“Un confronto tra la Caritas in Veritate di Benedetto XVI e la Magnifica Humanitas di Leone XIV” di Giovanni Scanagatta

UN CONFRONTO TRA LA CARITAS IN VERITATE DI BENEDETTO XVI E LA MAGNIFICA HUMANITAS DI LEONE XIV

Giovanni Scanagatta*

Il confronto tra Magnifica Humanitas (2026) e Caritas in Veritate (2009) è particolarmente fecondo perché entrambe le encicliche affrontano il rapporto tra sviluppo umano e trasformazioni storiche, ma lo fanno a partire da due rivoluzioni diverse: quella della globalizzazione tecno-economica per Benedetto XVI e quella dell’intelligenza artificiale per Leone XIV.

  1. Continuità di fondo: la centralità della persona

Entrambi i Pontefici si oppongono a ogni forma di riduzionismo dell’essere umano.

Per Benedetto XVI, il problema fondamentale è uno sviluppo che pretende di essere autosufficiente rispetto alla verità sull’uomo e su Dio. Lo sviluppo autentico deve essere “integrale”, cioè riguardare tutte le dimensioni della persona: economica, sociale, culturale, spirituale e religiosa.

Per Leone XIV, il rischio è ancora più radicale: l’essere umano può essere ridotto a dato, algoritmo, funzione calcolabile. L’enciclica insiste sul fatto che l’IA non possiede coscienza, responsabilità morale, relazioni autentiche o esperienza vissuta; pertanto non può mai essere equiparata alla persona umana.

In entrambe le encicliche la dignità umana precede e giudica la tecnica.

  1. La tecnica: da tema importante a questione centrale

Qui emerge la differenza più significativa.

Benedetto XVI: la tecnica come dimensione dello sviluppo

In Caritas in Veritate, la tecnica occupa una posizione di grande rilievo, culminando nel celebre capitolo VI, “Lo sviluppo dei popoli e la tecnica”.

Si tratta di una novità storica nel magistero sociale: per la prima volta un intero capitolo di un’enciclica è dedicato alla tecnica come questione teologica, antropologica ed etica.

Benedetto osserva che: a) la tecnica è espressione della creatività umana; b) non è mai neutrale; c) tende però a trasformarsi in ideologia; d) induce l’uomo a credere di essere l’unico artefice di sé stesso.

La domanda fondamentale è:

l’uomo governa la tecnica o viene governato da essa?

Per Benedetto il problema non è ancora una tecnologia specifica, ma la mentalità tecnocratica che rischia di dominare la politica, l’economia e persino la bioetica.

Leone XIV: l’intelligenza artificiale come paradigma della tecnica contemporanea

Leone XIV raccoglie precisamente l’eredità di Benedetto XVI e la sviluppa.

Laddove Benedetto parlava della tecnica in generale, Leone si concentra sulla sua forma oggi più avanzata e pervasiva: l’intelligenza artificiale.

L’intero terzo capitolo di Magnifica Humanitas è dedicato a: 1) paradigma tecnocratico; 2) potere digitale; 3) algoritmi; 4) IA; 5) transumanesimo;  6) postumanesimo.

Se Benedetto temeva che la tecnica diventasse un criterio assoluto di giudizio, Leone mostra come questo rischio si concretizzi negli algoritmi che: i) orientano decisioni sociali; ii) influenzano il lavoro; iii) concentrano il potere nelle mani di pochi soggetti; iv) possono essere impiegati in ambito militare; v) tendono a sostituire il discernimento umano.

Si potrebbe dire che Magnifica Humanitas rappresenta l’applicazione dell’analisi di Caritas in Veritate all’era dell’IA.

 

  1. Carità nella verità e umanità abitata da Dio

Le categorie teologiche principali sono differenti.

Benedetto XVI

La categoria decisiva è la caritas in veritate.

L’amore ha bisogno della verità per non ridursi a sentimentalismo.

La verità ha bisogno della carità per non diventare astrazione.

Lo sviluppo umano nasce dall’incontro di queste due dimensioni.

Leone XIV

La categoria decisiva è la magnifica humanitas.

L’essere umano è grande non perché tecnologicamente potenziato, ma perché creato da Dio e chiamato alla comunione con Lui.

Per questo Leone critica le prospettive transumaniste che identificano il progresso con il superamento biologico dell’uomo.

Dove Benedetto difende la verità dello sviluppo umano, Leone difende la stessa verità contro il rischio di una ridefinizione algoritmica dell’umano.

 

  1. Lo sviluppo dei popoli

Anche qui vi è una forte continuità.

Benedetto XVI

Lo sviluppo dei popoli è il tema centrale dell’intera enciclica.

Riprendendo Populorum Progressio, Benedetto insiste sul fatto che il sottosviluppo non è soltanto economico ma soprattutto umano. Lo sviluppo, come affermava Polo VI, e il nuovo nome della pace.

 

Leone XIV

Lo sviluppo rimane essenziale, ma assume una nuova forma.

Il problema non è più soltanto l’accesso ai mercati o alle risorse.

Si aggiungono: accesso ai dati; controllo degli algoritmi; proprietà delle infrastrutture digitali; distribuzione dei benefici dell’IA.

Leone denuncia infatti il rischio che dati, piattaforme e sistemi algoritmici siano concentrati nelle mani di pochi attori globali.

In questo senso, si può parlare di una nuova questione sociale: la questione algoritmica.

 

  1. Sintesi conclusiva

Una formula efficace potrebbe essere la seguente:

Caritas in Veritate è la grande enciclica sullo sviluppo umano integrale nell’epoca della globalizzazione; Magnifica Humanitas è la grande enciclica sulla custodia dell’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Oppure, in termini di sviluppo del magistero:

  • Benedetto XVI si chiede: come può la tecnica servire lo sviluppo dei popoli senza dominare l’uomo?
  • Leone XIV si chiede: come può l’intelligenza artificiale servire l’uomo senza ridefinire ciò che significa essere uomo?

Da questo punto di vista, il capitolo VI di Caritas in Veritate (“Lo sviluppo dei popoli e la tecnica”) appare quasi profetico: esso prepara il terreno teorico e antropologico sul quale Leone XIV costruisce l’intera riflessione di Magnifica Humanitas. La seconda può essere letta come uno sviluppo organico della prima, nel passaggio dalla “questione della tecnica” alla “questione dell’intelligenza artificiale”.

*Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

 

“La sostenibilità sistemica. Come trasmetterne il valore.” Riflessioni in cammino di Rosa Rota, Angela Soccio, Virginia Desirée Zucconi

“La sostenibilità sistemica. Come trasmetterne il valore.” Riflessioni in cammino di Rosa Rota, Angela Soccio, Virginia Desirée Zucconi

“La sostenibilità sistemica. Come trasmetterne il valore.”

Riflessioni in cammino

Dalle illuminanti Note del Cardinal Bagnasco al Convegno UCID Roma “Governare l’invisibile. Regole e Valori per l’AI”, 29 aprile 2026 Sala Koch del Senato, “Riflessioni in cammino verso un Umanesimo integrale”.

Ad una giurista docente di diritto della sostenibilità –  che crede nella funzione maieutica dell’in-segnante e perciò nel risveglio delle coscienze, prima ancora dell’acquisizione di conoscenze – le profonde riflessioni del Cardinal Bagnasco al Convegno UCID Roma del 29 aprile scorso, donano luce e vigore speciale perché aggiungono elementi di un “formante spirituale” al formante dottrinale e giurisprudenziale per la trattazione della sostenibilità nella dimensione sistemica.

Per tali ragioni chi scrive, accompagnata in questo cammino riflessivo dalla amica Angela Soccio, Socio e Consigliera UCID Roma, e dalla Amica Virginia Desirée Zucconi, Presidente UCID Roma, ha voluto recuperare quelle pregnanti osservazioni e farne dono in aula, il 7 maggio scorso, alla lezione con oggetto “Il paradigma della sostenibilità sistemica”, facendone espressa citazione, “in una prospettiva metagiuridica”, nelle note di chiusura delle slide proiettate ai Dottorandi di ricerca in Diritto pubblico dell’Ateneo di Tor Vergata.

Lieta, con la Socia Angela Soccio e la Presidente Desirée Zucconi, di condividere questo avvio di percorso con gli amici Soci UCID, riporto di seguito una sintesi con “digressioni” sui metodi di insegnamento più efficaci per l’obiettivo annidato nelle dense parole di Bagnasco: formare i giovani, futuri imprenditori e dirigenti, recuperando l’antico valore dell’Umanesimo.

Siamo passati dal diritto dell’ambiente al diritto della sostenibilità.

In questo cambio di denominazione di materia disciplinare è racchiuso un cambio di paradigma culturale prima che giuridico.

La Sostenibilità nella dimensione sistemica, che ci consegna l’Agenda ONU 2030 ma prima ancora la LAUDATO SI’, non attiene solo alla tutela dell’ambiente; essa ingloba l’economia, i diritti sociali, le responsabilità intergenerazionali, una visione di armonia del Creato. Significa al fondo preservare l’uomo nella sua interezza e dignità, come ribadito nel messaggio del Presidente Mattarella al Festival ASVIS “Costruire il futuro: strategia per un’Italia sostenibile”, oggi 22 maggio 2026 presso la Sala della Regina di Montecitorio.  

È perciò una disciplina giuridica costitutivamente relazionale, che si integra e condiziona altri saperi. Lo evidenziava anche il Sottosegretario Butti al convegno sull’AI, sollecitato da Marco Italiano sulla domanda in tema di sostenibilità, e la giurisprudenza ai suoi livelli più alti ce lo ricorda costantemente: mentre le alte Corti Internazionali e la CEDU configurano il diritto al clima come un diritto umano fondamentale, la nostra stessa Costituzione, con la storica riforma del 2022 che ha modificato gli articoli 9 e 41, ha impresso questo dovere nel cuore della Repubblica.

La complessità della sostenibilità, che è poi complessità del reale, deriva proprio da questo suo essere intrinsecamente “integrale”.

Ciò impone una straordinaria capacità di lettura del tempo presente per interpretare i nessi profondi della realtà.

Di fronte a questa sfida, la funzione maieutica del docente, meglio dell’in-segnante, trova il suo terreno più fertile reclamando una “didattica 5.0”, trasformativa. Un modello evolutivo che rifiuta il determinismo tecnologico, rimettendo l’essere umano e la società al centro.

E’ questo un approccio autenticamente umanocentrico e transdisciplinare, dove l’insegnamento cessa di essere solo trasmissione di saperi e diventa, come ci ricorda Plutarco, l’atto sacro di “accensione di un fuoco”, conducendo gli allievi, per citare Gibran nel suo Profeta, alla soglia della loro stessa mente.

In questo approccio non bastano i tradizionali manuali. In un’epoca dominata dalla velocità, dalla fluidità e da una diffusa solitudine interconnessa, occorre formare l’anima (Cardinal Bagnasco).

È qui che si inserisce la necessità di una spinta gentile, una Nudge Regulation capace di operare un’architettura delle scelte etiche.

Non appare più sufficiente un diritto puramente imperativo e sanzionatorio, serve indurre comportamenti che promuovano un cambiamento spontaneo e virtuoso nei consumi, nel rispetto del prossimo, nella natura che reclama, da sé, il rispetto di una sua normatività.

Ed ecco che, a supporto dei tradizionali metodi di in-segnamento, si rivela straordinaria la potenza di strumenti innovativi, anzi trasformativi come l’arte, in particolare la “settima arte” quale il Cinema, e in specie il Cinema Green (il genere Climate-fiction), formidabile mediatore educativo che con la narrazione visiva tocca i paesaggi più intimi della mente, generando quel silenzio di ascolto interiore, quel “sentire” profondo che precede e fonda le parole.

Un “viaggio” dello spirito che consente l’accesso alla “coscienza come primo, vero luogo di giudizio, capace di distinguere il vero dal falso, il bene dal male (Cardinale Bagnasco); svelando quella legge scritta nella carne del cuore che custodisce il senso del limite (Recalcati).

Recuperare questa profondità smarrita, unendo la “forza della Legge” alla “bellezza della Vita”, è la via per comprendere la complessità della natura e imboccare la strada di un autentico “ritorno all’umano”, come significativamente espresso nel titolo della 7^ edizione del Festival del Cinema Green (Italian Green Film Festival -IGFF) celebrato il 30 aprile presso la Sala Regina a Palazzo Montecitorio, in presenza di giovani studenti, rappresentanti delle istituzioni e protagonisti del mondo culturale, scientifico ed audiovisivo. 

Roma, 22 maggio 2026           

                                                         Rosa Rota, Angela Soccio, Virginia Desirée Zucconi

“L’Enciclica sociale di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas” di Giovanni Scanagatta

“L’Enciclica sociale di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas” di Giovanni Scanagatta

L’ENCICLICA SOCIALE DI PAPA LEONE XIV MAGNIFICA HUMANITAS

Giovanni Scanagatta*

Il 25 maggio scorso è stata presentata in Vaticano l’Enciclica sociale di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas. Il documento è stato firmato dal Papa il 15 maggio, nella ricorrenza dei 135 anni dell’Enciclica sociale Rerum novarum di Leone XIII.

La scelta del titolo è ben spiegata al numero 1 dell’Enciclica che si riporta qui di seguito.  

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”.

L’Enciclica si compone di 5 capitoli che si sviluppano in 245 punti, più le conclusioni, dedicate al Magnificat della Vergine Maria per illuminare il futuro dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

L’Enciclica è prevalentemente dedicata all’Intelligenza Artificiale (IA), ma non solo. Essa contiene anche un efficace excursus della Dottrina Sociale della Chiesa, partendo dalla Rerum novarum di Leome XIII a cui è dedicato molto spazio. Segue poi tutta una parte su tutte le Encicliche sociali dei Papi a cominciare dalla Quadragesimo anno del 1931 di Pio XI fino ad arrivare alla Laudato sì di Papa Francesco e alla Fratelli tutti. Si tratta di un utilissimo Compendio del pensiero sociale della Chiesa che richiama, sia pure con diverse dimensioni, il Compendio del 2004 voluto da Giovanni Paolo II. Ampio spazio viene dedicato anche ai grandi valori della Dottrina sociale della Chiesa che sono lo sviluppo integrale della persona umana, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni, il bene comune.

Papa Leone mette in guardia dal grave pericolo che sta correndo l’uomo con la sindrome di Babele se non si ha ben chiara la funzione dell’IA che è uno strumento creato dall’uomo e per l’uomo e non viceversa. La visione dell’IA che è destinata a sostituire l’uomo in tutte le sue funzioni, superandolo, è estremamente pericolosa ed errata e traferisce il potere politico agli oligopoli che dominano la tecnologia e i suoi sviluppi. Si tratta del post-umanesimo e del trans-umanesimo attentamente analizzati nell’Enciclica. Pertanto, secondo Papa Leone, il vero problema dell’IA non è tecnologico ma antropologico perché riguarda il futuro dell’uomo con il suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività. Per questo l’IA deve essere disarmata: una visione a cui Papa Leone tiene molto fin dall’inizio del suo pontificato (pace disarmata e disarmante).

L’Enciclica affronta anche il problema della crisi del multilateralismo e delle grandi istituzioni internazionali politiche, economiche e sociali nate dopo la seconda guerra mondiale. Bisogna tornare al dialogo e alla pace sapendo che lo sviluppo è il nuovo nome della pace, come ci ricorda la Populorum progressio di Paolo VI del 1967. L’istruzione e la scuola sono gli strumenti fondamentali per educare i giovani ai valori della giustizia e della pace per la costruzione di un mondo migliore.

Il testo insiste sul fatto che la tecnologia non è cattiva in sé, ma non è nemmeno neutrale: riflette gli interessi, i valori e le intenzioni di chi la progetta, la finanzia e la utilizza. Per questo motivo l’IA deve essere orientata al bene comune e al servizio della persona.

Il cuore dell’enciclica è la difesa della dignità umana. Leone XIV ricorda che ogni persona possiede un valore unico e irriducibile, che nessuna macchina può sostituire. L’IA può imitare alcune capacità cognitive, ma non possiede coscienza morale, libertà interiore, relazioni autentiche o capacità di amare. Di conseguenza, il progresso tecnologico non deve mai ridurre l’uomo a semplice dato, consumatore o ingranaggio economico.

Grande attenzione è dedicata al lavoro. Come la rivoluzione industriale trasformò la società dell’Ottocento, così l’IA rischia oggi di creare nuove disuguaglianze, precarietà ed esclusione. Il Papa chiede che i benefici tecnologici siano condivisi da tutti e non concentrati nelle mani di pochi gruppi economici o politici. Invita quindi gli Stati e le istituzioni internazionali a regolamentare le piattaforme digitali, gli algoritmi e i dati, affinché siano strumenti di sviluppo umano integrale e non di sfruttamento.

Un altro tema centrale, come accennato, è la pace. Leone XIV denuncia l’uso dell’intelligenza artificiale nelle guerre, nella sorveglianza e nella manipolazione dell’informazione. L’enciclica insiste sulla necessità di “disarmare l’IA”, cioè sottrarla alle logiche di dominio, controllo e distruzione. Il Papa critica le armi autonome e invita a rafforzare il dialogo internazionale, il multilateralismo e la cooperazione tra i popoli.

Infine, il documento propone una visione positiva e spirituale del futuro: la tecnologia deve aiutare l’uomo a crescere nella fraternità, nella giustizia e nella solidarietà, senza sostituire le relazioni umane né oscurare il rapporto con Dio. L’enciclica si conclude con un forte appello a “rimanere umani”, costruendo una civiltà fondata sulla verità che sola ci rende uomini liberi, sulla responsabilità condivisa e sulla centralità della persona umana.

Roma, 26 maggio 2026

Appendice

Si riporta qui di seguito la sintesi di un modello sviluppato dal Prof. Cesare Imbriani e dal sottoscritto che mostra che l’utilizzo esclusivo, forte e pervasivo dell’IA consente un grande sviluppo della produttività e del reddito pro capite, ma a prezzo di forti disuguaglianze e di sacrificio della dignità della persona umana. Occorre per questo includere nel modello un “vincolo antropologico” per preservare i valori inalienabili della persona che sono la libertà, la responsabilità, la dignità, la creatività. In questo caso si riduce un po’ la crescita del reddito pro capite, ma diminuiscono le disuguaglianze e si favorisce lo sviluppo integrale dell’uomo.

Nell’esercizio vengono simulati tre scenari su un orizzonte di 30 anni, assumendo la popolazione mondiale in lieve declino: −0,2% annuo.

Scenario A

Nello scenario A si suppongono una forte presenza dell’IA, istituzioni deboli (post-umanesimo) e basso vincolo antropologico. Il risultato è una crescita rapida del reddito pro-capite, tra il 2,5 e il 3%, una riduzione progressiva del vincolo antropologico, una stagnazione del benessere. In sintesi, una crescita economica efficiente ma socialmente regressiva. 

Scenario B

Nello scenario B la presenza dell’IA continua ad essere elevata; le istituzioni vengono supposte forti (centralità della persona); il vincolo antropologico è alto. La simulazione fornisce come risultato una crescita del reddito pro capite inferiore a quella dello scenario A, tra l’1,8 e il 2,2%. La centralità della persona risulta stabile, mentre si accresce molto il benessere complessivo. In sintesi, si tratta di uno sviluppo intensivo compatibile con il modello antropologico.  

Scenario C

Nello scenario C la presenza dell’IA è moderata, mentre le istituzioni sono ipotizzate ad un livello elevato. Anche il vincolo antropologico è molto alto. Il risultato della simulazione indica una crescita più lenta, tra l’1 e l’1,3%, una elevata stabilità sociale, una riduzione delle disuguaglianze con accentuato rispetto del vincolo antropologico. In sintesi, un sentiero di meno dinamico ma accettabile, in presenza di un forte rispetto del vincolo antropologico.

Gli esercizi di simulazione controfattuale hanno mostrato che, a parità di intensità di intelligenza artificiale, i sentieri di crescita che rispettano il vincolo antropologico generano un benessere sociale superiore rispetto a quelli che massimizzano il solo reddito pro capite. Questo risultato è coerente con l’approccio delle capabilities di Amartya Sen e con le critiche alla neutralità tecnologica. In un’economia con IA come fattore moltiplicativo, la massimizzazione del reddito pro capite può condurre a sentieri di crescita non ottimali in termini di benessere sociale se viola il vincolo antropologico. Questo è un risultato nuovo, non presente nei modelli standard.

*Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “la Sapienza”

“L’offerta di oro: una distinzione fondamentale tra produzione mineraria e riciclo” di Giovanni Scanagatta

L’OFFERTA DI ORO: UNA DISTINZIONE FONDAMENTALE TRA PRODUZIONE MINERARIA E RICICLO

Giovanni Scanagatta*

 

Nel dibattito sull’oro, si tende spesso a considerare l’offerta come un blocco unico, una quantità complessiva che oscilla ogni anno tra le 4.500 e le 5.000 tonnellate. In realtà, questa visione nasconde una distinzione fondamentale, quasi strutturale: l’oro che proviene dalle miniere e quello che ritorna sul mercato attraverso il riciclo sono due fenomeni profondamente diversi, governati da logiche economiche opposte.

L’oro estratto dalle miniere rappresenta la componente “reale” dell’offerta. È il risultato di investimenti industriali, decisioni strategiche di lungo periodo e vincoli geologici. Aprire una nuova miniera richiede anni, spesso decenni, tra esplorazione, autorizzazioni, sviluppo e messa in produzione. Questo significa che la produzione mineraria è intrinsecamente rigida: non può reagire rapidamente ai cambiamenti del prezzo. Anche quando il prezzo dell’oro sale in modo significativo, l’effetto sull’offerta si manifesta solo con un ritardo di diversi anni. Inoltre, la qualità dei giacimenti tende a diminuire nel tempo, aumentando i costi e limitando ulteriormente la capacità di espansione. Tutto questo rende l’oro da miniere una variabile lenta, prevedibile, quasi “inerziale”.

Completamente diversa è la natura dell’oro da riciclo. Questo non deriva da nuova produzione, ma dalla fusione di oro già esistente: gioielli, lingotti, monete, componenti industriali. A differenza delle miniere, il riciclo è estremamente sensibile al prezzo. Quando il valore dell’oro aumenta, famiglie e investitori sono incentivati a vendere: vecchi gioielli vengono fusi, riserve accumulate vengono smobilizzate. Al contrario, quando il prezzo è basso o si prevede un ulteriore rialzo, l’oro viene trattenuto. Il risultato è una componente dell’offerta altamente elastica e reattiva, capace di adattarsi quasi in tempo reale alle condizioni di mercato.

Questa differenza si riflette chiaramente nei dati storici. La produzione mineraria globale si muove lentamente, con variazioni contenute e un trend di crescita che negli ultimi anni ha raggiunto una sorta di plateau intorno alle 3.500–3.700 tonnellate annue. Il riciclo, invece, oscilla in modo molto più marcato: può superare le 1.600–1.700 tonnellate nei periodi di prezzi elevati e scendere sotto le 1.200 quando il mercato è meno favorevole. In termini econometrici, l’elasticità al prezzo del riciclo è elevata (intorno a 0,7–0,9), mentre quella della produzione mineraria è molto più bassa nel breve periodo.

Questa dualità ha implicazioni cruciali per il funzionamento del mercato dell’oro. In particolare, il riciclo svolge una funzione di “ammortizzatore”. Quando il prezzo sale troppo rapidamente, l’aumento del riciclo immette nuova offerta sul mercato, contribuendo a stabilizzare le quotazioni. Al contrario, le miniere non svolgono questo ruolo nel breve periodo: la loro rigidità le rende incapaci di rispondere tempestivamente agli shock.

Si può quindi dire che il mercato dell’oro è governato da una tensione tra due forze: da un lato una componente strutturale, lenta e vincolata (le miniere), dall’altro una componente ciclica, flessibile e quasi finanziaria (il riciclo). È proprio questa interazione che spiega perché il prezzo dell’oro, pur essendo influenzato da fattori macroeconomici e geopolitici, presenta una dinamica relativamente stabile rispetto ad altre materie prime.

Comprendere la differenza tra oro da miniere e oro da riciclo non è solo un esercizio teorico, ma una chiave di lettura fondamentale per interpretare il mercato. Significa riconoscere che non tutta l’offerta è uguale: una parte è lenta, prevedibile e legata all’economia reale; l’altra è veloce, reattiva e profondamente connessa al comportamento degli investitori. Ed è proprio questa seconda componente, spesso sottovalutata, a determinare gli equilibri di breve periodo e a rendere l’oro un asset unico nel panorama delle materie prime.

*Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

“Intelligenza artificiale e produttività dell’industria italiana: l’urgenza di un intervento di politica industriale” di Giovanni Scanagatta e Stefano Sylos Labini

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PRODUTTIVITÀ DELL’INDUSTRIA ITALIANA: L’URGENZA DI UN INTERVENTO DI POLITICA INDUSTRIALE

 

Giovanni Scanagatta* Stefano Sylos Labini**

 

1. Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat (rilevazioni 2024 sull’utilizzo delle tecnologie digitali nelle imprese), circa l’8% delle imprese italiane con almeno 10 addetti dichiara di utilizzare sistemi di intelligenza artificiale. Il confronto europeo evidenzia un divario significativo: la Francia si colloca intorno al 10%, mentre la Germania raggiunge circa il 20%.

Pur considerando la probabile accelerazione registrata nel corso del 2024–2025, favorita anche dalla diffusione di strumenti di IA generativa, il differenziale con la Germania resta ampio e strutturale. Il dato tedesco è più che doppio rispetto a quello italiano e riflette un ecosistema industriale più maturo sul piano della digitalizzazione, della formazione tecnica e della collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca.

Il ritardo italiano nell’adozione dell’IA non rappresenta solo un gap tecnologico, ma un problema macroeconomico. La produttività del lavoro – misurata come valore aggiunto per addetto – costituisce da oltre vent’anni il principale punto debole dell’economia italiana rispetto ai partner europei. In questo contesto, l’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento cruciale per recuperare competitività, soprattutto nel settore manifatturiero, cuore del sistema produttivo nazionale.

  1. Le stime disponibili per il comparto manifatturiero indicano livelli di investimento fortemente differenziati per classe dimensionale:
  • Imprese 10–49 addetti: circa 85 mila euro medi
  • Imprese 50–249 addetti: circa 310 mila euro medi
  • Imprese ≥ 250 addetti: oltre 2 milioni di euro

La media ponderata dell’investimento si colloca attorno ai 420 mila euro per impresa adottante. In termini relativi, ciò equivale a circa il 2% del fatturato nelle piccole e medie imprese e all’1,2% nelle grandi.

Questi ordini di grandezza sono coerenti con le evidenze europee: l’adozione efficace dell’IA non si limita all’acquisto di software, ma richiede integrazione nei processi produttivi, revisione organizzativa, cybersecurity e formazione del personale. Non sorprende quindi che le imprese di maggiori dimensioni presentino investimenti assoluti più elevati, beneficiando di economie di scala e maggiore capacità finanziaria.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda il differenziale di produttività: le imprese che adottano l’IA mostrano un valore aggiunto per addetto superiore di oltre il 10% rispetto a quelle che non la adottano. Questo dato è plausibile e in linea con la letteratura internazionale, che attribuisce alle tecnologie digitali avanzate effetti positivi significativi sulla produttività, soprattutto quando accompagnate da investimenti complementari in capitale umano e organizzazione.

Va tuttavia precisato che tale differenziale non può essere interpretato automaticamente come un effetto causale puro: le imprese più produttive sono spesso anche quelle più innovative e più propense ad adottare nuove tecnologie. La relazione è quindi bidirezionale. Ciò non riduce l’importanza dell’IA, ma suggerisce che la politica industriale debba intervenire in modo sistemico, non limitandosi al solo incentivo all’acquisto di tecnologie.

  1. L’analisi econometrica (modello Logit) condotta sulle imprese manifatturiere italiane individua alcune variabili discriminanti tra adottanti e non adottanti:
  2. Dimensione d’impresa (numero di addetti) – Le imprese più grandi hanno una probabilità significativamente più alta di adottare IA.
  3. Orientamento all’export – Le imprese con una quota di esportazioni sul fatturato pari o superiore al 50% mostrano maggiore propensione all’adozione, per effetto della maggiore pressione competitiva internazionale.
  4. Livello di digitalizzazione preesistente – Le imprese già dotate di infrastrutture digitali avanzate (ERP, cloud, IoT, cybersecurity) adottano più facilmente l’IA.
  5. Accesso agli incentivi pubblici – La presenza di misure di sostegno aumenta la probabilità di investimento.
  6. Localizzazione nel Mezzogiorno – Variabile con segno negativo, coerente con il persistente divario territoriale in termini di capitale umano, infrastrutture e accesso al credito.

Questi risultati sono coerenti con le evidenze europee: l’IA è una tecnologia sistemica, che richiede un ecosistema favorevole. Senza un adeguato livello di digitalizzazione di base e senza competenze interne, l’investimento risulta rischioso e meno redditizio.

  1. Un risultato particolarmente significativo riguarda l’intensità degli incentivi necessari per accelerare l’adozione. Le stime indicano che un contributo pubblico inferiore al 40% dell’investimento difficilmente risulta sufficiente a superare le barriere iniziali, soprattutto per le PMI.

Questo valore è elevato, ma plausibile alla luce di tre fattori:

  • Elevata incertezza sui ritorni dell’investimento;
  • Carenza di competenze interne;
  • Difficoltà di accesso al credito per investimenti immateriali.

Ancora più rilevante è il vincolo delle competenze, identificato come principale ostacolo. Senza tecnici specializzati, data scientist, ingegneri di processo e figure ibride capaci di integrare IA e produzione, l’investimento rischia di restare sottoutilizzato.

In questo senso, destinare almeno il 60% delle risorse pubbliche alla formazione appare coerente con le migliori pratiche internazionali: l’IA è prima di tutto una trasformazione organizzativa, non soltanto tecnologica.

  1. La stima degli effetti di una politica industriale mirata a favore dell’adozione dell’IA nel manifatturiero indica un possibile incremento della produttività complessiva dell’economia italiana tra 2 e 3 punti percentuali nel medio periodo.

Si tratta di una stima ambiziosa ma non irrealistica. Considerato il peso del manifatturiero sul valore aggiunto nazionale e gli effetti di spillover tecnologico che possono estendersi ai servizi collegati (logistica, design, consulenza, ICT), un’accelerazione diffusa dell’adozione potrebbe generare un impatto macroeconomico significativo.

Tuttavia, tale incremento non va interpretato come immediato: gli effetti sulla produttività delle tecnologie digitali tendono a manifestarsi gradualmente, una volta completato il processo di apprendimento organizzativo.

  1. L’ipotesi di un intervento massiccio di politica industriale pari a circa 10 miliardi di euro, basato su un contributo a fondo perduto del 40% degli investimenti in IA nel manifatturiero, appare coerente con gli ordini di grandezza sopra indicati.

Se si considera:

  • una platea potenziale di decine di migliaia di imprese manifatturiere;
  • un investimento medio nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro;
  • una copertura pubblica del 40%;

l’ammontare complessivo stimato risulta compatibile con una strategia pluriennale (ad esempio su 3–5 anni). In termini di finanza pubblica, 10 miliardi distribuiti su più esercizi rappresentano un impegno significativo ma non straordinario, soprattutto se confrontato con i potenziali benefici in termini di crescita del PIL, gettito fiscale e occupazione qualificata.

La condizione essenziale, tuttavia, è l’efficacia del disegno degli incentivi: criteri selettivi, monitoraggio dei risultati, premialità per la formazione e integrazione con le politiche universitarie e tecniche.

  1. Il ritardo italiano nell’adozione dell’intelligenza artificiale è documentato e significativo nel confronto europeo. Le differenze rispetto alla Germania segnalano un rischio concreto di perdita di competitività nelle catene globali del valore.

Le evidenze empiriche mostrano che:

  • l’IA è associata a un differenziale di produttività superiore al 10%;
  • dimensione, export, digitalizzazione e incentivi sono determinanti chiave;
  • le competenze rappresentano il principale collo di bottiglia;
  • una politica industriale mirata potrebbe generare un aumento della produttività aggregata tra 2 e 3 punti percentuali.

L’investimento pubblico stimato in circa 10 miliardi di euro non deve essere letto come un costo, ma come una scelta strategica di politica industriale. In un Paese che soffre di stagnazione della produttività da oltre due decenni, l’intelligenza artificiale non è una opzione tecnologica tra le altre: è una leva strutturale per rilanciare crescita, salari e competitività internazionale.

La vera urgenza non è solo finanziare l’IA, ma costruire un ecosistema integrato di tecnologia, formazione e organizzazione. Senza questa visione sistemica, il divario con le economie più avanzate rischia di ampliarsi ulteriormente; con essa, l’Italia può trasformare un ritardo in un’opportunità di modernizzazione profonda del proprio sistema produttivo.

 

**Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

**Gruppo Moneta Fiscale