{"id":85,"date":"2020-06-04T14:52:02","date_gmt":"2020-06-04T12:52:02","guid":{"rendered":"http:\/\/ucid.it\/gruppoemiliaromagna\/?p=85"},"modified":"2020-06-04T14:58:39","modified_gmt":"2020-06-04T12:58:39","slug":"delle-strategie-di-uscita-dalla-pandemia-da-covid-19","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ucid.it\/gruppoemiliaromagna\/2020\/06\/04\/delle-strategie-di-uscita-dalla-pandemia-da-covid-19\/","title":{"rendered":"DELLE STRATEGIE DI USCITA DALLA PANDEMIA DA COVID-19"},"content":{"rendered":"<p><u><a href=\"http:\/\/ucid.it\/gruppoemiliaromagna\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2020\/06\/download-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-90\" src=\"http:\/\/ucid.it\/gruppoemiliaromagna\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2020\/06\/download-2-300x214.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"214\" srcset=\"https:\/\/ucid.it\/gruppoemiliaromagna\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2020\/06\/download-2-300x214.jpg 300w, https:\/\/ucid.it\/gruppoemiliaromagna\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2020\/06\/download-2.jpg 700w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/u><\/p>\n<ol>\n<li><u>Introduzione<\/u><\/li>\n<\/ol>\n<p>Al giorno delle lauree (2005) al Kenyon College in Ohio (USA) lo scrittore David Foster Wallace raccont\u00f2 questa storiella. \u201cDue giovani pesciolini incrociano un pesce pi\u00f9 grande che va in direzione opposta. Questi, distrattamente, chiede loro: Salve ragazzi, com\u2019\u00e8 l\u2019acqua oggi? I due non capiscono e proseguono. Ad un certo punto uno dei due dice all\u2019altro: ma cosa \u00e8 l\u2019acqua? \u201c. Troppo spesso le realt\u00e0 pi\u00f9 essenziali e serie attorno a noi pur vedendole non le riconosciamo e cos\u00ec non riusciamo a comprenderle, ad afferrarle. \u00c8 questo il caso di quanto \u00e8 accaduto, nel nostro come in altri paesi, con la pandemia che ci sta perseguitando dal 21 febbraio scorso. Il SARS-Cov-2 \u00e8 tuttora un grande sconosciuto. Sappiamo dove \u00e8 nato (Wuhan, Cina), ma non conosciamo come si \u00e8 sviluppato, n\u00e9 quanto durer\u00e0 l\u2019epidemia, n\u00e9 se il virus si autolimiter\u00e0 o meno. Soprattutto, non sappiamo se la flessione dei contagi sia da ascrivere alle misure di restrizione adottate o se altri fattori possano avere giocato favorevolmente (diminuzione dell\u2019inquinamento da particolato atmosferico, altitudine dei territori o altro ancora).<\/p>\n<p>Invece, delle gravi conseguenze di natura sanitaria, economica e sociale, di questa terribile crisi sappiamo ormai quasi tutto. Non mette dunque conto di insistere sulla narrazione di episodi, dati statistici, testimonianze, gi\u00e0 ampiamente disponibili in letteratura e sui media. Preferisco piuttosto fissare l\u2019attenzione sui modi di uscita dalla situazione presente con l\u2019intento di suggerire possibili linee di azione. La tesi che difendo \u00e8 che questa pandemia \u2013 che gi\u00e0 sappiamo non essere l\u2019ultima \u2013 costituisce una straordinaria opportunit\u00e0 che non va sprecata per reimmettere il nostro paese sul sentiero dello sviluppo umano integrale.<\/p>\n<p>Al momento in cui scrivo, \u00e8 appena iniziata la cosiddetta \u201cfase 2\u201d che si protrarr\u00e0 verosimilmente fino al termine del corrente anno. Guai per\u00f2 ad attendere quella data per dare avvio alla \u201cfase 3\u201d, quella del ritorno alla normalit\u00e0. E\u2019 nei prossimi due\/tre mesi che si deve porre mano al disegno di quale strategia d\u2019uscita dalla crisi decidiamo di adottare. Ci ricorda Plutarco: \u201cSe vogliamo che la nostra anima sappia affrontare le intemperie non possiamo iniziare a prepararla quando gi\u00e0 siamo in mezzo al fiume. \u00c8 nella normalit\u00e0 che ci si organizza per l\u2019emergenza\u201d. E di emergenze di natura socioeconomica e politica ce ne saranno in abbondanza l\u2019anno venturo!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><u>Le lezioni della crisi<\/u><\/li>\n<\/ol>\n<p>Prima di entrare nel merito dell\u2019argomento principale, giova fare cenno ad alcuni importanti lezioni che ci vengono dalla pandemia di SARS-2. Una di queste \u2013 forse la pi\u00f9 rilevante \u2013 \u00e8 che abbiamo bisogno tutti \u2013 scienziati, politici, uomini d\u2019impresa, persone comuni, intellettuali \u2013 di un grande bagno di umilt\u00e0. Troppo a lungo si \u00e8 coltivata l\u2019illusione che le nuove tecnologie del digitale, introdotte dalla 4a rivoluzione industriale, ci avrebbero assicurato una crescita lineare, senza limiti seri di sorta. Si pensi, ad esempio, alle tante promesse avanzate dai cultori del progetto transumanista, incardinato presso la \u201cUniversity of Singularity\u201d in California. Una di queste \u00e8 che entro il 2050 si arriver\u00e0 a portare la durata media della vita umana a 120 anni \u2013 secondo una dichiarazione del prof. H. Kurzweil dell\u2019anno scorso.\u00a0 Ci\u00f2 che non si tiene conto, in questa e simili promesse, \u00e8 che il doppio carico di malattia (\u201cdouble burden of desease\u201d) non descrive la realt\u00e0, perch\u00e9 alle patologie croniche e acute vanno aggiunte anche le patologie da virus (\u201ctriple burden of desease\u201d).<\/p>\n<p>Si considerino i seguenti fatti. Nel 1969, William Stewart, surgeon general degli USA, dichiar\u00f2 al Congresso che \u201cla guerra contro le malattie infettive era ormai vista\u201d e pertanto \u201cche era giunto il tempo di porre da parte i libri che ne trattavano\u201d. Pochi anni, dopo la Medical School dell\u2019Universit\u00e0 di Harvard e quella dell\u2019Universit\u00e0 di Yale chiusero i loro dipartimenti di malattie infettive. Da questa e da altre iniziative analoghe ebbe a diffondersi quel senso di invulnerabilit\u00e0 degenerato poi in una vera e propria hubris scientifica. (Per i riferimenti specifici rinvio a Mark Honigsbaum, <em>The pandemic century. One hundred years of panic, hysteria, and hubris<\/em>, Hurst Publishers, 2019). La conclusione che traggo \u00e8 che, pur riconoscendo il valore inestimabile della scienza, \u00e8 del pari necessario ammettere che la scienza \u00e8 altrettanto erratica quanto altre pratiche umane \u2013 come il falsificazionismo popperiano da tempo ci ha insegnato. Guai dunque a coltivare l\u2019illusione che sar\u00e0 la tecnoscienza a risolvere i problemi attribuibili alla deficienza della virt\u00f9 dell\u2019umilt\u00e0. Si continui pure ad investire sull\u2019intelligenza artificiale, senza per\u00f2 dimenticare l\u2019intelligenza dell\u2019umilt\u00e0. (Umile, da <em>humus<\/em>, \u00e8 chi sa stare con i piedi ben piantati a terra!).<\/p>\n<p>Di una seconda grande lezione desidero dire. Come tutte le pandemie, anche quella da COVID-19 \u2013 una severa sindrome respiratoria acuta \u2013 non \u00e8 un evento accidentale e tanto meno casuale. Come la storia insegna, le epidemie affliggono le societ\u00e0 attraverso le vulnerabilit\u00e0 che gli uomini creano per il tramite delle loro relazioni con l\u2019ambiente, con le altre specie e tra loro. I microbi che innescano le pandemie sono quelli la cui evoluzione li ha resi adatti alle nicchie ecologiche preparate dagli uomini che vivono in societ\u00e0. Il coronavirus si \u00e8 diffuso nella maniera di cui ora sappiamo perch\u00e9 esso ha trovato il suo fitting (adattamento) nel tipo di societ\u00e0 che noi abbiamo costruito: megalopoli disumane; aumento endemico delle disuguaglianze sociali che spingono i gruppi meno abbienti a cibarsi della carne di animali selvatici commerciati nei <em>wet market<\/em>; una urbanizzazione frenetica che distrugge gli habitat animali, alterando le relazioni tra umani e animali. In particolare, la moltiplicazione dei contatti con i pipistrelli, animali che sono una riserva naturale di innumerevoli virus capaci di attraversare le barriere di specie e di riversarsi sugli uomini.<\/p>\n<p>Quando il coronavirus inizi\u00f2 a manifestarsi, esso trov\u00f2 un mondo che era stato allertato per affrontare una sfida che da tempo era stata prevista. Come con grande maestria da storico e non comune competenza scientifica Frank Snowden (<em>Epidemics and society<\/em>, Yale Univ. Press, 2019, II ed. 2020) ha mostrato, gi\u00e0 nel 2008 i ricercatori avevano identificato 335 malattie umane, sviluppatesi tra il 1950 e il 2004, gran parte delle quali di origine animale. In particolare, dallo scoppio dell\u2019influenza H5 N1 nel 1997, le autorit\u00e0 di sanit\u00e0 pubblica avevano suonato l\u2019allarme, regolarmente rimasto inascoltato. Ancora, David Quamman (<em>Spillover.<\/em> <em>Infezioni animali e la prossima pandemia,<\/em> Adelphi, 2012; ed. orig. 2010) gi\u00e0 dieci anni fa aveva previsto la pandemia, previsione poi confermata da Anthony Fauci, direttore dell\u2019Istituto Nazionale USA per le malattie infettive (<em>Healio, <\/em>gennaio 2017). Si consideri, inoltre, il periodo tra la crisi da SARS 1 del 2003 e l\u2019epidemia Ebola del 2013. Nel 2005, l\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0 (OMS) pubblic\u00f2 il <em>Global Influenza Preparedness Plan<\/em> dove erano indicate le linee guida e i suggerimenti pratici per far fronte a scoppi epidemici. Non solo non se ne fece nulla, ma vennero addirittura ridotti i fondi assegnati alla OMS e vennero chiuse le Agenzie di coordinamento degli interventi. Infine, l\u2019OMS nel settembre 2019 pubblic\u00f2 il Rapporto <em>A World at Risk<\/em> nel quale si legge: \u201cPatogeni ad alto impatto sulla respirazione generano gravi rischi globali nel mondo attuale.\u00a0 Tali patogeni si diffondono attraverso goccioline (<em>droplets<\/em>) respiratorie e possono infettare un gran numero di persone molto velocemente e, attraverso le attuali infrastrutture di trasporto, possono muoversi rapidamente tra\u00a0 aree geografiche\u201d. Il Rapporto continua elencando gli strumenti di contrasto alla pandemia, ormai a tutti ben noti. Nessun paese, neppure il nostro, se ne diede per inteso: tre mesi dopo scoppiava il disastro.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 potuto allora far credere a cittadini inesperti che il COVID 19 fosse un caso di cigno nero, un evento cio\u00e8 imprevedibile e sconvolgente? \u00a0Nassim Taleb, lo scienziato libanese che, all\u2019epoca della grande crisi finanziaria del 2007-08, divulg\u00f2 l\u2019espressione cigno nero \u2013 termine che per\u00f2 venne introdotto per primo da Aristotele \u2013 si avvale della metafora dei tacchini per dare conto della grave responsabilit\u00e0 dei vari governi nei riguardi dell\u2019attuale pandemia. Il tacchino messo all\u2019ingrasso si convince, giorno dopo giorno, che il padrone sia l\u00ec per servirlo. Ad un certo punto arriva per\u00f2 il Giorno del Ringraziamento: per il tacchino, quel giorno \u00e8 un cigno nero, qualcosa di totalmente imprevisto. Non cos\u00ec per il padrone, chiaramente. Ebbene, la pandemia da coronavirus \u00e8 un cigno nero solo per i tacchini, cio\u00e8 gli sprovveduti. (Ad esempio, Singapore \u00e8 dal 2013 che si \u00e8 andata preparando contro quanto \u00e8 oggi sotto i nostri occhi).<\/p>\n<p>Quale dunque il messaggio importante? Che negli ultimi decenni, la cultura occidentale ha di fatto dimenticato, quando non deriso, la pratica di quella virt\u00f9 cardinale che \u00e8 la prudenza \u2013 l\u2019<em>auriga virtutum<\/em>, secondo la definizione dell\u2019Aquinate, in quanto guida sicura di tutte le altre virt\u00f9. Si \u00e8 infatti voluto far credere che prudente \u00e8 il soggetto pavido, che teme di prendere decisioni perch\u00e9 avverso al rischio. Mentre \u00e8 vero esattamente il contrario: prudenza, dal latino <em>providentia,<\/em> \u00e8 la virt\u00f9 di chi sa vedere lontano, per prendere decisioni oculate nel presente. (S. Zamagni, <em>Prudenza<\/em>, Bologna, Mulino, 2015). Perch\u00e9 si \u00e8 atteso fino al 21 febbraio di quest\u2019anno per prendere i primi provvedimenti, quando si sapeva gi\u00e0 da oltre due mesi che in Cina e poi in Corea del Sud il virus andava mietendo vittime? La giustificazione fornita agli inizi secondo cui i casi di contagio accertati erano \u201ctroppo\u201d pochi per prendere provvedimenti \u00e8 priva di fondamento. E ci\u00f2 per la nota ragione che il tratto iniziale della curva esponenziale che descrive l\u2019andamento nel tempo della diffusione dell\u2019infezione \u00e8 pressoch\u00e9 piatto, salvo poi schizzare verso l\u2019alto dopo poche settimane.<\/p>\n<p>Da ultimo, non posso non fare parola di una terza importante lezione che ci viene da questa tragica vicenda. Alludo alla profonda differenza tra <em>government <\/em>e <em>governance<\/em>. Government \u2013 in italiano governo \u2013 \u00e8 l\u2019organo politico cui spetta la decisione finale sia sulla fissazione delle regole da rispettare sia sui modi del loro controllo. Governance, invece, fa riferimento al come, cio\u00e8 ai modi in cui quelle decisioni vanno attuate per conseguire l\u2019obiettivo desiderato. Ora, solo in regimi autoritari i due livelli si sovrappongono e ci\u00f2 nel senso che sono la burocrazia e gli altri enti della pubblica amministrazione i soggetti cui \u00e8 demandata la funzione implementativa delle decisioni prese dal government. Chiaramente, solo chi non crede, perch\u00e9 accecato da smanie autoritarie, al principio di sussidiariet\u00e0 (circolare) pu\u00f2 pensare che questo sia il modo corretto di procedere. Eppure, il nuovo articolo 118 della Carta Costituzionale (introdotto nel 2001) parla esplicitamente di sussidiariet\u00e0, attribuendo ai \u201ccorpi intermedi della societ\u00e0\u201d (art.2) il compito di concorrere, assieme ai vari organi dello Stato, alla coprogettazione degli interventi oltre che alla cogestione degli stessi. Un solo esempio (per ragioni di spazio) di mancata applicazione del principio di sussidiariet\u00e0 nella gestione dell\u2019attuale crisi pandemica. Il prof. Giuseppe Pellicci, direttore dell\u2019Istituto Europeo di Oncologia di Milano (un Ente di Terzo Settore) ha dichiarato: \u201cCon pi\u00f9 di 290 colleghi abbiamo offerto di aprire i nostri lavoratori in tutta Italia e mettere a disposizione macchine e personale. Insieme possiamo analizzare i tamponi necessari. Solo in Lombardia saremmo in grado di passare dai circa centomila attuali a cinquecentomila\u201d. (<em>Corriere della Sera,<\/em> 26 marzo 2020). Ma l\u2019offerta non \u00e8 stata accolta.<\/p>\n<p>La prima reazione collettiva di fronte all\u2019emergenza \u00e8 stata all\u2019insegna di un sorprendente senso di appartenenza e di amicizia civile. Si \u00e8 avvertito l\u2019impegno della societ\u00e0; soprattutto si \u00e8 sentita pulsare la comunit\u00e0 nazionale cui d\u2019istinto si attribuisce il valore di un\u2019appartenenza motivante. Non \u00e8 poco; come se l\u2019evidenza dell\u2019essere-con riemergesse dal fondo di quell\u2019individualismo libertario tanto esaltato e propagandato. Non \u00e8 lo Stato che ci tiene insieme e non \u00e8 la separazione fisica che ci basta. Istituzione pubblica e individualit\u00e0 separate non danno motivazione di vivere insieme. Eppure, famiglia, comunit\u00e0, nazione, parrocchia sono state tra le parole pi\u00f9 maltrattate e svilite da decenni. Si rammenti che lo Stato \u00e8 parte, bens\u00ec rilevante, della Repubblica, ma non la esaurisce.<\/p>\n<p>Si consideri che nessuna espressione del Terzo Settore \u00e8 stata chiamata a far parte dei tanti organi tecnici e delle varie commissioni di esperti. Eppure, il nostro paese vanta un insieme mirabile di enti di Terzo Settore che non teme confronti a livello internazionale. In questo mondo vitale, tanto sono coloro che con competenza e passione si occupano di erogare servizi e assistenza sanitaria. Penso a Fondazioni come ANT, AIL, VIDAS, AVIS, Serafico, don Gnocchi, Santi Medici e a tante altre ancora; alle associazioni di volontariato ospedaliero (AVO), a \u201cMedici senza frontiere\u201d; a cooperative sociali che di dedicano agli anziani non autosufficienti e ai portatori di disabilit\u00e0 varie, alle Misericordie, alle Caritas diocesane etc. Ebbene, come dianzi detto nei tavoli o cabine di regia dove di andavano disegnando le strategie di intervento, questo mondo non \u00e8 stato invitato a dare quel contributo di cui \u00e8 altamente capace. Quale contributo? Primo, l\u2019apparato di conoscenze e informazioni che solo chi opera <em>sul <\/em>territorio e <em>per<\/em> il territorio \u00e8 in grado di fornire. Secondo, l\u2019assolvimento di mansioni come il rilevamento della temperatura corporea, il prelievo dei tamponi, il trasporto degli ammalati. (Si pensi al beneficio che ne avrebbe tratto medici e infermieri, portati allo stremo delle forze). Terzo, e soprattutto, la predisposizione di vere e proprie azioni di pedagogia sanitaria e di educazione alla responsabilit\u00e0 intesa non tanto come imputabilit\u00e0, quanto piuttosto come farsi carico del peso delle cose, del prendersi cura dell\u2019altro.<\/p>\n<p>Si dir\u00e0: ma non bastano gli annunci, le raccomandazioni, i decreti, le circolari esplicative? No. Come da tempo la scienza sociale ci indica, se la norma che viene imposta non \u00e8 percepita, e quindi interiorizzata dal cittadino come equa e volta al bene comune, essa non verr\u00e0 rispettata, nonostante rigidi sistemi di esecutoriet\u00e0. Ecco perch\u00e9 sono necessari educatori specializzati, il cui ruolo \u00e8 proprio quello di mostrare alle persone che tra norma legale e norma sociale non c\u2019\u00e8 discrasia, anzi piena convergenza. \u00c8 questa la grande missione del Terzo Settore, come espressione organizzata della societ\u00e0 civile, che n\u00e9 lo Stato n\u00e9 il mercato saranno mai in grado di sostituire. (Mi piace ricordare che tale punto era stato chiaramente compreso gi\u00e0 da Giacinto Dragonetti nel suo celebre saggio <em>Delle virt\u00f9 e dei premi<\/em>, del 1766. Ma l\u2019italica furbizia stese un velo di pietoso silenzio su questo testo, che tanta influenza esercit\u00f2 in USA e UK).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><u>Che fare?<\/u><\/li>\n<\/ol>\n<p>L\u2019intrigante bivio di fronte al quale si trova oggi il nostro paese \u00e8 quello riguardante la scelta<\/p>\n<p>della strategia di uscita dalla crisi. Due le opzioni principali. Per un verso, quella del ritorno alla situazione precedente alla crisi, una volta apportati gli aggiustamenti urgenti e necessari. \u00c8 questo il \u201cmodello dell\u2019alluvione\u201d: si attende che l\u2019acqua rientri nell\u2019alveo del fiume; si rinforzano poi gli argini del fiume; dopodich\u00e9 si procede al \u201cbusiness as usual\u201d. Per l\u2019altro verso, c\u2019\u00e8 l\u2019opzione della resilienza trasformativa, il cui obiettivo \u00e8 quello di accrescere le capacit\u00e0 di resistenza del sistema nei confronti di future crisi di sistema. Se la prima opzione si rivolge alle fragilit\u00e0, la seconda ha di mira tutti quegli interventi volti ad eliminare o, quanto meno, a ridurre sensibilmente le vulnerabilit\u00e0 del paese. Penso non vi siano dubbi intorno alla scelta da effettuare. Anche il conservatore pi\u00f9 loico non potrebbe non riconoscere che a poco varrebbe fare lo sforzo di diventare pi\u00f9 resilienti se lo scopo fosse quello di conservare l\u2019ordine sociale pre-esistente. Dopo tutto, perch\u00e9 mai sprecare l\u2019occasione di una crisi cos\u00ec profonda per imprimere al sistema Italia un cambio radicale di passo?<\/p>\n<p>Piuttosto, conviene interrogarsi intorno ai punti qualificanti di un progetto trasformativo capace di incidere profondamente sulle cause strutturali del declino che affligge il nostro paese da oltre un quarto di secolo. Ne indico cinque, non certo perch\u00e9 siano gli unici, ma perch\u00e9 ritengo siano quelli pi\u00f9 urgenti. Comincio dalla deburocratizzazione. Sembrerebbe quasi che Honor\u00e8 de Balzac avesse in mente la situazione italiana quando nel suo saggio <em>Gli impiegati<\/em> scrisse: \u201cRimanevano e arrivavano solamente i pigri, gli incapaci, gli imbecilli. Cos\u00ec lentamente si radic\u00f2 la mediocrit\u00e0 nell\u2019amministrazione pubblica\u2026. Interamente composta di spiriti meschini, la burocrazia ostacolava la prosperit\u00e0 del paese e ormai padrona del campo, controllava tutti e teneva al guinzaglio gli stessi ministri\u201d. Ha scritto il grande sociologo Max Weber: \u201cOgni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorit\u00e0 della sua posizione, mantenendo segrete le sue informazioni e le su intenzioni\u201d. Una legge semplice e chiara non va bene per il burocrate, perch\u00e9 non pu\u00f2 essere interpretata. La nostra situazione \u00e8 tale che perfino grandi esperti giuridici sono arrivati a denunciare nelle aule parlamentari norme assolutamente illeggibili.<\/p>\n<p>Sorge spontanea la domanda: da dove discendono tutti i mali che attribuiamo alla burocrazia? In verit\u00e0, la burocratizzazione, cio\u00e8 l\u2019elefantiasi della burocrazia, \u00e8 l\u2019effetto, non la causa del male. Quest\u2019ultima va piuttosto rintracciata nel pervasivo fenomeno del <em>rent-seeking <\/em>(ricerca della rendita) \u2013 tipico, ma non esclusivo \u2013 del nostro sistema politico. Al pari di ogni parassita \u2013 come \u00e8 appunto il coronavirus \u2013 la rendita vive estraendo, non producendo, valore da altri generato. \u00a0(Parassita \u00e8 parola derivata dal greco formata da \u201cpresso\u201d \u2013 par\u00e0 \u2013 e \u201ccibo\u201d \u2013 sitos \u2013 e denota la figura di chi mangia presso un altro e a sue spese). Tante sono le forme di rendita (finanziaria, immobiliare, fondiaria, burocratica) ma tutte hanno in comune il medesimo connotato, la non generativit\u00e0. L\u2019economista italiano Achille Loria (1857-1943) ha scritto pagine illuminanti sulla rendita considerata la pi\u00f9 grave delle patologie del capitalismo. Ebbene, la burocrazia \u00e8 il principale strumento nelle mani di chi detiene il potere politico per consolidare e conservare le proprie posizioni, di rendita appunto.<\/p>\n<p>Ci spieghiamo cos\u00ec perch\u00e9 tutte le forze politiche, mentre si stracciano le vesti per l\u2019eccessiva burocratizzazione, nulla fanno per condurla entro il suo alveo naturale. (Non si dimentichi, infatti, che non si pu\u00f2 fare a meno della burocrazia, dal momento che non esistono leggi autoapplicative). In realt\u00e0 basterebbe disboscare la normativa (oltre 160.000 sono le norme tuttora vigenti in Italia; 7000 in Germania!); selezionare secondo il criterio di meritoriet\u00e0 i capi, anzich\u00e9 nominarli in base alle simpatie politiche; dotare gli uffici delle tecnologie adeguate onde accrescere la produttivit\u00e0; liberare la burocrazia da vincoli esterni inutili o dannosi e rafforzarla al proprio interno con adeguati schemi di incentivo. Ma \u00e8 proprio tutto questo che il corpo politico non vuole che venga fatto. Un esempio per tutti. Il codice vigente dei contratti \u2013 principale responsabile del deficit italiano di infrastrutture \u2013 \u00e8 il risultato di numerose addizioni normative rispetto a quanto richiesto dalle direttive europee. \u00c8 questo il fenomeno noto come <em>goldplating<\/em> (placcare in oro) che serve unicamente a scaricarsi da responsabilit\u00e0 e a conservare apparati burocratici dimensionalmente eccessivi rispetto a quanto necessario. Ecco perch\u00e9 sarebbe importante accogliere il principio secondo cui nessuna decisione pu\u00f2 essere presa dall\u2019organo decidente senza contestuale completa procedura esecutiva. A sua volta, l\u2019ipertrofia legalistica produce la nomorrea penale e quindi l\u2019inflazione di sanzioni il cui effetto, oltre alla ineffettivit\u00e0, \u00e8 quello di diffondere tra i cittadini una antropologia povera, primitiva, dove l\u2019uomo \u00e8 raffigurato non come un ente pensante e responsabile, ma come un automa da ridurre meccanicamente all\u2019obbedienza con la minaccia della pensa. Capiamo bene perch\u00e9 la burocratizzazione costituisca una minaccia veramente seria non solo all\u2019economia ma anche alla cultura e alla coesione sociale del nostro paese. In definitiva, se veramente si vuole avere ragione della burocratizzazione occorre trasformare il sistema politico nella direzione del modello di democrazia deliberativa. (Se ne discute da anni nel mondo occidentale, eccetto che in Italia. Si badi che la democrazia deliberativa nulla ha a che fare con la democrazia decidente).<\/p>\n<p>Per investire sulla resilienza della nostra societ\u00e0, guardando dunque oltre l\u2019emergenza, \u00e8 necessario scongiurare il rischio di un ritorno, sia pure in forme nuove, del neo-statalismo: \u00e8 questo un secondo punto qualificante della strategia trasformazionale. (Statalismo non \u00e8 statualit\u00e0). \u00c8 ovvio che in fasi emergenziali, come l\u2019attuale, lo Stato debba intervenire, anche in modo pesante, per svolgere ruoli di supplenza degli attori privati in una pluralit\u00e0 di ambiti. Ma deve farlo tenendo fermo lo sguardo sul dopo emergenza, al fine di scongiurare il rischio del \u201ccrowding-out\u201d, cio\u00e8 dell\u2019effetto spiazzamento nei confronti del mercato. Lo sforzo che il bilancio pubblico sta facendo non ha precedenti: il disavanzo pubblico passer\u00e0 dall\u20191,6% del PIL del 2019 al 10% circa e il rapporto Debito\/PIL si attester\u00e0 sul 156% (cos\u00ec il DEF). (Lo stesso rapporto \u00e8 58,6% per la Germania e 49,2% per l\u2019Olanda!). Di qui l\u2019imperativo di utilizzare le extra risorse \u2013 nazionali ed europee \u2013 che saranno messe in campo per interventi di rilancio della nostra produttivit\u00e0 media generale. Si tenga presente, infatti, che quella attuale \u00e8 una crisi che deriva da uno shock sia da offerta sia da domanda, aspetto questo che la rende diversa dalle altre crisi del secondo dopoguerra. In un dopoguerra, le spese belliche vengono meno e la crescita e l\u2019inflazione abbassano il peso del debito pubblico. Nel caso presente, le spese sanitarie non verranno certo meno, l\u2019inflazione non \u00e8 alle porte e l\u2019attivit\u00e0 economica privata non ha sufficiente spinta per ripartire da sola, dopo un ventennio di crescita lenta.<\/p>\n<p>Lo Stato facilitatore e non gi\u00e0 imprenditore \u2013 espressione quest\u2019ultima che dice di una contraddizione in termini \u2013 deve operare per creare le condizioni affinch\u00e8 imprese private e enti di Terzo Settore possano librarsi con le loro ali, senza sostituirsi in modo paternalistico ad essi. Si dovranno escogitare strumenti nuovi che permettano investimenti in equity da parte dello Stato per favorire aggregazioni di imprese in attivit\u00e0 chiave. (Si pensi all\u2019economia verde, alle nuove infrastrutture per la sanit\u00e0 e per la scuola, ecc.). L\u2019immagine che favorisco \u00e8 quella dello Stato come levatrice che, dopo la venuta alla luce della nuova vita, si ritira. Come sempre ricordava Luigi Sturzo, lo Stato non pu\u00f2 diventare un\u2019istituzione totale, dato che esso appartiene all\u2019ordine dei mezzi e non dei fini. \u00c8 rispetto al fine del bene comune della nazione che l\u2019agire dello Stato va giudicato, sempre che si voglia tenere fede al modello di democrazia liberale. Nessuno spazio, dunque, per ricette ideologiche fuori del tempo, che postulano l\u2019intervento dello Stato ignorandone le ragioni. Per dirla con una battuta, l\u2019economia di guerra cessa quando torna la pace.<\/p>\n<p>Una terza via di accesso alla resilienza trasformativa \u00e8 quella che chiama in causa la rifondazione del nostro sistema fiscale. Tre i punti di prioritaria rilevanza. Il primo \u00e8 quello dell\u2019evasione. \u00a0Le stime pi\u00f9 attendibili parlano di 110 miliardi circa all\u2019anno. Nel 2017, la quota di PIL derivante dall\u2019economia sommersa era dell\u201911% e quella da attivit\u00e0 illegali dell\u20191,1% circa. E\u2019 noto che in periodi di recessione o anche di stagnazione queste quote tendono ad aumentare. Importante \u00e8 conoscere gli ambiti nei quali l\u2019evasione tende ad annidarsi: il 37% proviene dal settore dei servizi alla persona; il 24% dal commercio; il 22% dalle costruzioni; il 17% dall\u2019agricoltura; il 3,6% dalla produzione dei beni di investimento. Perch\u00e9 \u00e8 importante sapere ci\u00f2? Per la ragione che chi evade presenta una dinamica di produttivit\u00e0 inferiore a quella di chi, per competere, deve innovare e ridurre i costi di transizione. Duplice \u00e8 quindi il danno derivante dall\u2019azione evasiva. Occorre dunque decidersi in merito: quanto di quell\u2019ammontare vogliono recuperare al gettito fiscale, considerato che i mezzi per farlo sono disponibili.<\/p>\n<p>Il secondo punto \u00e8 quello che riguarda la conservazione della base imponibile dello Stato. Come ha chiarito Mario Draghi, se non si difende la base imponibile e dunque la capacit\u00e0 produttiva, mancher\u00e0 il sostegno alla spesa dello Stato. Il settore pubblico non \u00e8 base imponibile, contrariamente a quel che ancora tanti pensano. C\u2019\u00e8 poi un aspetto ancora pi\u00f9 preoccupante dell\u2019evasione fiscale: la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali. Bisogna assolutamente evitare che gli aiuti economici di varia denominazione finiscano nei paradisi fiscali, soprattutto in quelli localizzati all\u2019interno della UE. Polonia, Danimarca, Belgio hanno gi\u00e0 indicato nelle loro leggi di stimolo che gli aiuti non potranno andare ad imprese che sono registrate in un paradiso fiscale. Altri paesi stanno seguendo l\u2019esempio. L\u2019augurio che formulo \u00e8 che anche il nostro governo voglia provvedere alla bisogna (Nel Decreto Liquidit\u00e0 non vi \u00e8 traccia di ci\u00f2).<\/p>\n<p>Il terzo punto chiama in causa l\u2019infausta politica del \u201ctax and spend\u201d: si tassa e si redistribuisce. Sarebbe questo un errore grave in questa fase. Purtroppo, una politica del genere ha una sola ratio, dato che i tassati sottraggono pochi voti e i beneficiari della spesa ne fanno guadagnare molti. Occorre resistere a tale tentazione, per favorire invece coloro che sono capaci di creare valore aggiunto per sostenere il sentiero di sviluppo. Pi\u00f9 in generale, l\u2019obiettivo da perseguire \u00e8 quello di giungere ad una trasformazione \u2013 non dunque ad una mera riforma \u2013 del codice fiscale, ancora troppo \u201cfinance friendly\u201d. Ad esempio, la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie non pu\u00f2 non essere introdotta. Il Congressional Budget Office americano ha di recente stimato che una tassa dello 0,1% genererebbe oltre mille miliardi di dollari in un decennio nei soli USA. Sono certamente note le difficolt\u00e0 di natura tecnico-amministrativa per la <em>execution <\/em>di una tale tassa, ma queste non sono tali da giustificarne l\u2019abbandono. Nel saggio \u201cTaxing financial transactions\u201d. T. Matheson del FMI (<a href=\"http:\/\/timworstall.com\/wp-content\/uploads\/2010\/imf.pdf\">http:\/\/timworstall.com\/wp-content\/uploads\/2010\/imf.pdf<\/a>) documenta che prelievi del tipo Tobin Tax sono in vigore in 23 paesi, il cui gettito \u00e8 utilizzato per rallentare il volume crescente degli scambi ad alta frequenza in borsa, automaticamente generati dagli algoritmi dei computer. In buona sostanza, per ridurre l\u2019intensit\u00e0 della speculazione sui mercati finanziari.<\/p>\n<p>Passo ora alla quarta delle linee di azione sopra suggerite. In questo lungo periodo del lock-down ci siamo abituati a comunicare da remoto e a tenere lezioni e riunioni on line. Lo stesso dicasi per l\u2019assistenza medica e psicologica da remoto e per lo <em>smart working.<\/em> (A dire il vero, per\u00f2, si tratta di <em>home working<\/em>; lo smart working \u00e8 ben altra cosa). Abbiamo cos\u00ec scoperto che il nostro paese \u00e8 indietro sul digitale serio. La scuola si \u00e8 adeguata, bens\u00ec, ma solo in parte. 1\/3 dei ragazzi sono rimasti isolati e anche per i restanti 2\/3 quel che si \u00e8 fatto non \u00e8 sufficiente \u2013 salvo alcune lodevoli eccezioni. Occorre portare in fretta ovunque la fibra ottica e riempire lo spettro delle frequenze adatte al 5G. L\u2019indice europeo DESI (Digital Economy and Society Index) sul grado di digitalizzazione dei vari paesi vede l\u2019Italia al 24\u00b0 posto su 28 Stati, con un indice digitale pari a 44, contro la media europea di 52,5. (La Finlandia ha un indice di 70). Un punto merita speciale attenzione; tutti, anche e soprattutto i poveri, devono poter accedere alla banda larga e a strumenti tecnologici adeguati al nostro tempo. La banda larga ultraveloce raggiunge il 24% della popolazione italiana; la media UE \u00e8 del 60%. Gli immobili connessi alla fibra ottica e wireless alla rete a banda ultralarga superano di poco i due milioni. Non si pu\u00f2 andare avanti con l\u2019attuale preoccupante diseguaglianza digitale. Occorre dunque lanciare un piano pluriennale straordinario per le infrastrutture digitali. Ci\u00f2 servirebbe finalmente a dare vita anche al progetto di <em>life-long-learning,<\/em> a favore principalmente della popolazione anziana, ma non vecchia, a rischio di disoccupazione per l\u2019insufficiente competenza ad inserirsi nella nuova traiettoria tecnologica.<\/p>\n<p>Una parola di chiarimento sulla nozione di smart working \u00e8 qui opportuna. Quello dello smart working \u00e8 un modello di organizzazione del lavoro di tipo post-tayloristico, secondo il quale si lavora per progetti, con ovvie verifiche. Il progetto \u00e8 diverso dalla cosiddetta comanda, secondo cui il controllo sui lavoratori pu\u00f2 realizzarsi solamente de visu. Se ne trae che senza la smart factory non \u00e8 possibile lo smart work. Anche il manager, non solo il lavoratore, deve diventare smart! Prima della pandemia, poco pi\u00f9 di 570.000 erano i lavoratori da casa, pari a circa il 2% dei dipendenti contro il 20,2% in UK, il 16,6% in Francia e l\u20198,6% in Germania. Secondo stime attendibili, la platea di coloro che potrebbero lavorare da casa \u00e8, in Italia, di oltre otto milioni di persone. Quali allora le difficolt\u00e0 principali? Una \u00e8 certamente di natura culturale. I quadri intermedi delle aziende hanno difficolt\u00e0 ad elaborare modelli di controllo dei progetti assegnati ai lavoratori. Una recente indagine del Politecnico di Milano ci informa che la percentuale di PMI che hanno interesse allo smart working \u00e8 passata negli ultimi anni dal 38% al 51%: non ci si vuole discostare dal modello taylorista per una sorta di effetto di isteresi. Altra difficolt\u00e0 \u00e8 quella che chiama in causa la contrattazione sindacale. Si rammenti che tutti i processi di innovazione sono processi di partecipazione. Il rischio che va scongiurato \u00e8 che lo smart working possa costituire una forma di regressione verso un modello low-cost, nei confronti delle tutele universali.<\/p>\n<p>Di una quinta trasformazione necessaria, infine, giova dire: affrettare i tempi del passaggio dal modello di welfare state ereditato dal recente passato al modello di welfare society ovvero di welfare di comunit\u00e0. Mentre il welfare state poggia sull\u2019idea che debba essere lo Stato (e gli altri enti pubblici) a farsi carico del welfare, avendone l\u2019esclusiva titolarit\u00e0, il modello di welfare society fa sua l\u2019idea che \u00e8 l\u2019intera societ\u00e0, di cui lo Stato \u00e8 parte essenziale, a prendersi cura del benessere delle persone. Il welfare state oggi non \u00e8 pi\u00f9 sostenibile: primo, per ragioni finanziarie (lo scarto tra costi e ricavi \u00e8 destinato ad aumentare col tempo per ragioni oggettive, a prescindere da inefficienze varie nell\u2019allocazione delle risorse); secondo perch\u00e9 tale modello ha finito col deresponsabilizzare il cittadino. Se \u00e8 lo Stato a prendersi cura delle persone dalla culla alla bara \u2013 secondo la felice espressione di Lord Beveridge (1944) \u2013 \u00e8 ovvio che le libere espressioni della societ\u00e0 civile si vedono scavalcate. Comunit\u00e0 \u00e8 parola che viene da <em>cum-munus<\/em>, che implica la messa insieme dei doni. \u00c8 difficile creare comunit\u00e0 in contesti in cui un ente sovrano pensa e provvede a tutto e a tutti. Se allora non si vuole abbandonare l\u2019universalismo \u2013 che \u00e8 stata la grande conquista di civilt\u00e0 del welfare state \u2013 andando verso il modello americano di welfare capitalism, non c\u2019\u00e8 alternativa alla welfare society. Ci\u00f2 \u00e8 massimamente vero in sanit\u00e0, come l\u2019esperienza di questo tempo ci indica. Bisogna avere il coraggio di dire che la sanit\u00e0 privata <em>for profit<\/em> non ha fondamento n\u00e9 economico n\u00e8 etico. Si tenga infatti presente che la salute \u00e8 un bene comune, n\u00e9 un bene privato n\u00e9 un bene pubblico. Ne deriva che la sua governance non pu\u00f2 essere n\u00e8 privatistica n\u00e9 pubblicistica. Quanto \u00e8 successo con la pandemia da COVID 19 \u00e8 la pi\u00f9 cogente riprova di tale asserto. Il passaggio, ormai da tutti ritenuto indispensabile, da una sanit\u00e0 centrata sull\u2019ospedale ad una sanit\u00e0 di territorio, vale a dire da un modello organizzativo focalizzato sul paziente ad uno focalizzato sulla comunit\u00e0, mai potr\u00e0 essere realizzato fintanto che non si comprender\u00e0 la natura di bene comune della salute. Il nuovo welfare deve essere generativo, cio\u00e8 abilitante; non redistributivo, n\u00e9 assistenzialistico. Nel 2018, il reddito disponibile del 20% pi\u00f9 ricco della popolazione era pari a 6 volte quello del 20% pi\u00f9 povero. D\u2019altro canto, nel 2016 il 30% pi\u00f9 ricco deteneva il 75% del patrimonio netto, mentre il 30% pi\u00f9 povero l\u20191%. Non \u00e8 tollerabile continuare a finanziare un welfare state che aumenta le disuguaglianze sociali, anzich\u00e9 ridurle.<\/p>\n<p>Un problema, che solo in queste ultime settimane ha iniziato ad imporsi all\u2019attenzione dei pi\u00f9, \u00e8 quello che riguarda la liceit\u00e0 etica della brevettabilit\u00e0 di vaccini salvavita, nel caso nostro del vaccino anti Covid 19. L\u2019efficacia di una campagna di vaccinazioni postula la sua universalit\u00e0: vaccinare alcuni gruppi o paesi e non altri a ben poco servirebbe. Ora, per rendere fruibile a tutti il vaccino, i governi devono renderlo disponibile gratuitamente; quanto a dire che i vaccini devono essere liberati da qualsiasi brevetto. Vuol questo significare che coloro che si dedicano alla ricerca, che richiede tempi lunghi e risorse ingenti, non dovrebbero essere risarciti dei costi sostenuti e non dovrebbero del pari ricevere un equo ritorno sugli investimenti effettuati? Certamente no. Significa piuttosto non consentire l\u2019estrazione di profitti da monopolio all\u2019impresa che avesse ottenuto il brevetto su un bene (il vaccino) la cui domanda non \u00e8 espressione di libera scelta da parte degli utilizzatori, trattandosi di un bene salva vita. E ci\u00f2 \u00e8 illecito. (Si rammenti che, nonostante il termine usato, quello da monopolio non \u00e8 un profitto, ma una rendita vera e propria). Dovr\u00e0 allora essere un\u2019autorit\u00e0 mondiale, ad esempio l\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0, a coordinare tutti gli sforzi che nei tanti laboratori di ricerca sparsi per il mondo vengono portati avanti, per trovare i finanziamenti necessari e per fissare l\u2019equo livello di remunerazione. \u00c8 questa un\u2019utopia? No, perch\u00e9 ci sono precedenti illustri. Si pensi al vaccino antipolio, delle cui caratteristiche tutti sappiamo gi\u00e0. Negli anni 50, il biologo americano Jonas Salk (1914-1995) invent\u00f2 il vaccino contro la poliomielite, con il concorso finanziario della Fondazione creata dal presidente Roosevelt e di milioni di donatori partecipanti ad una delle prime grandi campagne di crowd-funding della storia recente. Salk non volle assolutamente brevettare la sua invenzione e alla domanda incuriosita di un intervistatore televisivo rispose: \u201cSi pu\u00f2 forse brevettare il sole?\u201d In buona sostanza, il punto da fissare \u00e8 che non si possono consentire brevetti su invenzioni che riguardano beni comuni di fondamentale rilevanza, ma solo su quelle che concernono beni privati e taluni beni pubblici.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><u>Anzich\u00e9 una conclusione<\/u><\/li>\n<\/ol>\n<p>Quella che ci ha colpito \u00e8 una crisi di sistema, innescata da un virus aerobico di origine zoonotica, che investe tutta la sfera della convivenza umana. Non \u00e8 dunque saggio rispondere ad una crisi di sistema con interventi e misure settoriali e parziali, pur in s\u00e9 considerati validi e dotati di senso. Non si realizzerebbe la cosiddetta \u201ceconomia di atmosfera\u201d, come la chiamava J. Meade. Questo \u00e8 sempre vero; ma lo \u00e8 ancor pi\u00f9 nel caso di un paese come il nostro i cui punti di forza e di debolezza sono a tutti ben presenti. \u00c8 dunque scorretto \u2013 anche metodologicamente \u2013 applicare ad una realt\u00e0 come la nostra, ricette che sono state pensate e poste in atto in realt\u00e0 affatto diverse. \u00c8 questo un limite di non poco conto della nostra cultura: il limite di chi subisce il fascino di quel che accade altrove, ritenendolo comunque superiore. L\u2019esterofilia \u00e8 segno di una certa sudditanza culturale che \u00e8 sempre dannosa perch\u00e9 conduce, tanto o poco, al misoneismo, che \u00e8 la disposizione d\u2019animo di chi odia il cambiamento. Continuiamo a dimenticarci che l\u2019economia di mercato, intesa quale modello di ordine sociale, \u00e8 nata in terra d\u2019Italia (Toscana) durante il secolo dell\u2019Umanesimo civile (il Quattrocento). Un esempio chiarificatore che mostra le conseguenze negative che derivano quando non si tiene conto delle proprie radici \u00e8 quella che riguarda il nostro sistema bancario. Abbiamo depotenziato, fino alla scomparsa, quelle banche di comunit\u00e0 e del territorio, di cui oggi avremmo grande necessit\u00e0 per la rinascita del nostro sistema produttivo. Questo perch\u00e9? Per l\u2019irragionevole scelta di accogliere l\u2019assurda tesi secondo cui nel settore bancario \u201cone size fits all\u201d \u2013 una tesi priva di ogni fondamento scientifico. Lo stesso potrebbe dirsi per lo smantellamento dei distretti industriali, che anzich\u00e9 essere profondamente rinnovati, sono stati dati in pasto alle forze del globalismo (da non confondersi con la globalizzazione). E cos\u00ec via. Ritornare sui propri passi per correggere gli errori commessi sarebbe segno di grande saggezza.<\/p>\n<p>Per attuare riforme che razionalizzino e aggiustino l\u2019esistente bastano saperi tecnici; per una trasformazione liberatrice della realt\u00e0 esistente serve una sapienza integra e ispirata. La pandemia da Sars2 (Covid-19) \u00e8 una grande opportunit\u00e0 per lasciarsi alle spalle il sentiero di <em>crescita<\/em> finora percorso e per dare inizio ad un sentiero di <em>sviluppo<\/em> umano integrale. Non cogliere tale opportunit\u00e0 sarebbe un atto di grave mancanza di responsabilit\u00e0. Essere responsabili, oggi, significa caricarsi sulle spalle il \u201cpeso delle cose\u201d (<em>res pondus<\/em>), e non semplicemente non commettere reati o irregolarit\u00e0 varie. Quest\u2019ultima \u00e8 la responsabilit\u00e0 come imputabilit\u00e0 \u2013 si risponde delle conseguenze negative delle azioni che si compiono; la prima \u00e8 la responsabilit\u00e0 come prendersi cura \u2013 si risponde per il bene che non si fa, pur potendolo fare. \u00c8 di quest\u2019ultima che c\u2019\u00e8 un grande bisogno nel nostro paese, soprattutto oggi.<\/p>\n<p>Chiudo con una considerazione di portata generale. Il fatto della possibilit\u00e0 \u00e8 sempre la combinazione di due elementi: le opportunit\u00e0 e la speranza. \u00c8 sbagliato pensare che perch\u00e9 qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunit\u00e0, vale a dire sul lato delle risorse e degli incentivi. Invero, i problemi che abbiamo di fronte non si risolvono invocando un mero aumento di risorse, anche perch\u00e9 buona parte dei nostri problemi sono dovuti a un eccesso di risorse. (Si pensi alla competizione cosiddetta posizionale e ai guasti che essa sta provocando). Quel che \u00e8 necessario perch\u00e9 la possibilit\u00e0 abbia a realizzarsi \u00e8 insistere sull\u2019elemento della speranza, la quale non \u00e8 mai utopia. Essa si alimenta con la creativit\u00e0 dell\u2019intelligenza politica e con la purezza della passione civica. \u00c8 tale consapevolezza che apre alla speranza, la quale \u00e8 n\u00e9 il fatalismo di chi si affida alla sorte, n\u00e9 l\u2019atteggiamento misoneista di chi rinuncia a lottare. \u00c8 la speranza che sprona all\u2019azione e all\u2019intraprendenza, perch\u00e9 colui che \u00e8 capace di sperare \u00e8 anche colui che \u00e8 capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell\u2019esistente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Introduzione Al giorno delle lauree (2005) al Kenyon College in Ohio (USA) lo scrittore David Foster Wallace raccont\u00f2 questa storiella. \u201cDue giovani pesciolini incrociano un pesce pi\u00f9 grande che va in direzione opposta. Questi, distrattamente, chiede loro: Salve ragazzi, com\u2019\u00e8 l\u2019acqua oggi? I due non capiscono e proseguono. 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