“Intelligenza artificiale e possibilità di un modello europeo” di Giovanni Scanagatta e Stefano Sylos Labini

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E POSSIBILITA’ DI UN MODELLO EUROPEO

 

Giovanni Scanagatta* Stefano Sylos Labini**

 

L’intelligenza artificiale (IA) rappresenta oggi uno dei principali campi di competizione economica e tecnologica globale. Il suo sviluppo è segnato da forti dinamiche oligopolistiche e da un rilevante progresso tecnico che richiede grandi investimenti in ricerca e sviluppo.

I mercati sono dominati da poche grandi imprese che usano prezzi, dimensione e innovazione per difendere la loro posizione accrescendo i profitti e influenzando profondamente la velocità del progresso tecnologico.

La teoria economica offre strumenti utili per interpretare questo fenomeno. Joseph Schumpeter sottolineava come l’innovazione sia guidata da grandi imprese capaci di sostenere ingenti investimenti e di alimentare processi di “distruzione creatrice”. In questa prospettiva, una certa concentrazione del mercato può favorire il progresso tecnologico. Tuttavia, Paolo Sylos Labini evidenziava come l’oligopolio possa anche tradursi in barriere all’entrata e rigidità strutturali che ostacolano il processo di sviluppo.

Il settore dell’IA riflette pienamente questa tensione teorica. Da un lato, gli enormi costi di ricerca, dati e infrastrutture rendono inevitabile la presenza di pochi grandi attori dominanti, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina. Dall’altro, il progresso tecnico accumulato da queste imprese crea un vantaggio cumulativo che rende estremamente difficile per nuovi entranti competere su scala globale.

Per l’Europa, il problema non è solo tecnologico, ma anche industriale e politico. Il continente dispone di eccellenze nella manifattura avanzata, nei trasporti, nell’energia e nella robotica, ma manca di piattaforme digitali integrate e di una massa critica comparabile a quella dei principali concorrenti globali.

In questo contesto, una risposta concreta potrebbe essere la creazione di un Consorzio Europeo dell’IA ispirato a esperienze di cooperazione industriale già sperimentate in altri settori strategici. Il consorzio dovrebbe coinvolgere grandi gruppi industriali come Airbus, Mercedes-Benz, Siemens, Alstom, Leonardo, insieme ad altri attori europei nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni e del digitale, oltre a centri di ricerca e istituzioni pubbliche.

Dal punto di vista operativo, il consorzio potrebbe articolarsi su alcuni assi strategici principali. In primo luogo, lo sviluppo di infrastrutture comuni di calcolo ad alte prestazioni, con data center distribuiti sul territorio europeo e accessibili anche a piccole e medie imprese e startup innovative. In secondo luogo, la creazione di una piattaforma condivisa di dati industriali, nel rispetto delle normative europee, per alimentare modelli di IA applicati alla manifattura, alla mobilità e alla transizione energetica.

Un terzo ambito riguarda i settori applicativi prioritari: industria, mobilità intelligente, difesa, sanità ed energia. In questi campi, l’Europa possiede già competenze distintive che potrebbero essere potenziate attraverso l’integrazione con tecnologie di intelligenza artificiale. Il consorzio potrebbe inoltre sviluppare standard aperti e interoperabili, riducendo la dipendenza da soluzioni proprietarie extraeuropee.

Sul piano finanziario, un’iniziativa di questa portata richiederebbe investimenti iniziali nell’ordine di decine di miliardi di euro, sostenuti congiuntamente da capitali pubblici europei (ad esempio attraverso programmi comuni) e da contributi privati delle imprese partecipanti. Un modello di governance pubblico-privato garantirebbe sia l’efficienza operativa sia l’allineamento con gli obiettivi strategici dell’Unione.

Sarà fondamentale che il consorzio mantenga un’impostazione aperta, favorendo l’accesso a nuovi entranti. Allo stesso tempo, coerentemente con l’intuizione di Joseph Schumpeter e Paolo Sylos Labini, dovrà essere in grado di concentrare risorse sufficienti per sostenere innovazioni radicali.

Inoltre, va tenuto presente che l’IA ha un impatto energetico significativo e crescente, con i data center che potrebbero consumare oltre il 3% dell’elettricità mondiale entro il 2030. In questo ambito l’Europa è debole, se consideriamo che le importazioni di energia sono pari ad oltre il 50% dei consumi totali. Si pone dunque con maggiore forza e urgenza il problema dell’indipendenza energetica del Vecchio Continente che sta subendo un grave danno sia dalla guerra in Ucraina che intaccato i rapporti con la Federazione Russa, sia dalla guerra in Iran che potrebbe provocare una recessione molto pesante e addirittura una scarsità degli approvvigionamenti energetici. E’ anche vero che se da un lato l’IA consuma tanta energia, dall’altro può ottimizzare l’efficienza energetica in diversi settori, permettendo di conseguire notevoli risparmi di energia. Tuttavia la crescita esponenziale della potenza di calcolo, che raddoppia circa ogni cinque mesi, solleva preoccupazioni sulla sostenibilità energetica a lungo termine.

In conclusione, il rapporto tra oligopolio, progresso tecnico e intelligenza artificiale impone all’Europa una riflessione strategica profonda. La creazione di un consorzio europeo dell’IA rappresenta una possibile sintesi tra esigenze di scala e tutela della concorrenza: un tentativo di costruire un modello di sviluppo autonomo, capace di coniugare efficienza, innovazione e valori democratici. Solo attraverso un’azione coordinata e ambiziosa l’Europa potrà costruire il proprio modello di sviluppo tecnologico e riaffermare il suo ruolo nel nuovo ordine economico globale.

*Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

**Gruppo Moneta Fiscale

 

“L’offerta di oro: una distinzione fondamentale tra produzione mineraria e riciclo” di Giovanni Scanagatta

L’OFFERTA DI ORO: UNA DISTINZIONE FONDAMENTALE TRA PRODUZIONE MINERARIA E RICICLO

Giovanni Scanagatta*

 

Nel dibattito sull’oro, si tende spesso a considerare l’offerta come un blocco unico, una quantità complessiva che oscilla ogni anno tra le 4.500 e le 5.000 tonnellate. In realtà, questa visione nasconde una distinzione fondamentale, quasi strutturale: l’oro che proviene dalle miniere e quello che ritorna sul mercato attraverso il riciclo sono due fenomeni profondamente diversi, governati da logiche economiche opposte.

L’oro estratto dalle miniere rappresenta la componente “reale” dell’offerta. È il risultato di investimenti industriali, decisioni strategiche di lungo periodo e vincoli geologici. Aprire una nuova miniera richiede anni, spesso decenni, tra esplorazione, autorizzazioni, sviluppo e messa in produzione. Questo significa che la produzione mineraria è intrinsecamente rigida: non può reagire rapidamente ai cambiamenti del prezzo. Anche quando il prezzo dell’oro sale in modo significativo, l’effetto sull’offerta si manifesta solo con un ritardo di diversi anni. Inoltre, la qualità dei giacimenti tende a diminuire nel tempo, aumentando i costi e limitando ulteriormente la capacità di espansione. Tutto questo rende l’oro da miniere una variabile lenta, prevedibile, quasi “inerziale”.

Completamente diversa è la natura dell’oro da riciclo. Questo non deriva da nuova produzione, ma dalla fusione di oro già esistente: gioielli, lingotti, monete, componenti industriali. A differenza delle miniere, il riciclo è estremamente sensibile al prezzo. Quando il valore dell’oro aumenta, famiglie e investitori sono incentivati a vendere: vecchi gioielli vengono fusi, riserve accumulate vengono smobilizzate. Al contrario, quando il prezzo è basso o si prevede un ulteriore rialzo, l’oro viene trattenuto. Il risultato è una componente dell’offerta altamente elastica e reattiva, capace di adattarsi quasi in tempo reale alle condizioni di mercato.

Questa differenza si riflette chiaramente nei dati storici. La produzione mineraria globale si muove lentamente, con variazioni contenute e un trend di crescita che negli ultimi anni ha raggiunto una sorta di plateau intorno alle 3.500–3.700 tonnellate annue. Il riciclo, invece, oscilla in modo molto più marcato: può superare le 1.600–1.700 tonnellate nei periodi di prezzi elevati e scendere sotto le 1.200 quando il mercato è meno favorevole. In termini econometrici, l’elasticità al prezzo del riciclo è elevata (intorno a 0,7–0,9), mentre quella della produzione mineraria è molto più bassa nel breve periodo.

Questa dualità ha implicazioni cruciali per il funzionamento del mercato dell’oro. In particolare, il riciclo svolge una funzione di “ammortizzatore”. Quando il prezzo sale troppo rapidamente, l’aumento del riciclo immette nuova offerta sul mercato, contribuendo a stabilizzare le quotazioni. Al contrario, le miniere non svolgono questo ruolo nel breve periodo: la loro rigidità le rende incapaci di rispondere tempestivamente agli shock.

Si può quindi dire che il mercato dell’oro è governato da una tensione tra due forze: da un lato una componente strutturale, lenta e vincolata (le miniere), dall’altro una componente ciclica, flessibile e quasi finanziaria (il riciclo). È proprio questa interazione che spiega perché il prezzo dell’oro, pur essendo influenzato da fattori macroeconomici e geopolitici, presenta una dinamica relativamente stabile rispetto ad altre materie prime.

Comprendere la differenza tra oro da miniere e oro da riciclo non è solo un esercizio teorico, ma una chiave di lettura fondamentale per interpretare il mercato. Significa riconoscere che non tutta l’offerta è uguale: una parte è lenta, prevedibile e legata all’economia reale; l’altra è veloce, reattiva e profondamente connessa al comportamento degli investitori. Ed è proprio questa seconda componente, spesso sottovalutata, a determinare gli equilibri di breve periodo e a rendere l’oro un asset unico nel panorama delle materie prime.

*Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

“Fondamenti teologici della Dottrina Sociale della Chiesa” di Giovanni Scanagatta

FONDAMENTI TEOLOGICI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Giovanni Paolo II, nella grande Enciclica sociale Centesimus annus del 1991, afferma che la dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana.

Il Papa polacco è stato un grande Maestro di Dottrina sociale della Chiesa e tre sono le Encicliche sociali che ci ha lasciato: la Laborem exercens del 1981, la Sollicitudo rei socialis del 1987, la Centesimus annus del 1991, a cento anni dalla prima enciclica sociale di Leone XIII del 1891, Rerum novarum.

E’ importante anche ricordare che Giovanni Paolo II è stato il promotore del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel 2004 dalla Libreria Editrice Vaticana.

Nell’Introduzione al Compendio, si legge che tre sono le grandi sfide a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio. La prima sfida è quella più grande e riguarda il confine e la relazione tra natura, tecnica e morale, in ordine ai comportamenti da tenere rispetto a ciò che l’uomo è, a ciò che può fare e a ciò che deve essere. E’ esattamente la sfida a cui ci troviamo di fronte con l’Intelligenza artificiale (IA) e con i suoi eccezionali sviluppi. La seconda sfida riguarda la comprensione e la gestione del pluralismo e delle differenze a tutti i livelli: di pensiero, di opzione morale, di cultura, di adesione religiosa, di filosofia dello sviluppo umano e sociale. Si tratta delle conseguenze dell’applicazione dell’IA che sconvolgono tutta la vita dell’uomo nei suoi molteplici aspetti, a partire dalle disuguaglianze economiche e sociali. La terza sfida tocca la globalizzazione che ha un significato più largo e più profondo di quello semplicemente economico, perché nella storia si è aperta una nuova epoca che riguarda il destino dell’umanità.

Sul destino dell’umanità, la tecnica svolge un ruolo determinante non solo come motore dello sviluppo economico e sociale, ma come rivoluzione che tocca il tempo e lo spazio. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione comprimono lo spazio, mentre l’IA comprime il tempo, ma con dei limiti che dovrebbero essere invalicabili, altrimenti si sfidano i valori stessi dell’uomo come afferma il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa.

La Dottrina sociale della Chiesa ha due dimensioni: la prima che riguarda il rapporto tra Dio e l’uomo e la seconda che è relativa al discernimento degli atti umani secondo l’etica cristiana. L’etica cristiana si differenzia dalle altre etiche perchè sono prive della dimensione verticale che riguarda il rapporto tra Dio e l’uomo. E’ il caso, ad esempio, dell’etica liberale. Di questo limite si era reso perfettamente conto Hayek quando inaugurò nel 1947 la Mont Pelerin Society e volle introdurre una sessione sui rapporti tra religione cristiana e liberalismo.

Ma veniamo ai fondamenti più strettamente teologici della Dottrina sociale della Chiesa. Per questo dobbiamo considerare due facce fondamentali della religione cristiana: il primo è quello della redenzione vicaria dell’uomo attraverso il sacrificio sulla croce di Gesù Cristo figlio unigenito di Dio, per redimire i nostri peccati. La seconda faccia è quella della salvezza perché l’uomo per salvarsi deve compiere il bene e fuggire il male, con l’aiuto della grazia. Con riferimento a questa seconda faccia possiamo pensare alla funzione dell’imprenditore secondo i grandi valori della Dottrina sociale della Chiesa. In base a questi valori, l’impresa è una comunità di persone in cui l’imprenditore esercita la sua autorità non come potere ma come servizio per la costruzione del bene comune. Bene comune che è l’obiettivo finale del pensiero sociale della Chiesa, raggiungibile attraverso valori fondamentali da rispettare e perseguire: lo sviluppo integrale dell’uomo, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni.

La Dottrina sociale della Chiesa è il ponte che unisce queste due facce che costituiscono una medesima persona. L’uomo ha bisogno sia della redenzione vicaria operata dall’amore di Dio che ha sacrificato suo figlio unigenito per salvarci. E la salvezza deve dipendere anche dalla volontà dell’uomo che sceglie liberamente il bene attraverso le opere. La fede e le opere sono come due ali che consentono all’uomo di volare verso la verità, quella verità che ci rende liberi.   

Giovanni Scanagatta 
Professore di Politica economica e monetaria all’Università di Roma “La Sapienza”

Ritiro Spirituale UCID Pasqua 2026 – Sabato 28 marzo 2026

Ritiro Spirituale UCID Pasqua 2026 – Sabato 28 marzo 2026

Ritiro Spirituale, in preparazione alla Pasqua 2026, che si terrà Sabato 28 Marzo alle ore 9.30 presso la Casa d’esercizi dei SS. Giovanni e Paolo Passionisti – Roma (Piazza dei Santi Giovanni e Paolo, 13 e con ingresso auto a via San Paolo della Croce ca. 100 metri cancello a sinistra).

Guiderà la meditazione

S. Em. Rev.ma Cardinale Angelo Bagnasco
Arcivescovo Emerito di Genova e Consulente Ecclesiastico UCID Nazionale

che svilupperà il tema: La parola di Gesù: “Siete nel mondo, ma non siete del mondo”

Il programma:

ore 09.30 Accoglienza
ore 10.00 Ora Media
ore 10.15 Meditazione
ore 11.30 Santa Messa con omelia presso la Cappella di San Paolo della Croce all’interno della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo
ore 12.30 Condivisione riflessioni
ore 13.00 Agape fraterna
ore 15.30 Conclusione del Ritiro Spirituale

L’invito è rivolto ai Soci, ai familiari e agli amici.

SI SEGNALA CHE I POSTI SONO LIMITATI

Il contributo di partecipazione è di € 40,00 da versare tramite bonifico (IBAN IT 89 I 03087 03203 CC0100054063) entro sabato 21 marzo 2026, al fine di consentire una adeguata organizzazione dell’incontro.

Si prega cortesemente di confermare la partecipazione (ed eventuali accompagnatori) alla nostra segreteria [email protected]  allegando la ricevuta del pagamento, con riferimento al Ritiro Spirituale e al successivo momento conviviale presso la medesima struttura.

 

Nomina Presidente Giovani UCID Roma Chrystopher Taglienti

Nomina Presidente Giovani UCID Roma Chrystopher Taglienti

Chrystopher Taglienti eletto Presidente dei Giovani UCID di Roma

Siamo felici di comunicare la nomina di Chrystopher Taglienti come nuovo Presidente dei Giovani della Sezione di UCID Roma.

Ingegnere, imprenditore agricolo ed esperto manager nel settore delle infrastrutture, Chrystopher è impegnato attivamente da oltre dieci anni nella nostra associazione mettendo a disposizione la sua esperienza maturata anche all’interno di Coldiretti Giovani Impresa e ANCE ROMA – ACER.

“Promuovere una crescita manageriale che sappia rafforzare il dialogo tra impresa, etica e responsabilità sociale, la nostra missione è tradurre nella vita economica i principi della Dottrina Sociale della Chiesa, ponendo sempre al centro la dignità della persona, il lavoro e il bene comune” è il messaggio del neo Presidente.

Un ringraziamento speciale per il lavoro svolto e il supporto costante va alla Presidente di UCID Roma Virginia Desirée Zucconi, al Presidente uscente dei Giovani e neo Vicepresidente della sezione romana Saverio D’Addato, al Presidente del Movimento Giovani Nazionale Benedetto Delle Site e al Segretario nazionale Andrea Saponaro.

Auguriamo buon lavoro a Chrystopher, al vicepresidente Manuel Amelio e a tutta la squadra dei Giovani per le sfide che li attendono!