“Dalla Nato all’Unione Europea di difesa?” di Giovanni Scanagatta

Feb 27, 2026 | Riflessioni

DALLA NATO ALL’UNIONE EUROPEA DI DIFESA?

Giovanni Scanagatta*

L’ipotesi di annessione della Groenlandia agli Stati Uniti d’America, pur estrema, rappresenta un segnale rivelatore delle profonde trasformazioni in atto negli equilibri geopolitici transatlantici. Un evento di questo tipo potrebbe infatti mettere seriamente in discussione il ruolo stesso della NATO e accelerare un processo già in corso: il progressivo disimpegno strategico degli Stati Uniti dalla sicurezza del continente europeo.

Si tratterebbe di una svolta storica che imporrebbe all’Unione Europea di compiere finalmente un salto di qualità in una delle sue dimensioni più delicate e finora incompiute: la difesa comune. L’esperienza insegna che l’Unione è stata capace di decisioni realmente storiche solo sotto la pressione di grandi crisi. È accaduto con la crisi dei debiti sovrani del 2011, ed è accaduto nuovamente con la pandemia da Covid-19. È auspicabile che anche la questione della sicurezza e della difesa europea diventi un’altra di queste occasioni decisive per il futuro dell’Europa.

L’Unione Europea, gigante economico e politico, continua infatti a rimanere un nano strategico. Questa asimmetria non è più sostenibile in un mondo caratterizzato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, dalla guerra convenzionale nel continente europeo e dall’incertezza circa la solidità delle garanzie di sicurezza esterne. Delegare integralmente la difesa significa, in ultima analisi, rinunciare a una parte essenziale della propria sovranità politica.

In questo contesto, l’Unione Europea ha il dovere storico di onorare il grande pensiero dei padri fondatori. Vale la pena ricordare che la Comunità Europea di Difesa (CED) fu un ambizioso progetto di integrazione militare promosso nei primi anni cinquanta e sostenuto dalla Francia, dall’Italia di Alcide De Gasperi, dal Belgio, dall’Olanda e dal Lussemburgo, successivamente esteso alla Germania Ovest. Il progetto fallì a causa dell’opposizione politica francese, maturata in seguito a un ripensamento strategico e all’allargamento della NATO alla Repubblica Federale Tedesca.

Ancora una volta, la storia europea mostrava la difficoltà di superare paure nazionali e calcoli utilitaristici di breve periodo. Non diversamente era accaduto al termine della Prima guerra mondiale, con il Trattato di Versailles del 1919, quando il primo ministro francese Clemenceau sostenne condizioni durissime alla Germania, accettando solo con riluttanza la proposta americana di creare la Società delle Nazioni. John Maynard Keynes si oppose con forza a quella pace punitiva, arrivando a dimettersi dal suo incarico di rappresentante del Regno Unito, consapevole delle conseguenze destabilizzanti che quelle scelte avrebbero prodotto.

Oggi la storia si presenta nuovamente a un appuntamento fondamentale. L’occasione è quella di dare vita a una vera Unione Europea di Difesa (UED), fondata su un fondo unico alimentato dai contributi dei 27 Stati membri e dotato della possibilità di emettere debito comune per integrarne le risorse. Un simile fondo potrebbe partire con una dotazione dell’ordine di mille miliardi di euro, pari a circa il 5% del Prodotto Interno Lordo dell’Unione Europea.

Un approccio comune consentirebbe economie di scala, riduzione delle duplicazioni nazionali e una maggiore efficienza complessiva della spesa militare. Per fare un esempio concreto, il contributo dell’Italia a un fondo europeo di queste dimensioni sarebbe pari a circa 27 miliardi di euro, con un risparmio enorme rispetto ai circa 110 miliardi di euro che l’Italia dovrebbe sostenere da sola per raggiungere lo stesso obiettivo di spesa in rapporto al PIL. Al tempo stesso, una difesa europea rafforzerebbe l’industria strategica continentale e la credibilità internazionale dell’Unione. Un altro notevole vantaggio è rappresentato dalla maggiore possibilità di ripristinare i rapporti economici e commerciali con la Russia, fondamentali per lo sviluppo della grande Europa, come già sosteneva John Maynard Keynes nel 1919 alla fine della prima guerra mondiale.

Naturalmente, una simile scelta richiede coraggio politico, visione di lungo periodo e la capacità di spiegare ai cittadini che la difesa comune non è un’alternativa allo Stato sociale, ma una sua condizione di possibilità in un mondo sempre più instabile.

Ci auguriamo che l’Unione Europea non perda anche questo appuntamento storico e si dimostri all’altezza del pensiero lungimirante dei suoi padri fondatori. In caso contrario, come metteva in guardia Joseph Ratzinger, l’Europa rischia di uscire progressivamente dalle grandi traiettorie della storia, condannandosi a una marginalità politica e strategica.

 *Professore di Politica economica e monetaria all’Unitelma “Sapienza” dell’Università di Roma