitai per la prima volta, circa dieci anni fa, mi lasciasti capire avresti gradito risentire in questi momenti. E vorrebbe essere una sintesi del cammino di ognuno di noi e insieme un umile augurio sussurrato da Dante stesso che ci è presente:
La vita è uno spartito senza note;
ne scrivi alcune e già ti trovi al termine
senza più fiato
per riprovarne il canto
senza più udito
per rigustarne l’eco.
Quaggiù la vita
resta pur sempre un’opera incompiuta
un inno inevidente
o zoppicato
un inno impoverito dal peccato…
e solo un giorno nella sinfonia
dell’Essere trascenderà i suoi limiti
in risonanze ed in tonalità
ancora inconcepibili dall’uomo.
Quel Dio che ti rigenera ogni giorno
riempirà di note tutte sue
i vuoti che hai lasciato nel cammino…
Le troverai lassù
nel tuo spartito
cantate dall’intera umanità…
Allora finalmente esploderà
nell’armonia di un’agapé infinita
il coro dei frammenti ricomposti
e riconoscerai che pure tu
sei stato sulla terra per alcuni
la voce inconfondibile d’un canto
riscritto dalla sua misericordia…
Quel canto sembra smorto finché vivi
riecheggerà più vivo quando muori…

