“Intelligenza artificiale e produttività dell’industria italiana: l’urgenza di un intervento di politica industriale” di Giovanni Scanagatta e Stefano Sylos Labini

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PRODUTTIVITÀ DELL’INDUSTRIA ITALIANA: L’URGENZA DI UN INTERVENTO DI POLITICA INDUSTRIALE

 

Giovanni Scanagatta* Stefano Sylos Labini**

 

1. Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat (rilevazioni 2024 sull’utilizzo delle tecnologie digitali nelle imprese), circa l’8% delle imprese italiane con almeno 10 addetti dichiara di utilizzare sistemi di intelligenza artificiale. Il confronto europeo evidenzia un divario significativo: la Francia si colloca intorno al 10%, mentre la Germania raggiunge circa il 20%.

Pur considerando la probabile accelerazione registrata nel corso del 2024–2025, favorita anche dalla diffusione di strumenti di IA generativa, il differenziale con la Germania resta ampio e strutturale. Il dato tedesco è più che doppio rispetto a quello italiano e riflette un ecosistema industriale più maturo sul piano della digitalizzazione, della formazione tecnica e della collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca.

Il ritardo italiano nell’adozione dell’IA non rappresenta solo un gap tecnologico, ma un problema macroeconomico. La produttività del lavoro – misurata come valore aggiunto per addetto – costituisce da oltre vent’anni il principale punto debole dell’economia italiana rispetto ai partner europei. In questo contesto, l’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento cruciale per recuperare competitività, soprattutto nel settore manifatturiero, cuore del sistema produttivo nazionale.

  1. Le stime disponibili per il comparto manifatturiero indicano livelli di investimento fortemente differenziati per classe dimensionale:
  • Imprese 10–49 addetti: circa 85 mila euro medi
  • Imprese 50–249 addetti: circa 310 mila euro medi
  • Imprese ≥ 250 addetti: oltre 2 milioni di euro

La media ponderata dell’investimento si colloca attorno ai 420 mila euro per impresa adottante. In termini relativi, ciò equivale a circa il 2% del fatturato nelle piccole e medie imprese e all’1,2% nelle grandi.

Questi ordini di grandezza sono coerenti con le evidenze europee: l’adozione efficace dell’IA non si limita all’acquisto di software, ma richiede integrazione nei processi produttivi, revisione organizzativa, cybersecurity e formazione del personale. Non sorprende quindi che le imprese di maggiori dimensioni presentino investimenti assoluti più elevati, beneficiando di economie di scala e maggiore capacità finanziaria.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda il differenziale di produttività: le imprese che adottano l’IA mostrano un valore aggiunto per addetto superiore di oltre il 10% rispetto a quelle che non la adottano. Questo dato è plausibile e in linea con la letteratura internazionale, che attribuisce alle tecnologie digitali avanzate effetti positivi significativi sulla produttività, soprattutto quando accompagnate da investimenti complementari in capitale umano e organizzazione.

Va tuttavia precisato che tale differenziale non può essere interpretato automaticamente come un effetto causale puro: le imprese più produttive sono spesso anche quelle più innovative e più propense ad adottare nuove tecnologie. La relazione è quindi bidirezionale. Ciò non riduce l’importanza dell’IA, ma suggerisce che la politica industriale debba intervenire in modo sistemico, non limitandosi al solo incentivo all’acquisto di tecnologie.

  1. L’analisi econometrica (modello Logit) condotta sulle imprese manifatturiere italiane individua alcune variabili discriminanti tra adottanti e non adottanti:
  2. Dimensione d’impresa (numero di addetti) – Le imprese più grandi hanno una probabilità significativamente più alta di adottare IA.
  3. Orientamento all’export – Le imprese con una quota di esportazioni sul fatturato pari o superiore al 50% mostrano maggiore propensione all’adozione, per effetto della maggiore pressione competitiva internazionale.
  4. Livello di digitalizzazione preesistente – Le imprese già dotate di infrastrutture digitali avanzate (ERP, cloud, IoT, cybersecurity) adottano più facilmente l’IA.
  5. Accesso agli incentivi pubblici – La presenza di misure di sostegno aumenta la probabilità di investimento.
  6. Localizzazione nel Mezzogiorno – Variabile con segno negativo, coerente con il persistente divario territoriale in termini di capitale umano, infrastrutture e accesso al credito.

Questi risultati sono coerenti con le evidenze europee: l’IA è una tecnologia sistemica, che richiede un ecosistema favorevole. Senza un adeguato livello di digitalizzazione di base e senza competenze interne, l’investimento risulta rischioso e meno redditizio.

  1. Un risultato particolarmente significativo riguarda l’intensità degli incentivi necessari per accelerare l’adozione. Le stime indicano che un contributo pubblico inferiore al 40% dell’investimento difficilmente risulta sufficiente a superare le barriere iniziali, soprattutto per le PMI.

Questo valore è elevato, ma plausibile alla luce di tre fattori:

  • Elevata incertezza sui ritorni dell’investimento;
  • Carenza di competenze interne;
  • Difficoltà di accesso al credito per investimenti immateriali.

Ancora più rilevante è il vincolo delle competenze, identificato come principale ostacolo. Senza tecnici specializzati, data scientist, ingegneri di processo e figure ibride capaci di integrare IA e produzione, l’investimento rischia di restare sottoutilizzato.

In questo senso, destinare almeno il 60% delle risorse pubbliche alla formazione appare coerente con le migliori pratiche internazionali: l’IA è prima di tutto una trasformazione organizzativa, non soltanto tecnologica.

  1. La stima degli effetti di una politica industriale mirata a favore dell’adozione dell’IA nel manifatturiero indica un possibile incremento della produttività complessiva dell’economia italiana tra 2 e 3 punti percentuali nel medio periodo.

Si tratta di una stima ambiziosa ma non irrealistica. Considerato il peso del manifatturiero sul valore aggiunto nazionale e gli effetti di spillover tecnologico che possono estendersi ai servizi collegati (logistica, design, consulenza, ICT), un’accelerazione diffusa dell’adozione potrebbe generare un impatto macroeconomico significativo.

Tuttavia, tale incremento non va interpretato come immediato: gli effetti sulla produttività delle tecnologie digitali tendono a manifestarsi gradualmente, una volta completato il processo di apprendimento organizzativo.

  1. L’ipotesi di un intervento massiccio di politica industriale pari a circa 10 miliardi di euro, basato su un contributo a fondo perduto del 40% degli investimenti in IA nel manifatturiero, appare coerente con gli ordini di grandezza sopra indicati.

Se si considera:

  • una platea potenziale di decine di migliaia di imprese manifatturiere;
  • un investimento medio nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro;
  • una copertura pubblica del 40%;

l’ammontare complessivo stimato risulta compatibile con una strategia pluriennale (ad esempio su 3–5 anni). In termini di finanza pubblica, 10 miliardi distribuiti su più esercizi rappresentano un impegno significativo ma non straordinario, soprattutto se confrontato con i potenziali benefici in termini di crescita del PIL, gettito fiscale e occupazione qualificata.

La condizione essenziale, tuttavia, è l’efficacia del disegno degli incentivi: criteri selettivi, monitoraggio dei risultati, premialità per la formazione e integrazione con le politiche universitarie e tecniche.

  1. Il ritardo italiano nell’adozione dell’intelligenza artificiale è documentato e significativo nel confronto europeo. Le differenze rispetto alla Germania segnalano un rischio concreto di perdita di competitività nelle catene globali del valore.

Le evidenze empiriche mostrano che:

  • l’IA è associata a un differenziale di produttività superiore al 10%;
  • dimensione, export, digitalizzazione e incentivi sono determinanti chiave;
  • le competenze rappresentano il principale collo di bottiglia;
  • una politica industriale mirata potrebbe generare un aumento della produttività aggregata tra 2 e 3 punti percentuali.

L’investimento pubblico stimato in circa 10 miliardi di euro non deve essere letto come un costo, ma come una scelta strategica di politica industriale. In un Paese che soffre di stagnazione della produttività da oltre due decenni, l’intelligenza artificiale non è una opzione tecnologica tra le altre: è una leva strutturale per rilanciare crescita, salari e competitività internazionale.

La vera urgenza non è solo finanziare l’IA, ma costruire un ecosistema integrato di tecnologia, formazione e organizzazione. Senza questa visione sistemica, il divario con le economie più avanzate rischia di ampliarsi ulteriormente; con essa, l’Italia può trasformare un ritardo in un’opportunità di modernizzazione profonda del proprio sistema produttivo.

 

**Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

**Gruppo Moneta Fiscale

“Dalla Nato all’Unione Europea di difesa?” di Giovanni Scanagatta

DALLA NATO ALL’UNIONE EUROPEA DI DIFESA?

Giovanni Scanagatta*

L’ipotesi di annessione della Groenlandia agli Stati Uniti d’America, pur estrema, rappresenta un segnale rivelatore delle profonde trasformazioni in atto negli equilibri geopolitici transatlantici. Un evento di questo tipo potrebbe infatti mettere seriamente in discussione il ruolo stesso della NATO e accelerare un processo già in corso: il progressivo disimpegno strategico degli Stati Uniti dalla sicurezza del continente europeo.

Si tratterebbe di una svolta storica che imporrebbe all’Unione Europea di compiere finalmente un salto di qualità in una delle sue dimensioni più delicate e finora incompiute: la difesa comune. L’esperienza insegna che l’Unione è stata capace di decisioni realmente storiche solo sotto la pressione di grandi crisi. È accaduto con la crisi dei debiti sovrani del 2011, ed è accaduto nuovamente con la pandemia da Covid-19. È auspicabile che anche la questione della sicurezza e della difesa europea diventi un’altra di queste occasioni decisive per il futuro dell’Europa.

L’Unione Europea, gigante economico e politico, continua infatti a rimanere un nano strategico. Questa asimmetria non è più sostenibile in un mondo caratterizzato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, dalla guerra convenzionale nel continente europeo e dall’incertezza circa la solidità delle garanzie di sicurezza esterne. Delegare integralmente la difesa significa, in ultima analisi, rinunciare a una parte essenziale della propria sovranità politica.

In questo contesto, l’Unione Europea ha il dovere storico di onorare il grande pensiero dei padri fondatori. Vale la pena ricordare che la Comunità Europea di Difesa (CED) fu un ambizioso progetto di integrazione militare promosso nei primi anni cinquanta e sostenuto dalla Francia, dall’Italia di Alcide De Gasperi, dal Belgio, dall’Olanda e dal Lussemburgo, successivamente esteso alla Germania Ovest. Il progetto fallì a causa dell’opposizione politica francese, maturata in seguito a un ripensamento strategico e all’allargamento della NATO alla Repubblica Federale Tedesca.

Ancora una volta, la storia europea mostrava la difficoltà di superare paure nazionali e calcoli utilitaristici di breve periodo. Non diversamente era accaduto al termine della Prima guerra mondiale, con il Trattato di Versailles del 1919, quando il primo ministro francese Clemenceau sostenne condizioni durissime alla Germania, accettando solo con riluttanza la proposta americana di creare la Società delle Nazioni. John Maynard Keynes si oppose con forza a quella pace punitiva, arrivando a dimettersi dal suo incarico di rappresentante del Regno Unito, consapevole delle conseguenze destabilizzanti che quelle scelte avrebbero prodotto.

Oggi la storia si presenta nuovamente a un appuntamento fondamentale. L’occasione è quella di dare vita a una vera Unione Europea di Difesa (UED), fondata su un fondo unico alimentato dai contributi dei 27 Stati membri e dotato della possibilità di emettere debito comune per integrarne le risorse. Un simile fondo potrebbe partire con una dotazione dell’ordine di mille miliardi di euro, pari a circa il 5% del Prodotto Interno Lordo dell’Unione Europea.

Un approccio comune consentirebbe economie di scala, riduzione delle duplicazioni nazionali e una maggiore efficienza complessiva della spesa militare. Per fare un esempio concreto, il contributo dell’Italia a un fondo europeo di queste dimensioni sarebbe pari a circa 27 miliardi di euro, con un risparmio enorme rispetto ai circa 110 miliardi di euro che l’Italia dovrebbe sostenere da sola per raggiungere lo stesso obiettivo di spesa in rapporto al PIL. Al tempo stesso, una difesa europea rafforzerebbe l’industria strategica continentale e la credibilità internazionale dell’Unione. Un altro notevole vantaggio è rappresentato dalla maggiore possibilità di ripristinare i rapporti economici e commerciali con la Russia, fondamentali per lo sviluppo della grande Europa, come già sosteneva John Maynard Keynes nel 1919 alla fine della prima guerra mondiale.

Naturalmente, una simile scelta richiede coraggio politico, visione di lungo periodo e la capacità di spiegare ai cittadini che la difesa comune non è un’alternativa allo Stato sociale, ma una sua condizione di possibilità in un mondo sempre più instabile.

Ci auguriamo che l’Unione Europea non perda anche questo appuntamento storico e si dimostri all’altezza del pensiero lungimirante dei suoi padri fondatori. In caso contrario, come metteva in guardia Joseph Ratzinger, l’Europa rischia di uscire progressivamente dalle grandi traiettorie della storia, condannandosi a una marginalità politica e strategica.

 *Professore di Politica economica e monetaria all’Unitelma “Sapienza” dell’Università di Roma

 

Workshop “Strumenti finanziari per l’internazionalizzazione” –  Lunedì 23 febbraio 2026

Workshop “Strumenti finanziari per l’internazionalizzazione” – Lunedì 23 febbraio 2026

E’ stato molto apprezzato da imprenditori e professionisti presenti il primo di una serie di workshop promossi da UCID Roma e svolti presso il Centro Studi Americani, dedicati agli strumenti finanziari a supporto dell’internazionalizzazione delle PMI italiane. Francesca Alicata, responsabile Relazione esterne di SIMEST e AntonioBartolo, Direttore area Centro di SACE, nel corso dell’incontro, introdotto dalla Presidente di UCID Roma, Virgina Desirée Zucconi, ci hanno offerto un’importante occasione di approfondimento operativo sulle opportunità di crescita nei mercati esteri. Il presidente di Lazio Innova, Francesco Marcolini, ha illustrato le prossime misure della Regione Lazio a supporto delle imprese.

 

Nomina Presidente UCID Roma Virginia Desirée Zucconi

Nomina Presidente UCID Roma Virginia Desirée Zucconi

UCID ROMA: VIRGINIA DESIRÉE ZUCCONI È  LA NUOVA PRESIDENTE

 

 Al centro del programma di Ucid Roma per il prossimo triennio giustizia, solidarietà e bene comune seguendo l’invito di Papa Leone XIV per un nuovo patto sociale tra imprese, lavoratori e istituzioni, in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non viceversa.

 

Roma, 6 febbraio 2026Ucid Roma comunica la nomina della nuova Presidente della Sezione, Virginia Desirée Zucconi, che insieme al team del Consiglio Direttivo guiderà il programma del prossimo triennio in linea con la missione dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti e i principi della Dottrina Sociale della Chiesa.

Desidero anzitutto esprimere un ringraziamento sincero e profondo al Consiglio Direttivo per la fiducia che mi è stata confermata. Accolgo questo incarico con senso di responsabilità, gratitudine e spirito di servizio, consapevole del valore della storia dell’UCID e della qualità umana e professionale delle persone che ne fanno parte” commenta Virginia Desirée Zucconi, che, con alle spalle una lunga esperienza e riconosciute capacità di networking professionale, attualmente ricopre il ruolo di Partnership Advisor nella Direzione External Affairs dell’Università Luiss Guido Carli di Roma.

In un momento di rapidi e profondi mutamenti e di un’economia digitale che trasforma radicalmente il mondo del lavoro, UCID è consapevole dell’importanza e centralità del ruolo degli imprenditori e dirigenti e si impegna a seguire l’invito di Papa Leone XIV per un nuovo patto sociale tra imprese, lavoratori e istituzioni, in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non viceversa.

Il Consiglio direttivo nominato dall’Assemblea dei soci vede, oltre la presidente Zucconi, i due vice presidenti Saverio D’Addato, presidente dei Giovani della Sezione, e Cinzia Rossi, i past president Giancarlo Abete, Diego Barbato, Giuseppe Cornetto Bourlot e Giorgio Gulienetti, il segretario Dario Pasquariello, il tesoriere Luigi De Bernardis, e i consiglieri Tonino Cantelmi, Daniele Di Giorgio, Marco Italiano, Roberta Mazzeo, Luca Mazzola e Angela Soccio. Consulente spirituale è Don Luca Angelelli.

Le iniziative che UCID Roma promuoverà nel corso del prossimo triennio saranno realizzate proseguendo il dialogo già avviato da tempo con mondo imprenditoriale, associativo, istituzionale e accademico e avendo come filo conduttore il richiamo del Papa per un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione tecnologica, affinché il progresso non aumenti le diseguaglianze e rimanga al centro la dignità della persona.