Categorized | Formazione

Intervento di Christian Ferrari, Segretario Generale CGIL Veneto all’incontro UCID, sabato 1 dicembre 2018


Diritti Umani e Organizzazione sociale –
“L’impatto dell’economia globalizzata sulle relazioni sociali ha generato nuove forme di schiavitù di produzione e consumo; il problematico equilibrio fra welfare e mercato”
Christian Ferrari – Segretario generale CGIL Veneto
Convegno UCID – Padova, 1 dicembre 2018


  • Intanto grazie dell’invito e – soprattutto – grazie per aver organizzato questa iniziativa.
    In tanti ci stiamo interrogando sui grandi temi della globalizzazione, delle disuguaglianze, del lavoro, del welfare.
    Tutti argomenti che – ad esempio – sono stati al centro anche del congresso regionale della Cgil che si è concluso da pochi giorni, e che confluiranno nel dibattito del nostro congresso nazionale di gennaio a Bari.
    Il fatto che anche l’UCID si ponga le nostre stesse domande – anche se non è detto che le risposte coincidano, e questo è naturale – fa ben sperare sulla vitalità della società civile, e sulla sua capacità di mettere al centro della discussione pubblica il destino dei nostri sistemi economico-sociali e soprattutto delle nostre stesse democrazie.
    Perché ciò che accade ai primi non può che avere conseguenze dirette – nel breve o medio termine – anche sulle seconde.
    Come dimostrano in maniera sempre più evidente le tensioni che stanno vivendo i Paesi occidentali – al di qua e al di là dell’Atlantico – e i rischi di disgregazione che sta correndo in particolare l’Unione europea.
    Ciò che mi preoccupa – come accennavo – non è l’eventuale diversità di vedute dei vari protagonisti del tessuto produttivo.
    Questo appartiene alla dialettica fisiologica dei diversi portatori di interessi, tra i quali va cercato un equilibrio.
    Quello che invece mi preoccupa è l’assenza – pressoché TOTALE – di QUESTE questioni – che sono decisive per il nostro futuro – nel dibattito e nel confronto politico, tutto concentrato com‟è su una rissa sterile quanto chiassosa, e su argomenti agitati più come arma di distrazione di massa che come questioni complesse da affrontare per trovare soluzioni serie e praticabili.
    L’immigrazione è un esempio plastico di questa tendenza, al punto da occupare – quasi per intero – tutto lo spazio del dibattito pubblico.
    Non mi dilungo su questo, perché oggi – e per fortuna – parliamo d’altro.
    2
    Mi limito a dire che è forte la sensazione che le ricette che si stanno adottando siano dirette più ad acuire il problema che non a risolverlo, anche perché risolverlo farebbe venire meno un formidabile veicolo di propaganda politica e di consenso elettorale.
    Ma per entrare nel merito delle questioni che avete messo all’ordine del giorno della discussione odierna, partirei dai numeri nudi e crudi, per poi provare – seppur schematicamente – ad affrontare il meccanismo di funzionamento del sistema economico in cui siamo immersi ormai da oltre un trentennio, e che viene sinteticamente riassunto nel termine e nel concetto di “globalizzazione”.
    E parto da una prima domanda: com’è distribuita oggi la ricchezza in Italia?
    Ha risposto – in uno degli ultimi bollettini – la Banca d’Italia, che è fonte al di sopra di qualunque sospetto di partigianeria. Quanto meno in una determinata direzione, diciamo così…
    Ebbene: nel nostro paese il 75% della ricchezza nazionale è nelle mani del 30% più ricco della popolazione; l’1% della ricchezza è nelle mani del 30% più povero: il restante 40% di italiani si “barcamena” – passatemi l‟espressione – con il 24% della ricchezza nazionale.
    La forbice è stata certamente allargata dalla crisi economica più lunga e più dura della nostra storia recente.
    Basti pensare che a partire dal 2007 il nostro sistema produttivo ha perso il 25% di capacità produttiva, e tuttavia anche la timida ripresa in corso ormai da un triennio – al netto della frenata del Pil nell’ultimo trimestre, registrata ieri dall’Istat – non ha in alcun modo intaccato questi numeri.
    Siamo ormai arrivati a 5 milioni di poveri assoluti in quella che rimane – nonostante tutto – una delle realtà industriali più forti al mondo.
    Segno inequivocabile che c’è un baco, un cortocircuito del sistema che va affrontato e risolto, perché diversamente nessuna vera inversione di tendenza sarà possibile.
    E quindi – ammesso e non concesso che la crescita diventi più robusta (perché sono invece tanti i segnali che fanno temere se non una nuova recessione, quanto meno un ulteriore rallentamento dell’economia nel 2019) – anche nello scenario più ottimistico, non avremo comunque – alle condizioni date – nessuna garanzia di una più equilibrata distribuzione del benessere e della qualità sociale.
    Il rischio concreto è che convivano – strutturalmente – nuova produzione di ricchezza e crescita della povertà e delle disuguaglianze.
    Il Veneto e l’andamento delle sue dinamiche economiche, lo dimostrano perfettamente.
    Nel 2017 il Pil regionale è cresciuto dell’1,7%, il 2018 si chiuderà verosimilmente con un più 1,3%.
    3
    I cittadini veneti a rischio povertà sono 877.000, il 18% della popolazione. Solo nell’ultimo anno questa platea è cresciuta di 50.000 unità.
    E ben 165.000 sono bambini e minori, il 35% in più rispetto al 2009.
    Altro dato indicativo: 315.000 nostri concittadini rinunciano all’assistenza sanitaria perché non possono sostenerne le spese.
    La crescita – evidentemente – non è accompagnata da una equilibrata redistribuzione della ricchezza; e soprattutto la crescita non sta producendo nuovo lavoro di qualità.
    E anche quest’ultima affermazione è supportata dai numeri: il monte ore lavorate in Veneto è di gran lunga inferiore a 10 anni fa, nonostante il tasso di occupazione (al 66%) sia tornato ai livelli del picco pre-crisi.
    La disoccupazione giovanile invece è ancora al 21%, e sono 107.000 i ragazzi veneti che non studiano né lavorano.
    La precarietà del lavoro tra i 20 e i 34 anni è raddoppiata in 10 anni, e colpisce il 35% dei lavoratori compresi in questa fascia di età.
    Mi fermo qui perché non voglio annoiarvi con i numeri. Ma penso sia sempre buona cosa partire dai dati di realtà, per poi riflettere.
    E vengo ora a quello che – a mio giudizio – è il cuore del problema.
    E mi riferisco al sistema economico c.d. “neoliberista” – inaugurato dal duo Reagan/Thatcher agli albori degli anni ’80 – che ha plasmato e connotato QUESTA fase della globalizzazione, e che nel corso del tempo ha radicalizzato le sue distorsioni e i suoi squilibri, anziché attenuarli.
    Spesso si sente qualcuno eccepire e chiedere – polemicamente – a chi evidenzia le emergenze e le contraddizioni che affliggono le nostre società, cosa sarà mai questo spauracchio – il neoliberismo appunto – che viene continuamente agitato per analizzare e criticare lo stato delle cose presente.
    E non è affatto difficile spiegarlo e rispondere. E farlo mi torna utile anche per affrontare l’altro corno del problema: l’indebolimento dei sistemi di welfare e di protezione sociale.
    Nella precedente fase storica e politica – in quelli che vengono chiamati i “trenta gloriosi” – il sistema capitalistico, seppur tra mille contraddizioni e anche grazie a decenni di lotte e di conquiste da parte del movimento dei lavoratori, aveva raggiunto un suo equilibrio positivo, fondato su un livello dignitoso, giusto dei salari e su uno stato sociale pubblico e universale che sosteneva i cittadini lungo l‟intero corso della vita.
    E l’Europa ne era il grande modello: il “modello sociale europeo”.
    4
    Era il continente dove questo grande compromesso tra lavoro e capitale si era rivelato il più virtuoso, il più fecondo in termini di sviluppo, di uguaglianza, di coesione sociale. E di democrazia.
    Quando i salari scendevano oltre una certa soglia venivano riallineati verso l’alto anche perché – altrimenti – le stesse imprese avrebbero subito le conseguenze di un calo della domanda interna.
    Questo equilibrio era garantito anche da un intervento pubblico nell’economia che vedeva nell’Italia, il c.d. “sistema misto” per antonomasia.
    Quello che ancora oggi è scritto nella nostra Costituzione.
    Sulla carta, perché poi la realtà, la costituzione materiale dei rapporti economici – come noto – ha preso tutta un‟altra piega e direzione.
    Con il nuovo sistema, con il modello di globalizzazione impostata e sviluppata nell’ultimo trentennio, si è invece cominciato a reagire al progressivo e crescente calo della quota salari nella distribuzione primaria del reddito prodotto, NON aumentando le retribuzioni, BENSÌ ampliando la possibilità dei lavoratori di indebitarsi per continuare a soddisfare come prima le esigenze della vita quotidiana proprie e della famiglia. E quindi per sostenere la domanda aggregata.
    Questi debiti sono stati poi cartolarizzati e trasformati in prodotti del mercato finanziario su cui scommettere.
    Alla lunga – evidentemente – questo meccanismo ha prodotto e fatto crescere una gigantesca bolla speculativa che – inevitabilmente – alla fine è esplosa.
    Per salvare gli istituti di credito (la cui situazione è stata aggravata dalla cancellazione della netta distinzione tra banche commerciali e banche d’affari, avvenuta a cavallo tra gli anni „90 e 2000) con in pancia crediti ormai inesigibili, si è ricorso all’indebitamento pubblico, consentendo così agli speculatori di non pagare il prezzo dei loro investimenti ad altissimo tasso di rendimento.
    Per ridurre l’indebitamento pubblico, si è seguita la “cura” dell’austerità, e si è tagliato il welfare.
    In questo modo i lavoratori hanno pagato, qualcuno direbbe “gli è stato estratto valore”, tre volte: quando hanno lavorato con salari inferiori a quanto dovuto, quando hanno pagato gli interessi per i loro mutui, quando infine gli sono state ridotte le prestazioni sociali.
    Esiste quindi – come dicevo – un problema importante di re-distribuzione (il fisco e lo stato sociale), ma ancor prima esiste un problema di distribuzione primaria del reddito.
    Per dirla semplice, e per usare un‟espressione che a qualcuno può apparire antica, ma che in realtà è straordinariamente attuale: esiste una grande questione salariale.
    5
    Faccio l’esempio più classico, di questi tempi: Amazon.
    Negli Stati Uniti – grazie alle lotte sindacali – questo protagonista di primissimo piano della c.d. “Gig Economy” ha deciso recentemente il raddoppio dello stipendio base.
    Ora, proviamo anche solo ad immaginare con che margine lavorano queste multinazionali, questi giganti del web per potersi permettere – da un giorno all’altro – non un aumento cospicuo, ma addirittura il raddoppio degli stipendi senza battere ciglio, e senza subire alcuna tangibile conseguenza nell‟equilibrio economico – finanziario e nella loro reddittività aziendale.
    Proviamo poi a misurare la ridicola (scandalosa) tassazione cui sono sottoposti, grazie alla compiacenza degli Stati nazionali ma soprattutto grazie alla totale libertà di movimento dei capitali, che permette loro di cercare tranquillamente il Paese più conveniente dove investire, e soprattutto dove insediare formalmente la sede fiscale.
    E anche qui troviamo UN’ALTRA delle ragioni della mancanza di risorse per sostenere lo stato sociale.
    Il caso Amazon dimostra due verità:
  1. la prima – la più importante – è che non è vero che il corso delle cose è immutabile, ma se ci crediamo, se ci impegniamo, le cose possono cambiare. Si possono conquistare diritti e dignità per i lavoratori;
  2. la seconda è la conferma di UNO dei pilastri di questo modello di sviluppo e di globalizzazione: la svalutazione competitiva, la svalorizzazione del lavoro e – specularmente – la massimizzazione e la concentrazione dei profitti.
    Per tornare ad una dimensione più concreta, vicina e attuale: questa dinamica è stata portata all’esasperazione – ad esempio – nel sistema delle esternalizzazioni che hanno frammentato i cicli produttivi di larga parte del sistema economico, nella catena infinita degli appalti e dei subappalti, tutti regolati – perfino quando il committente è un soggetto pubblico – dal criterio del massimo ribasso.
    Un risparmio per il committente tutto scaricato sui diritti, sulle tutele, sulle condizioni dei lavoratori, che sono costretti a cambiare cooperativa o società almeno una volta all’anno, e che perdono – ad ogni cambio di appalto, ad ogni giro di questa “giostra infernale” – se non il lavoro, il TFR, i contributi, l‟anzianità e tutti i diritti acquisiti.
    Oltre ad operare in ambienti dove la salute e la sicurezza del lavoro di fatto non esistono.
    Anche questo un altro tema drammaticamente attuale, visto che in questo 2018 la nostra Regione – una delle più ricche, una delle più avanzate, una delle realtà più importanti del manifatturiero non solo italiano ma europeo – vive la vergogna di essere la prima regione italiana per morti sul lavoro.
    6
    Guardate, può sembrare una realtà marginale, ma solo nel settore logistico padovano – faccio l‟esempio visto che siamo qui a Padova – sono impiegati circa 50.000 persone, spesso donne o immigrati, ossia la parte più debole, più esposta, più fragile del mondo del lavoro.
    Una realtà dove molto facilmente si insinua anche la criminalità organizzata, come dimostrano le inchieste e le sentenze ormai definitive.
    Anche qui un esempio concretissimo: il meccanismo del c.d. “doppio ribasso” che la grande distribuzione impone al mondo agricolo.
    Una prima asta in cui vengono selezionati quanti propongono i prezzi più bassi, e una seconda asta – tra questi ultimi – per ottenere un prezzo ancora più vantaggioso per le grandi catene.
    Non occorre essere esperti del settore per individuare in questa modalità una delle cause dirette del dilagare del fenomeno del caporalato.
    Quella forma estrema di sfruttamento – quando non di vera e propria schiavitù – che, da ultimo, ha insanguinato le strade della Puglia quest’estate, con i lavoratori dei campi fatti viaggiare – stipati come bestie – dentro furgoni scassati che – quando si verifica un incidente – diventano trappole mortali.
    Ma il caporalato non è più – e non lo è da tempo – un fenomeno esclusivamente meridionale.
    Interessa – e con numeri importanti – anche le campagne venete e del resto del Nord Italia. Anche in questo caso sono le cronache giudiziarie a testimoniarlo.
    Così come lo sfruttamento del lavoro non riguarda solo la logistica, l’edilizia, l’agricoltura.
    È una realtà diffusa, anche nelle nuove professioni digitali.
    Qualcuno ha parlato di nuovo “proletariato digitale” per descrivere la condizione di tanti ragazzi, solo in Italia circa mezzo milione, che – altamente professionalizzati – operano sul web per committenti piccoli e grandi.
    Negli Stati Uniti – nei casi più estremi – vengono pagati 2 dollari l’ora.
    E non ho ancora fatto cenno al fattore che – almeno fino ad ora – sta acuendo le distorsioni del sistema economico vigente: la rivoluzione tecnologica in corso, che procede con un’accelerazione di gran lunga superiore alle capacità umane di adattamento.
    L’idea che ha preso piede è che si tratti di un processo neutro, ineluttabile, con delle regole intrinseche che sono immutabili.
    Si tratta invece di un fenomeno umano, quindi condizionabile, indirizzabile, governabile.
    7
    Semplicemente, finora è stato gestito e plasmato dai grandi interessi privati che appaiono – perché lo sono – ben più potenti di qualunque governo.
    La disponibilità economica di Apple – solo per fare un nome – è equiparabile – se non superiore – a quello di uno stato occidentale di decine di milioni di abitanti.
    È di gran lunga superiore anche alle grandi aziende industriali tradizionali – penso in particolare a quelle automobilistiche – oltretutto, con un rapporto tra numero dei lavoratori e quantità dei profitti infinitamente più sbilanciato su quest‟ultimi rispetto alle fabbriche tradizionali.
    Se la politica, se le Istituzioni pubbliche, se le parti sociali non si porranno l‟obbiettivo INDISPENSABILE di mettere tutto questo al servizio di tutti, il destino è già segnato: la riduzione di milioni di posti di lavoro, la polarizzazione della società e dello stesso sistema economico, il concentramento di quote enormi di ricchezza, di mercato e di potere finanziario, economico e quindi politico, senza precedenti.
    Per dirla in estrema sintesi: un capitalismo sempre più monopolistico, e un modello di sviluppo che sta producendo enormi profitti e assai poco lavoro.
    Eppure abbiamo a disposizione tutte le competenze e tutte le conoscenze del mondo – come mai prima d‟ora – per mettere questa straordinaria rivoluzione tecnologica al servizio di un numero potenzialmente illimitato di persone.
    Abbiamo tutti di fronte una grande sfida di progresso: le forze politiche e sociali devono riappropriarsi di quel governo politico di questi processi, che è indispensabile per democratizzarli e socializzarli.
    Per noi – evidentemente – il tema è il governo contrattuale di queste trasformazioni, e in particolare come redistribuire: da una parte il lavoro che inevitabilmente si ridurrà e dall’altra l‟aumento potenzialmente enorme della produttività, che – per quanto ci riguarda – non può essere appannaggio esclusivo del capitale, ma deve tradursi in: PIÙ salario, MENO orario e – soprattutto – PIÙ occupazione.
    Mi limito solo a dei titoli: contrattazione d’anticipo sull‟organizzazione del lavoro e della produzione, forme di partecipazione e codeterminazione diffusa, riconfigurazione dei perimetri e degli ambiti contrattuali da una logica di comparto ad una logica di filiera, formazione continua e permanente, questione salariale che esiste anche al tempo di industria 4.0.
    Dico un’ultima cosa, prima di chiudere.
    In mezzo a tutto questo – anzi SOPRA tutto questo – c’è un’emergenza colossale, anche questa ignorata dai principali attori politici italiani, e non solo: la questione ambientale, i mutamenti climatici, il “global warming”.
    Ne abbiamo avuto l’ennesimo “assaggio” i primi di novembre, con il miliardo di danni causati dal maltempo solo in Veneto, e soprattutto con le 32 vittime che hanno funestato da Nord a Sud il nostro Paese.
    8
    Sono tutte questioni che non risolveremo se – come ci viene suggerito dall’ideologia dominante, anzi dall’unica ideologia rimasta in campo – se ci illudiamo di lasciar mano libera al mercato.
    E le soluzioni non le troveranno gli ingegneri – con tutto il rispetto – perché NON SARÀ una formula matematica a trovare un nuovo necessario equilibrio, capace di tenere insieme crescita, ambiente, diritti del lavoro, e un nuovo welfare in grado di farsi carico delle tante fragilità sociali presenti nelle nostre comunità.
    Occorrono la Politica, la filosofia, un nuovo umanesimo che metta al centro di qualunque scelta prima di tutto il destino del pianeta e di chi lo abita.
    Ripeto: abbiamo tutte le conoscenze e gli strumenti che servono – e li abbiamo come mai prima d’ora – per garantire condizioni di vita dignitose e un ambiente sano a miliardi di persone.
    Serve la volontà, la responsabilità e l’impegno fattivo per farlo.
    E serve la consapevolezza che SOLO una dimensione collettiva e transnazionale può avere la massa critica per incidere con efficacia su questi processi.
    Pensare infatti di difendersi da fenomeni epocali e globali come questi, rimanendo al sicuro dei propri confini nazionali è semplicemente ridicolo.
    Certo, la sfida è difficile, e la risposta deve essere all’altezza.
    La strada la stanno cercando in tanti.
    Lo fa – con grande profondità e con la lungimiranza necessaria – l’ultima enciclica di Papa Francesco.
    Siamo a 70 anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, che ha sancito i principi di civiltà più alti ai quali dobbiamo ispirarci: la libertà, l’uguaglianza.
    Mi soffermo in particolare – e concludo – sulla libertà.
    Qualche mese fa è stata data la notizia di alcune persone che, in Sicilia, erano state coinvolte in una truffa ai danni delle assicurazioni, ideata da una vera e propria associazione a delinquere.
    In sostanza, si facevano rompere degli arti – o comunque si facevano infliggere lesioni personali anche gravissime – per incassare dall’assicurazione qualche centinaia o migliaia di euro.
    E le vittime erano per lo più persone in condizioni di esclusione, di fragilità, di disagio sociale e non solo.
    Alessandro Gilioli – un ottimo giornalista dell’Espresso – nel commentare quel terribile episodio, si è misurato con un dato che è stato sottolineato in particolare dagli inquirenti: si trattava di persone che si facevano rompere gli arti in maniera consenziente.
    9
    “A me – ha scritto Gilioli – la vicenda ha riportato alla mente il traffico di reni in India.
    Anche lì le persone erano consenzienti: ragazzi di villaggio poverissimi, spesso con debiti ereditati da padri morti per alcolismo o malattie. Il trafficante non faceva fatica a convincerli.
    Sono consenzienti anche i lavoratori nepalesi che si fanno deportare in Qatar per costruire gli stadi dei prossimi mondiali di calcio, consegnando i loro passaporti alle agenzie interinali, e quindi se stessi ad una condizione di sostanziale schiavitù per un certo numero di anni.
    Sono consenzienti gli eritrei che salgono sui pick-up delle bande libiche che li torturano per tutto il viaggio nel deserto.
    Sono consenzienti i raccoglitori di pomodori che ogni mattina vanno incontro ai loro caporali.
    Sono consenzienti le prostitute straniere o italiane in mano ad una tratta, o semplicemente costrette a subire rapporti sessuali per dar da mangiare a se stesse o ai loro figli.
    Il concetto di consenziente – in condizioni di povertà e di ricattabilità – viene strattonato fino al suo opposto, anche se TECNICAMENTE rimane tale.
    La libertà umana in questi casi resta solo formale, astratta, teorica. La carne del reale dice l’opposto. Non c’è libertà vera se non sei in condizioni di permettertela, di esercitarla realmente.
    Del resto “se non ti piace, prendi le tue cose, quella è la porta e vai”, è un ritornello che viene ripetuto in ogni situazione di sfruttamento, in ogni condizione in cui si è sottopagati, costretti a turni massacranti, o a condizioni di lavoro insicuro.
    “Nessuno ti costringe” – ti dicono – mentre a costringerti è la realtà.
    La libertà – allora – non è un diritto civile.
    La libertà – conclude Gilioli – è prima di tutto un diritto sociale”.
    Se ce ne ricorderemo – anche in questa occasione della ricorrenza della dichiarazione dei diritti dell’Uomo – se agiremo di conseguenza, eviteremo quanto meno il rischio di celebrare una forma vuota, e soprattutto troveremo la forza per trasformarla in sostanza.
    Grazie dell’attenzione.

Leave a Reply