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ILLUSIONE O REALTA’? LA CROCE di GESU’ PER ABITARE IL REALE

ILLUSIONE O REALTA’? LA CROCE di GESU’ PER ABITARE IL REALE

La Meditazione di Pasqua di don Alberto Giacomello, Consulente Ecclesiastico UCID Padova.

Venerdì 27 marzo, 2026

Meditazione di Pasqua 2026

Mito di Issione re dei Lapiti in Tessaglia…..

L’esperienza di fede non cerca di evadere dal mondo ma di riconciliarsi con esso. La parola stessa re-ligione contiene un programma:

Ri-collegare: tornare a connettersi con ciò che ci trascende e ci costituisce.

Ri- leggere: reinterpretare la propria vita e gli eventi alla luce di un senso più ampio.

Ri-scegliere: assumere responsabilmente il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, con il mondo e con Dio.

La fede cristiana non è una fuga dalla realtà, ma un cammino nella storia abitata pienamente. La passione e la morte di Gesù sono la porta d’ingresso. La croce e il mistero pasquale sono il centro di questa abitare responsabilmente la realtà.

Papa Francesco nella Gaudete et exsultate metteva in guardia da due deformazioni: lo gnosticismo che trasforma la fede in un’esperienza interiore (fuga mundi); e un pelagianesimo che esalta la volontà individuale fino a farci credere che la salvezza dipende solo da noi e dal nostro sforzo personale.

Nella passione e morte di Gesù noi entriamo nelle profondità delle ingiustizie di questa realtà; la sua Risurrezione ci spinge ad accettare il fatto che la nostra vita va oltre il nostro controllo.

Propongo due suggestioni a noi che a breve vivremo la celebrazione della Passione e morte del nostro Dio prima nella versione dell’evangelista Matteo (domenica) e poi nella versione di Giovanni (il Venerdì Santo). Una prima pista quella della Signoria di Dio sugli eventi e un Gesù protagonista attivo. Una seconda pista invece nella figura di Giuda il traditore.

Matteo enfatizza il giudizio di Dio più degli altri Evangelisti; la passione è preparata fin dal capitolo 25 con pagine molto severe.

Il giudizio di Dio si attua nonostante le macchinazioni degli uomini: anzi attraverso di esse. Gesù informa i suoi: Sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso (26,2).

Lo vogliono morto e in effetti morirà ma la calendarizzazione della morte non è nelle loro mani.

Matteo Ironizza sul delirio di controllo degli uomini che in realtà non sono altro che strumenti nelle mani di Dio; essi pensano di tenere le mani sul volante della storia in realtà compiono la volontà di Dio. In qualche modo Gesù, nell’obbedienza al Padre, si rende complice della sua stessa Passione.

La signoria di Dio sugli eventi si esprime nell’obbedienza di Gesù al Padre.

Gesù è perfettamente consapevole di essere. Questo trova conferma poco prima dell’arresto nel rimprovero di Gesù a Pietro in cui Matteo aggiunge un versetto che non c’è in Marco: “O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?” (Mt 26,53).

Gesù è consapevole di essere il re degli angeli e di possedere attributi divini, allo stesso tempo non esita a celare le sue prerogative divine per realizzare il giudizio di Dio.

La volontà di Dio si manifesta in modo paradossale: nella mitezza di Cristo al Getsemani, nella sua calma al momento dell’arresto, nel suo silenzio davanti a Pilato, nella sconfitta umana e messianica.

Gesù non subisce gli eventi ma sceglie di viverli pienamente. Annunciare un Gesù passivo e dolorifico è falso. Il dolore non salva, ma salva il dolore vissuto nel mistero di amore di Cristo e adesione alla volontà del Padre.

Vi è poi la figura di colui che lo consegna perché sia adempiuta la scrittura, Giuda.

Se il ruolo di Pietro è identico in Matteo a quello di Marco, riguardo a Giuda Matteo offre dettagli in più raccontando anche il suo suicidio (27,3-10). In superficie la morte di Giuda appare come un esempio della giustizia di Dio: avendo abbandonato Gesù ora Giuda è a sua volta abbandonato dai suoi “amici” (sommi sacerdoti e anziani). Andando in profondità però, l’adempimento delle scritture non è un mero incastro testuale, ma la garanzia che Dio è all’opera anche in eventi che sembrano fuori dalla presenza di Dio. Misterioso intreccio tra la giustizia di Dio e la volontà di Dio. Marco non nomina neanche Giuda nell’ultima cena e scompare presto, Matteo lo tiene presente anche dopo l’arresto. Giuda apre gli occhi sul suo peccato solo dopo la condanna del Sinedrio, prende coscienza della propria azione, restituisce il denaro (27,4), ma a differenza di Pietro, pur consapevole del tradimento, sembra restare al di qua del perdono.

Chi è Giuda? Mazzolari scrive una pagina memorabile: “Giuda, fratello nostro”.

Perché tradisce? Perché non accetta il perdono?

Giuda è l’uomo che resta assorbito dal suo ideale (è fuori dalla realtà) diventa folle per esso e che alla fine resta illuso, deluso, ingannato e si trasforma in un personaggio tragico. Ricorda molto don Chisciotte di Cervantes che sul letto di morte dice: “Io sono nato per vivere morendo”. Giuda non riesce ad accettare che il Maestro non abbia inserito nel suo programma la liberazione militare dalla mano dei Romani. Il tradimento gli sembra l’unico mezzo per forzare la mano al maestro. Giuda forse più di tutti è convinto che Gesù sia il Messia, il nuovo Davide, il Re d’Israele e vuole che usi i suoi attributi divini per la salvezza del popolo. Non riesce a fare i conti con la volontà del Padre.

Impiccandosi Giuda espia la propria colpa; Gesù crocifisso espia le colpe di tutti anche quella di Giuda; il destino del colpevole si intreccia con la morte dell’innocente; lo stesso peccato provoca la morte sia degli ingiusti che quella del Giusto. Al bivio tra accettare il perdono o pagare la propria colpa Giuda sceglie la seconda. Il vero peccato di Giuda non è aver tradito ma aver preteso di voler pagare il suo errore, volerlo espiare, espiare la colpa e non accettare il perdono è il peccato più radicale di chi resta centrato su sé stesso; è il male del mondo.

 

Auguro a tutti una Buona Pasqua.

UCID Padova,  27 marzo 2026

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