“Quando l’Italia era all’avanguardia: energia nucleare, informatica e moneta fiscale” di Giovanni Scanagatta e Stefano Sylos Labini

Quando l’Italia era all’avanguardia: energia nucleare, informatica e moneta fiscale

Giovanni Scanagatta* Stefano Sylos Labini**

L’Italia molte volte si è trovata all’avanguardia a livello mondiale. Nell’energia nucleare all’inizio degli anni ‘60 il nostro era il terzo paese dopo Stati Uniti e Inghilterra. Enrico Mattei, oltre a praticare una politica energetica autonoma dalle “Sette Sorelle”, aveva creato l’Agip Nucleare ed aveva costruito la prima centrale a Borgo Sabotino, vicino a Roma, mentre Felice Ippolito si era lanciato in un ambizioso piano di sviluppo dell’energia nucleare creando il CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) e costruendo la centrale del Garigliano. Dunque all’inizio degli anni ‘60 l’Italia era proiettata nel settore nucleare per usi civili ma questa esperienza si concluse rapidamente. Enrico Mattei scomparve in un oscuro incidente aereo alla fine del 1962 mentre Felice Ippolito fu arrestato all’inizio del 1964 dopo una campagna di stampa orchestrata da Giuseppe Saragat per conto dei petrolieri che avversavano l’energia nucleare. Ippolito fu condannato a 11 anni di carcere per dei reati infondati e ne scontò due prima di ricevere la grazia da Saragat diventato nel frattempo Presidente della Repubblica. Così l’energia nucleare ricevette un colpo mortale anche se poi venne rilanciata negli anni ‘70 con la costruzione della centrale di Caorso. Ma nel 1986 l’incidente di Chernobyl e il referendum conseguente chiusero l’esperienza dell’energia nucleare in Italia.

Nell’informatica Adriano Olivetti aveva lanciato la Divisione Elettronica negli anni ‘50 con la convinzione che rappresentasse il futuro della comunicazione. Nel 1959 inventò l’Olivetti Elea (Elaboratore elettronico aritmetico), il computer più potente al mondo dell’epoca. Elea fu il primo computer a stato solido progettato e prodotto in Italia; il principale concorrente era l’americana IBM. Nel 1960, a soli 58 anni, Olivetti ebbe un ictus e il suo primogenito Roberto prese il timone dell’azienda. Con l’ingegnere Pier Giorgio Perotto, guidò un team di progettazione che costruì la famosa Programma 101: la prima calcolatrice programmabile al mondo, lanciata alla Fiera Mondiale di New York del 1964. Una decina di questi “supercalcolatori” fu venduta alla NASA che li usò per pianificare l’allunaggio dell’Apollo 11 alla fine degli anni ’60. La crisi Olivetti avviene con la caduta del tasso di crescita dell’economia italiana del 1963-64 che comportò un brusco calo della domanda e una conseguente contrazione nella vendita dei prodotti Olivetti. Gli utili diminuirono e l’autofinanziamento si ridusse a zero. Ma, mentre gli Stati Uniti investivano nella tecnologia dell’informazione, il governo italiano non lo faceva e così l’Olivetti fu costretta a vendere il business di mainframe alla General Electric nel 1964 ponendo fine allo sviluppo dell’informatica in Italia.

Negli ultimi anni l’Italia ha introdotto uno strumento innovativo di politica economica basato sull’uso di crediti fiscali trasferibili, in particolare nel settore edilizio e dell’efficienza energetica. Così i beneficiari potevano cedere il credito a terzi, trasformandolo di fatto in una leva di finanziamento per investimenti privati senza un immediato esborso di liquidità da parte dello Stato.

L’utilizzo dei crediti fiscali trasferibili è stato ampliato in modo significativo a partire dal 2020, nel contesto delle misure di sostegno all’economia successive alla pandemia. Secondo i dati ufficiali, nel periodo 2021–2023 il rapporto debito pubblico/PIL è diminuito di oltre 20 punti percentuali, passando dal 155 al 134%. Tuttavia, l’ampia diffusione dei crediti fiscali ha anche evidenziato criticità gestionali, tra cui l’assenza di controlli preventivi, i continui cambi normativi e la mancanza di un tetto alle emissioni. Alla luce di tali problemi, nel 2024 il governo ha deciso di eliminare la possibilità di cedere crediti fiscali.

Nel frattempo strumenti simili venivano adottati anche in altri paesi. Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act del 2022 ha introdotto i Transferable Tax Credits a livello federale per incentivare gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni. Secondo stime del Dipartimento del Tesoro statunitense, questi crediti hanno contribuito a mobilitare centinaia di miliardi di dollari di investimenti privati nel settore energetico, favorendo la diffusione delle tecnologie pulite senza ricorrere esclusivamente a spesa pubblica diretta.

Per concludere, i crediti fiscali trasferibili possono rappresentare un potente strumento di politica economica, in un contesto di elevata incertezza e di vincoli di bilancio stringenti, il dibattito sul loro utilizzo rimane aperto. Abbandonare questo strumento può rappresentare un errore strategico per il nostro Paese come è accaduto per l’energia nucleare e l’informatica.

  *Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

**Gruppo Moneta Fiscale

“Diffusione del telelavoro nell’industria e nei servizi: la spinta del Covid e il mantenimento dei traguardi raggiunti” di Giovanni Scanagatta

DIFFUSIONE DEL TELELAVORO NELL’INDUSTRIA E NEI SERVIZI: LA SPINTA DEL COVID E IL MANTENIMENTO DEI TRAGUARDI RAGGIUNTI

Giovanni Scanagatta*

  1. La diffusione del telelavoro in Italia

Come è noto, il Covid ha impresso una grande spinta alla diffusione del telelavoro nel nostro Paese, soprattutto nel settore dei servizi ma anche in quello dell’industria. Il fenomeno ha mostrato grande dinamismo anche nel settore dell’insegnamento a distanza, sia nelle scuole di ogni ordine e grado che nelle università. Dopo il Covid, i tassi di diffusione si sono mantenuti e, in alcuni casi, sono aumentati.

Il fenomeno naturalmente ha diverse conseguenze: non è più necessario spostarsi da casa al luogo di lavoro con risparmio di tempo, non si inquina a causa degli spostamenti, è più semplice conciliare gli impegni di lavoro con quelli della famiglia e così via.

Il seguente grafico mostra la diffusione del lavoro a distanza nell’industria e nei servizi prima del Covid, nel 2023 e nel 2024. Viene inoltre indicata la distribuzione per classi di addetti (fonte Centro Studi Confindustria, Indagine sul lavoro del 2025).

Prima del Covid, la diffusione del telelavoro era piuttosto bassa con percentuali inferiori al 10% nell’industria; i servizi superavano di poco questa percentuale. Si nota una correlazione positiva in funzione delle classi di addetti delle imprese: poco superiore al 5% nella classe di addetti 1-15; intorno all’8% nella classe 16-99 e 20% nella classe con 100 addetti e più. Dopo il Covid, osserviamo un vero e proprio salto della diffusione del telelavoro. L’industria supera il 25% e i servizi si avvicinano al 40%. Si accentuano le differenze in funzione della dimensione delle imprese: 23% quelle con 1-15 addetti, 35% le imprese con 16-19 addetti e quasi il 70% le imprese con 100 addetti e più. Tra il 2023 e il 2024 i servizi hanno migliorato la loro posizione nei confronti dell’industria, come le imprese di maggiori dimensioni (16-99 addetti e 100 addetti e più).

        GRAFICO

 E’ interessante un confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea ed extra- UE riguardo alla diffusione del telelavoro.

  1. I Paesi dell’Unione Europea

Nel 2023 circa 22 % degli occupati nell’UE ha lavorato da casa almeno occasionalmente, in aumento rispetto ai livelli pre-pandemia (circa 13 % nel 2019).

Variazioni tra Stati membri

Paesi Bassi e Nordici: i tassi più elevati – ad esempio i Paesi Bassi raggiungono oltre il 50 % degli occupati che lavorano da casa almeno in parte. Svezia, Finlandia, Danimarca, Lussemburgo: tra il 40 % e il 45 %. Germania: circa 24 %. Italia e Spagna: valori significativamente più bassi (< 15 %), sebbene in crescita rispetto al passato. Europa orientale (Romania, Bulgaria): le percentuali più basse, attorno al 2-3 %.

Differenze strutturali intra-UE
Le variazioni riflettono la diversità nei settori produttivi (più servizi avanzati nei Paesi nordici e occidentali), nel grado di digitalizzazione e nella cultura del lavoro flessibile.

  1. Paesi Extra-UE: tendenze globali

Negli USA oltre il 22-23 % della forza lavoro ha svolto telelavoro almeno parzialmente (2024), con molte offerte di lavoro ibride o remote già strutturate nel mercato. Il modello ibrido è dominante e preferito dalla maggior parte dei lavoratori, con la maggior parte dei posti di lavoro tecnici e professionali che includono opzioni flessibili.

Asia-Pacifico
Australia e Nuova Zelanda mostrano livelli relativamente alti di lavoro da casa (circa 33-36 %), simili o superiori a molti Paesi europei. Giappone e Corea del Sud hanno tassi più bassi, con la cultura aziendale più tradizionale che favorisce ancora la presenza in ufficio e tassi stimati di telelavoro significativamente inferiori.

4. Trend globale più ampio

Studi globali indicano che Nord America, Europa e Australia guidano l’adozione del telelavoro, mentre l’Asia orientale e molte economie emergenti mantengono livelli più bassi. Anche a livello mondiale si osserva una stabilizzazione dopo i picchi pandemici: molti lavoratori ora adottano modelli ibridi piuttosto che esclusivamente da casa.

  5. Confronto sintetico (Italia vs EU vs extra-UE)

Area / Paese Tasso telelavoro post-Covid Caratteristiche degne di nota
Italia bassa/media (≈ <15 % nei dati recenti) figura tra i Paesi UE con minore diffusione formale di telelavoro
EU27 media ≈ 22 % Adozione diffusa ma con grande variabilità interna
Paesi Bassi / Nordici ≈ 40-52 % Leader europei, forti sistemi di servizi e digitalizzazione
USA ≈ 22-23 % (telelavoro) + alta quota di ibrido ) Modello ibrido molto diffuso, forte ruolo del settore privato
Australia / NZ ≈ 33-36 % Livelli simili a quelli europei avanzati
Giappone / Corea basso (sotto 20 % e spesso molto inferiore) Culture lavorative più orientate alla presenza fisica

    1. Considerazioni finali

    L’Italia mantiene tassi di telelavoro più bassi rispetto a molti Paesi UE occidentali e extra-UE sviluppati, riflettendo la struttura economica, la digitalizzazione e norme contrattuali specifiche.
    Il Nord Europa e i Paesi Bassi mostrano  livelli più elevati nell’UE, spesso legati a settori di servizi avanzati e forte domanda di flessibilità. Gli USA e Australia confermano che il telelavoro, particolarmente in forma ibrida, è ormai una componente stabile dei sistemi lavorativi post-pandemia. In molte aree extra-UE (es. Asia orientale) il lavoro da casa resta residuale, spesso per motivi culturali, normativi o di natura del lavoro stesso.

    *Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

    Tra cristologia storica e simbolismo esistenziale: una critica a “Gesù e Cristo” (Vito Mancuso) di Giovanni Scanagatta

    TRA CRISTOLOGIA STORICA E SIMBOLISMO ESISTENZIALE: UNA CRITICA A “GESU’ E CRISTO” DI VITO MANCUSO

    Giovanni Scanagatta*

    Nel suo ultimo libro, Gesù e Cristo, Vito Mancuso riprende una distinzione che ha attraversato più di un secolo di ricerca biblica e teologica: quella tra il Gesù storico e il Cristo della fede. L’autore non si limita a descrivere la tensione, ma vi costruisce sopra un’intera architettura teologica, restituendo al “Cristo” un valore prevalentemente simbolico e all’etica di Gesù la centralità normativa dell’esperienza cristiana. Proprio questa operazione, alquanto spiazzante, merita un’analisi critica.

    1. Gesù senza kerygma? Il limite di un’eccessiva polarizzazione

    Mancuso adotta una separazione netta tra Gesù e Cristo, presentando il primo come maestro etico e il secondo come elaborazione teologica della comunità credente. Questa impostazione sembra derivare da una linea esegetica analizzata da autori come Bultmann, ma Mancuso la radicalizza ulteriormente sottraendo quasi del tutto a Gesù qualsiasi dimensione escatologica.

    Il problema, sul piano teologico, è duplice:

    • elimina la continuità tra evento Gesù e proclamazione apostolica, continuità che la maggior parte della ricerca non riduce a una mera invenzione post-pasquale;
    • rende difficile spiegare perché una figura considerata solo come maestro morale abbia generato una tradizione cristologica così forte e immediata.

    Il rischio è di ricadere in un nuovo Gesù liberale, eticizzato, modellato sull’orizzonte antropologico dell’autore.

    1. Una cristologia “bassa” che fatica a reggere la struttura del Nuovo Testamento

    L’interpretazione del Cristo come “principio simbolico dell’unità dell’essere” permette a Mancuso di proporre una visione inclusiva e universalista, coerente con la sua filosofia della coesione. Tuttavia, da un punto di vista cristologico, questa lettura presenta almeno tre criticità:

    1. Evidente distanza dal dato neotestamentario:
      Le cristologie presenti in Filippesi 2, Colossesi 1, Giovanni 1 e nel corpus paolino non possono essere facilmente ridotte a un’elaborazione simbolica della comunità. La maggior parte degli studiosi rileva che già le prime formulazioni cristiane sono fortemente elevate.
    2. Problema della mediazione salvifica:
      Se Cristo diventa simbolo, la domanda rimane senza fondamento ontologico. Che cosa significa “salvare” in un sistema dove non esiste un’azione reale di Dio nella storia, ma solo un simbolo ispiratore?
    3. Perdita del nesso pasquale:
      La risurrezione viene interpretata come passaggio simbolico e non come evento. Questo svuota la logica interna del cristianesimo primitivo, che trova nella Pasqua non un archetipo esistenziale, ma un fatto fondativo.

    1. Antropologia teologica: forza o cedimento?

    Uno dei contributi più noti del pensiero di Mancuso è la sua antropologia spirituale, centrata sul concetto di libertà e sull’idea di un universo orientato verso la coesione. Nel libro, questa visione sincretista diventa la chiave per reinterpretare Cristo come “forma suprema dell’umanizzazione”.

    La prospettiva solleva questioni teologiche importanti:

    • teleologia cosmica non dimostrata: la concezione evolutiva dell’essere verso l’armonia non trova un fondamento né nelle Scritture né in una teologia della creazione classica;
    • insufficiente distinzione tra ordine naturale e soprannaturale: Mancuso rifiuta la trascendenza ontologica del Logos, ma mantiene un linguaggio spirituale che sembra richiedere proprio ciò che teologicamente esclude;
    • riduzione del mistero cristiano al paradigma etico: l’esperienza sacramentale, ecclesiale ed escatologica risulta marginale, come se la dimensione morale potesse esaurire l’intera esperienza cristiana.
    1. Ecclesiologia implicita: l’assenza problematica

    La posizione di Mancuso implica un modello di Chiesa radicalmente decentrato rispetto alla tradizione: comunità etica, non corpo di Cristo; luogo di ricerca spirituale, non spazio sacramentale della presenza. Questa impostazione risulta teologicamente problematica:

    • contraddice la struttura sacramentale della fede cristiana, basilare in tutte le confessioni storiche (non solo cattolica);
    • svuota di significato la nozione di Tradizione come trasmissione vivente dell’esperienza apostolica;
    • rende superflua l’istituzione ecclesiale, ridotta a “facilitatore morale”.

    Il risultato è una cristologia che regge solo in una Chiesa che non è più Chiesa.

    1. Conclusione

    Gesù e Cristo di Mancuso è un testo provocatorio e molto discutibile sul piano teologico. In Mancuso il linguaggio religioso tradizionale sembra diventare opaco. Dal punto di vista teologico, il suo progetto presenta limiti sostanziali:

    • riduce la cristologia a un’antropologia spirituale,
    • indebolisce la dimensione ontologica del Cristo,
    • sottrae alla Pasqua il suo carattere di evento,
    • e propone un cristianesimo senza vera ecclesiologia.

    Il risultato è un sistema difficilmente compatibile con il cristianesimo storico nelle sue forme bibliche, patristiche e conciliari.

    Un libro, in definitiva, che lascia aperta la domanda decisiva:
    “se Cristo è solo simbolo, cosa resta del Cristianesimo come evento”? La risposta è una sola: “la vera Fede non può separare la figura e il messaggio di Gesù di Nazareth dalla realtà del cristianesimo nei suoi duemila anni di storia”.

    *Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

    “La proposta: se aumentano gli investimenti, maggiori benefici per gli utenti” a cura di Giovanni Scanagatta e Stefano Sylos Labini

    Avvenire, 9 novembre 2025

    LA PROPOSTA: SE AUMENTANO GLI INVESTIMENTI, MAGGIORI BENEFICI PER GLI UTENTI 

    Banche ed energia, la concertazione conviene più della extra-tassazione

    Giovanni Scanagatta* Stefano Sylos Labini**

    Negli ultimi anni, il dibattito sulla tassazione degli extraprofitti delle banche e delle grandi imprese energetiche è tornato al centro dell’agenda politica ed economica italiana. La crisi pandemica, le guerre in Ucraina e Palestina e l’andamento dei tassi d’interesse hanno generato forti squilibri nei mercati: da un lato, famiglie e imprese si sono trovate a fronteggiare rincari e inflazione; dall’altro, alcuni settori – in particolare quelli bancario ed energetico – hanno registrato utili eccezionali, spesso definiti “extraprofitti”. La dinamica dei tassi di interesse ha avuto un effetto sui bilanci degli istituti di credito. Gli interessi sui prestiti sono cresciuti rapidamente, mentre la remunerazione dei depositi è rimasta a lungo quasi ferma. Questo differenziale – definito come margine di interesse – ha prodotto guadagni straordinari per il sistema bancario, a fronte di un costo sociale elevato: imprese e famiglie hanno dovuto sostenere oneri più pesanti per mutui e finanziamenti, in un contesto economico già fragile. Il settore energetico italiano è storicamente dominato da pochi grandi operatori — tra cui Eni, Enel, Edison e altri gruppi internazionali — che operano in un contesto di oligopolio naturale. La crisi energetica del 2022, esplosa con la guerra in Ucraina e la conseguente impennata dei prezzi di gas e petrolio, ha evidenziato come questo tipo di mercato tenda ad amplificare gli utili delle imprese dominanti quando la volatilità dei prezzi cresce. Nonostante i costi di approvvigionamento siano stati in parte calmierati nel tempo, i bilanci delle principali aziende energetiche hanno mostrato profitti record. La ragione è semplice: i prezzi finali al consumatore non si sono adeguati con la stessa rapidità con cui sono diminuiti i costi di produzione, generando margini straordinari. In un contesto di oligopolio, la concorrenza non è sufficiente a riequilibrare automaticamente il mercato. Una tassazione sugli extraprofitti energetici e delle banche, dunque, rappresenta una misura correttiva volta a compensare le distorsioni di mercato e a restituire parte del valore accumulato a favore della collettività. I proventi di questa imposta potrebbero essere destinati a politiche di transizione ecologica e digitale, maggiori spese sociali, interventi di sostegno alle famiglie vulnerabili contro il caro-bollette e il costo dei mutui. Il problema dell’aumento della tassazione sulle imprese energetiche e sulle banche sta nel fatto che il maggiore carico fiscale sarà facilmente scaricato sui prezzi finali ai consumatori e ai clienti perché in regime di oligopolio il potere sta nelle mani dell’offerta e non della domanda: allo stesso modo di un aumento dei costi diretti, anche l’aumento della tassazione sulle imprese energetiche e sulle banche può diventare un fattore inflazionistico.

    C’è poi il problema dell’elusione fiscale. Secondo il rapporto di Tax Justice Network tra il 2016 e il 2021 l’Italia ha perso 22 miliardi di dollari di tasse che sarebbero dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le imposte sono più leggere: cinque dei primi dieci paradisi fiscali più utilizzati dalle multinazionali per pagare meno imposte si trovano proprio nel continente europeo. Svizzera, Olanda, Jersey (l’isola più grande del Canale della Manica, tra il Regno Unito e la Francia), Irlanda e Lussemburgo sono nella top ten mondiale delle giurisdizioni che favoriscono gli evasori fiscali delle grandi corporation. Dunque, se la strada di una maggiore tassazione degli enormi profitti delle imprese energetiche e delle banche è irta di ostacoli e può essere controproducente, l’opzione alternativa potrebbe essere quella di una politica di concertazione per spingere le imprese e le banche ad investire di più sul territorio nazionale riducendo i dividendi che vengono distribuiti agli azionisti e ad abbassare i prezzi finali dell’energia e il costo del credito a imprese e famiglie. In sintesi, maggiori investimenti e prezzi più bassi in cambio di un aumento molto leggero della tassazione. Nel settore energetico, poiché lo Stato detiene ancora il 30% del capitale di Eni ed Enel, forse potrebbe essere più facile: queste imprese potrebbero aumentare gli investimenti in ricerca e in innovazione e potrebbero spingere al ribasso i prezzi di gas, benzina e elettricità. Di conseguenza, le altre imprese si dovrebbero adeguare: i benefici per gli utenti/consumatori diventerebbero rilevanti su ampia scala. Per concludere, crediamo che la strada maestra per arginare queste distorsioni del mercato oligopolistico che favoriscono il conseguimento di profitti enormi penalizzando famiglie e piccole imprese sia una nuova politica dei redditi basata sulla concertazione con le grandi aziende energetiche e con le banche.

     

    * Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”
    **Gruppo Moneta Fiscale

    “L’intelligence economica nell’incertezza geopolitica mondiale” a cura di Giovanni Scanagatta

    L’INTELLIGENCE ECONOMICA NELL’INCERTEZZA GEOPOLITICA MONDIALE

    Giovanni Scanagatta*

    La guerra commerciale con i dazi di Trump e la crisi del multilateralismo stanno evidenziando sempre di più l’importanza dell’intelligence economica per la sicurezza degli Stati e la competitività delle imprese.  

    L’intelligence economica è la ricerca e l’elaborazione di notizie finalizzate alla tutela degli interessi economici, finanziari, industriali, scientifici e tecnologici di un Paese ad opera dei suoi servizi di informazione (M. Ortolani, Intelligence economica e conflitto geoconomico, goWare, Firenze, 2020).

    In un mondo sempre più interconnesso e al tempo stesso instabile, l’intelligence economica emerge come uno strumento strategico fondamentale per affrontare l’incertezza geopolitica. Guerre commerciali, conflitti armati, crisi energetiche e mutamenti nelle alleanze internazionali pongono nuove sfide sia agli Stati che alle imprese. In questo scenario, la capacità di raccogliere, analizzare e utilizzare informazioni economiche in modo tempestivo e mirato può fare la differenza tra sopravvivenza e fallimento.

    Più precisamente, l’intelligence economica è un insieme di attività che mirano a raccogliere, elaborare e proteggere informazioni rilevanti per il vantaggio competitivo e la sicurezza economica. Essa comprende: raccolta di informazioni su mercati, concorrenti, regolamentazioni e rischi; analisi strategica per supportare decisioni aziendali o politiche pubbliche; protezione del patrimonio informativo (contro spionaggio industriale, cyber attacchi, fuga di dati); influenza per orientare decisioni e descrizioni nei mercati e presso gli attori istituzionali.

    Il sistema internazionale sta vivendo un periodo di instabilità e frammentazione. Alcuni elementi chiave che alimentano l’incertezza sono:

    • la guerra su larga scala in Europa, con l’invasione russa dell’Ucraina;
    • La crescente rivalità USA-Cina, che ha forti ripercussioni su commercio, tecnologia e finanza;
    • La crisi del multilateralismo, con istituzioni internazionali spesso paralizzate o delegittimate;
    • L’uso strumentale delle risorse energetiche e alimentari come leve di pressione politica;
    • Il rischio crescente di cyber-attacchi e guerre ibride, che colpiscono infrastrutture critiche e sistemi economici.

    In questo contesto, le imprese si trovano esposte a minacce asimmetriche che non derivano solo dai tradizionali rischi di mercato, ma anche da decisioni politiche, sanzioni, instabilità sociale e conflitti.

    Nei Paesi con una visione avanzata dell’intelligence economica (come Francia, Stati Uniti e Cina), le istituzioni pubbliche collaborano attivamente con il settore privato. Si crea così un ecosistema di sicurezza economica e competitività nazionale. In altri contesti, l’intelligence economica è ancora vista come un’attività elitaria o legata esclusivamente alla sicurezza statale.

    Le imprese, in particolare quelle che operano su scala internazionale, devono dotarsi di strutture interne o collaborare con partner esterni per l’elaborazione di scenari geopolitici, analisi di rischio-paese, valutazione delle catene di fornitura e gestione della reputazione.

    L’intelligence economica deve affrontare diverse sfide: etica e legalità cioè come raccogliere informazioni in modo legittimo, senza cadere in pratiche illecite; sovraccarico informativo, ovvero distinguere il segnale dal rumore in un mare di dati; competenze cioè formare analisti in grado di integrare economia, geopolitica, tecnologia e comunicazione; cooperazione pubblico-privato, ovvero superare diffidenze e favorire la condivisione di conoscenze.

    Nel medio e lungo periodo, l’intelligence economica si consoliderà come funzione chiave in ogni organizzazione complessa, divenendo parte integrante della gestione del rischio e della pianificazione strategica.

    In un’epoca segnata da instabilità e grande incertezza, l’intelligence economica non è più un lusso, ma una necessità per le imprese. Essa rappresenta un ponte tra conoscenza e potere, tra analisi e azione. Stati e imprese che sapranno investirvi con visione e competenza saranno in grado non solo di resistere alle turbolenze globali, ma di trasformarle in opportunità per lo sviluppo.

    *Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

    “Alla ricerca di un nuovo ordine mondiale” a cura di Giovanni Scanagatta

    ALLA RICERCA DI UN NUOVO ORDINE MONDIALE

    Giovanni Scanagatta*

    In un contesto globale segnato da instabilità, transizione e ridefinizione degli equilibri, il mondo si affaccia a una nuova epoca storica. Dopo anni di incertezza geopolitica, shock pandemici, guerre regionali e trasformazioni tecnologiche accelerate, il futuro politico, economico e monetario mondiale si disegna con linee ancora sfocate ma portatrici di tendenze  individuabili.

    In questo scenario, Europa e Russia emergono con ruoli cruciali e controversi, mentre il pensiero di figure come Alcide De Gasperi e John Maynard Keynes può offrire ancora oggi spunti fondamentali per orientare le scelte politiche globali.

    La questione del riarmo dell’Europa (il piano Readiness 2030), rievoca il progetto della Ced (Comunità europea di difesa), di cui De Gasperi è stato uno strenuo promotore. La creazione di un unico esercito europeo per De Gasperi era la via alla realizzazione di uno Stato federale europeo, a base popolare, che avrebbe dovuto avviare un positivo cambiamento nelle relazioni sociali ed economiche tra i cittadini europei. I forti princìpi ispiratori dell’europeismo degasperiano possono ancora essere un modello per la politica europea.

    Venne convocata a Parigi una conferenza per discutere il progetto con i Paesi dell’Europa occidentale. I lavori iniziarono nel 1951 e il 27 maggio dell’anno seguente i sei Paesi già membri della Ceca firmarono il Trattato che istituiva la Comunità economica della difesa (Ced), «uno dei più importanti avvenimenti della nostra epoca», come lo giudicò il segretario di Stato americano Acheson. De Gasperi fu tra i più convinti promotori di questo progetto. Durante i lavori della conferenza così si rivolse agli italiani, parlando alla radio, per spiegare gli ideali con cui il Paese partecipava ai lavori per il Trattato: “Non vi parlerò dell’Italia, ma dell’Europa, dell’Europa di domani, di quell’Europa che vogliamo ideare e costruire. Che cosa si intende fare quando si parla di una Federazione europea? Ecco all’ingrosso di cosa si tratta: di una specie di grande Svizzera, che comprende italiani, francesi e tedeschi. […] Ma taluno domanderà perché, a proposito di questa impresa pacifica, si parli sempre di eserciti, di organizzazione militare, di armamenti. Rispondo che così si presentano le cose nella storia. La Svizzera come è nata? Da una necessità di comune difesa. Gli Stati Uniti come sono nati? Da una guerra d’indipendenza, da un ideale di libertà. […] Ecco perché non c’è nulla di strano che questa possibilità si apra proprio nel momento in cui si discute di armi, di necessità di difesa, di mettersi insieme per la difesa delle proprie libertà. Ma non bisogna confondere l’occasione, il mezzo, la via per la costruzione, cioè il punto di partenza, con la costruzione stessa, con il nostro ideale.

    La fase unipolare dominata dagli Stati Uniti è in via di superamento. Al suo posto si afferma un multipolarismo fragile, con Stati Uniti, Cina, Unione Europea, India e Russia che competono su scala globale per l’influenza politica, l’accesso alle risorse e il controllo delle tecnologie strategiche.

    La transizione energetica, quella digitale e le tensioni sui mercati del lavoro e la frammentazione delle catene globali di approvvigionamento hanno minato le basi del modello neoliberista affermatosi dagli anni ’80. Si delinea un’economia più protezionista, più statalista, dove il potere monetario è sempre più uno strumento geopolitico.

    In questo quadro, l’Unione Europea si trova di fronte a un bivio: o rilanciarsi come potenza autonoma, in grado di coniugare solidarietà interna e proiezione esterna, oppure restare marginale nel nuovo scacchiere mondiale.

    La crisi dell’Est Europa, l’attrito con la Russia e le sfide migratorie hanno accentuato le divisioni tra Nord e Sud, Est e Ovest del continente. Tuttavia, lo spirito federalista e lungimirante di Alcide De Gasperi torna oggi di grande attualità. De Gasperi vedeva nell’unità europea non solo un argine alla guerra, ma una necessità economica e culturale. Il suo messaggio è chiaro: “senza una vera politica estera, di difesa e industriale comune, l’Europa rimarrà incompiuta e vulnerabile”.

    Il rafforzamento dell’eurozona e il dibattito su un Tesoro europeo e sugli Eurobond possono rappresentare il primo passo verso un’autonomia strategica europea, anche nel campo monetario. Ma servirà una governance rinnovata, capace di superare gli egoismi nazionali.

    Dopo anni di conflitto e sanzioni, la Russia resta un attore geopolitico centrale, ma in cerca di un nuovo posto nel mondo. Il Paese è oggi fortemente legato a Cina, Iran e India, ma paga un crescente isolamento dal blocco occidentale.

    Mosca, però, ha risorse naturali immense, un apparato militare rilevante e una visione euroasiatica alternativa. Il futuro della Russia dipenderà dalla sua capacità di evolvere da potenza “di resistenza” a “potenza costruttiva, capace di dialogare con Europa e Asia su basi nuove. In questo contesto, l’idea keynesiana della cooperazione economica internazionale potrebbe rappresentare un ponte. A questo riguardo, sono illuminanti le parole di Keynes all’indomani della fine della prima guerra mondiale con il Trattato di Versailles. “Il blocco della Russia, recentemente proclamato dagli Alleati è perciò un provvedimento stolido e miope: blocchiamo non tanto la Russia quanto noi stessi” 

    In sintesi: la doppia eredità di Keynes e di De Gasperi suggerisce la strada di un mondo cooperativo, inclusivo, con l’Europa protagonista responsabile e la Russia integrata su basi economiche sostenibili. Solo così si potrà sperare in un ordine mondiale solido, una stabilità politica ed economica condivisa e una crescita sociale diffusa.

     *Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”