“L’offerta di oro: una distinzione fondamentale tra produzione mineraria e riciclo” di Giovanni Scanagatta

Apr 9, 2026 | Attualità, Riflessioni

L’OFFERTA DI ORO: UNA DISTINZIONE FONDAMENTALE TRA PRODUZIONE MINERARIA E RICICLO

Giovanni Scanagatta*

 

Nel dibattito sull’oro, si tende spesso a considerare l’offerta come un blocco unico, una quantità complessiva che oscilla ogni anno tra le 4.500 e le 5.000 tonnellate. In realtà, questa visione nasconde una distinzione fondamentale, quasi strutturale: l’oro che proviene dalle miniere e quello che ritorna sul mercato attraverso il riciclo sono due fenomeni profondamente diversi, governati da logiche economiche opposte.

L’oro estratto dalle miniere rappresenta la componente “reale” dell’offerta. È il risultato di investimenti industriali, decisioni strategiche di lungo periodo e vincoli geologici. Aprire una nuova miniera richiede anni, spesso decenni, tra esplorazione, autorizzazioni, sviluppo e messa in produzione. Questo significa che la produzione mineraria è intrinsecamente rigida: non può reagire rapidamente ai cambiamenti del prezzo. Anche quando il prezzo dell’oro sale in modo significativo, l’effetto sull’offerta si manifesta solo con un ritardo di diversi anni. Inoltre, la qualità dei giacimenti tende a diminuire nel tempo, aumentando i costi e limitando ulteriormente la capacità di espansione. Tutto questo rende l’oro da miniere una variabile lenta, prevedibile, quasi “inerziale”.

Completamente diversa è la natura dell’oro da riciclo. Questo non deriva da nuova produzione, ma dalla fusione di oro già esistente: gioielli, lingotti, monete, componenti industriali. A differenza delle miniere, il riciclo è estremamente sensibile al prezzo. Quando il valore dell’oro aumenta, famiglie e investitori sono incentivati a vendere: vecchi gioielli vengono fusi, riserve accumulate vengono smobilizzate. Al contrario, quando il prezzo è basso o si prevede un ulteriore rialzo, l’oro viene trattenuto. Il risultato è una componente dell’offerta altamente elastica e reattiva, capace di adattarsi quasi in tempo reale alle condizioni di mercato.

Questa differenza si riflette chiaramente nei dati storici. La produzione mineraria globale si muove lentamente, con variazioni contenute e un trend di crescita che negli ultimi anni ha raggiunto una sorta di plateau intorno alle 3.500–3.700 tonnellate annue. Il riciclo, invece, oscilla in modo molto più marcato: può superare le 1.600–1.700 tonnellate nei periodi di prezzi elevati e scendere sotto le 1.200 quando il mercato è meno favorevole. In termini econometrici, l’elasticità al prezzo del riciclo è elevata (intorno a 0,7–0,9), mentre quella della produzione mineraria è molto più bassa nel breve periodo.

Questa dualità ha implicazioni cruciali per il funzionamento del mercato dell’oro. In particolare, il riciclo svolge una funzione di “ammortizzatore”. Quando il prezzo sale troppo rapidamente, l’aumento del riciclo immette nuova offerta sul mercato, contribuendo a stabilizzare le quotazioni. Al contrario, le miniere non svolgono questo ruolo nel breve periodo: la loro rigidità le rende incapaci di rispondere tempestivamente agli shock.

Si può quindi dire che il mercato dell’oro è governato da una tensione tra due forze: da un lato una componente strutturale, lenta e vincolata (le miniere), dall’altro una componente ciclica, flessibile e quasi finanziaria (il riciclo). È proprio questa interazione che spiega perché il prezzo dell’oro, pur essendo influenzato da fattori macroeconomici e geopolitici, presenta una dinamica relativamente stabile rispetto ad altre materie prime.

Comprendere la differenza tra oro da miniere e oro da riciclo non è solo un esercizio teorico, ma una chiave di lettura fondamentale per interpretare il mercato. Significa riconoscere che non tutta l’offerta è uguale: una parte è lenta, prevedibile e legata all’economia reale; l’altra è veloce, reattiva e profondamente connessa al comportamento degli investitori. Ed è proprio questa seconda componente, spesso sottovalutata, a determinare gli equilibri di breve periodo e a rendere l’oro un asset unico nel panorama delle materie prime.

*Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”