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Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice

I giorni scorsi si è svolta in Vaticano la ventunesima Conferenza Internazionale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice sul tema “La buona società e il futuro del lavoro: possono la solidarietà e la fraternità essere parte delle decisioni imprenditoriali?”

La Conferenza è stata aperta dal Presidente della Fondazione, Domingo Sugranyes Bickel. Ci sono stati i saluti del Presidente dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), Cardinale Domenico Calcagno. Alla Conferenza era presente anche il Presidente dell’Uniapac, Josè Simone.

La prima sessione dei lavori è stata presieduta dal Prof. Alberto Quadrio Curzio, Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione.

Alla Conferenza ha partecipato il Dott. Giovanni Scanagatta, Segretario Generale dell’Ucid Nazionale.

La Fondazione è nata ventuno anni fa con lo scopo di promuovere a livello internazionale presso le imprese la conoscenza, la diffusione e l’applicazione della Dottrina Sociale della Chiesa ed è attualmente presente in ventuno Paesi. Essa sostiene le opere caritative del Santo Padre. Nel 2013 il bilancio della Fondazione, che ha un patrimonio di circa cinque milioni di euro, si è chiuso con un utile di 270 mila euro. L’offerta al Santo Padre per le opere di carità è stata di 250 mila euro.

Il tema della Conferenza ha riguardato le disuguaglianze a livello mondiale, la mancanza di lavoro e il giusto salario per una vita dignitosa.

Un economista della Banca Mondiale ha affrontato il tema delle disuguaglianze nell’economia globale nel periodo 1988-2008. E’abbastanza controverso il fatto che in questo periodo le disuguaglianze a livello mondiale siano aumentate o diminuite. Un numero significativo di esperti sostiene tuttavia che a livello mondiale è diminuita la povertà assoluta ma è aumentata quella relativa, cioè le differenze tra i Paesi ricchi e i Paesi Poveri. L’economista della Banca Mondiale ha sostenuto nel suo intervento che occorre considerare non solo l’andamento della povertà tra Paesi, ma anche quella interna ai singoli Paesi. Questa è elevata anche all’interno degli stessi Paesi ricchi, in relazione ai fenomeni migratori e ad altri fattori.

Ci si è chiesti se nell’economia globalizzata e del libero commercio, i salari convergano verso un livello più alto o verso un livello più basso. In sostanza, si sono contrapposte le due note posizioni in relazione a futuro dell’economia mondiale. Alcuni ritengono che è in atto un processo di convergenza tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Altri sostengono invece che le differenze si stanno ampliando pericolosamente. I primi mettono in evidenza il ruolo fondamentale nei processi di convergenza della forte mobilità dei fattori della produzione e della struttura concorrenziale dei mercati (globalizzazione). I secondi sottolineano gli effetti dell’accelerazione del progresso scientifico e tecnico nei Pesi ricchi che accrescono il divario tecnologico e, in particolare, quello digitale, ma anche il peggioramento delle ragioni di scambio tra Paesi ricchi e Paesi poveri a svantaggio di questi ultimi.

Nel lungo periodo, il progresso tecnico determina un aumento della produttività e questo a sua volta accresce, in larga misura, il reddito pro capite e in misura minore la durata del tempo di lavoro.

C’è una parte di verità in ognuna di queste due visioni del futuro dell’economia mondiale, ma il problema risulta molto più complesso.

Si è affrontato anche il tema della solidarietà a livello mondiale, su cui insiste Papa Francesco affermando che occorre ripensare questo importante aspetto per la giustizia e la pace nel mondo. Questo concetto va ripensato perché la solidarietà non deve essere semplice assistenza compassionevole nei confronti dei poveri, ma deve portare ad un nuovo modello di sviluppo a livello mondiale che consenta la riduzione delle pericolose disuguaglianze. Dobbiamo sconfiggere, dice Papa Francesco nella Evangelii Gaudium, l’economia dell’esclusione nel mondo. Anche Giovanni Paolo II sosteneva con forza che dobbiamo globalizzare la solidarietà, superando il concetto di mero atteggiamento compassionevole dei ricchi verso i poveri. In effetti, il problema della solidarietà è più un problema di domanda (sviluppo) che di offerta (elemosina). Integrando i poveri nei processi di sviluppo a livello mondiale, la domanda di solidarietà è destinata a diminuire e con essa la necessità di un’offerta che la fronteggi. Quindi più commercio che integra per lo sviluppo tutti i Paesi a livello mondiale e meno aiuti. La redistribuzione tout court ha raggiunto i suoi limiti e appare essenziale la costruzione di relazioni umane in cui sono presenti la fraternità e il dono, come afferma la Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

E’ stato infine affrontato il tema della Responsabilità Sociale dell’ Impresa (RSI) per favorire lo sviluppo e la costruzione del bene comune a livello mondiale. Si è affermando che la RSI costituisce ormai una risposta insufficiente per un nuovo modello di sviluppo dell’economia mondiale più giusto. Le tendenze in atto indicano in modo evidente il superamento del modello tradizionale della RSI, almeno nel modo in cui essa è stata applicata, per un modello diverso che coinvolge in pieno le strategie aziendali e tutti i processi interni ed esterni dell’impresa. Si parla di creazione di valore condiviso e di partecipazione responsabile ai processi di sviluppo di tutti i portatori di interesse (stakeholders) interni ed esterni dell’impresa, con l’obiettivo più alto della costruzione del bene comune (v. modello SIBC dell’Ucid).

 

di Giovanni Scanagatta

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