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Dottrina sociale della Chiesa: il valore della persona nell’impresa

Ringrazio Sua Eccellenza Mons. Arrigo Miglio, Arcivescovo di Cagliari, per il sostegno che ci ha dato per l’apertura di questa prima Sezione Ucid in Sardegna. Questo per noi ha un grande significato perché rappresenta il risultato tangibile dell’impegno che stanno profondendo Sua Eminenza il Cardinale Salvatore De Giorgi, nostro Consulente Ecclesiastico Nazionale, e il Presidente dell’Ucid Nazionale, Dott. Giancarlo Abete, per lo sviluppo sul territorio della nostra associazione nello spirito della conoscenza, della diffusione e della testimonianza dei grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa nel mondo imprenditoriale, della dirigenza e della libera professione.

Un ringraziamento particolare al Dott. Enrico Orrù, neo Presidente della Sezione Ucid di Cagliari, per l’entusiasmo e la costanza che ha mostrato per la realizzazione di questa importante azione di sviluppo sul territorio dei valori e della testimonianza del pensiero sociale della Chiesa. In questo spirito, mi è molto piaciuta la sua citazione delle parole di Paolo VI pronunciate in occasione dell’udienza concessa all’Ucid l’8 giugno del 1964: “ Siete uomini dalle idee dinamiche, dalle iniziative geniali, dai rischi salutari, dai sacrifici benefici, dalle previsioni coraggiose e con la forza dell’amore cristiano voi potete grandi cose”.

Un vivo grazie per la vostra presenza.

Nella mia testimonianza mi propongo di offrire alcune riflessioni sul tema del valore della persona nell’impresa alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa.

Il valore della persona è centrale nel messaggio evangelico e nella Dottrina Sociale della Chiesa perché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e perché Cristo ha dato la sua vita per la salvezza di tutti gli uomini. E’ giusto per questo parlare di umanesimo cristiano e, per i nostri giorni, di nuovo umanesimo cristiano nell’era della globalizzazione e della grande accelerazione del progresso scientifico e tecnico. Don Sturzo parlava di intima connessione tra l’umanesimo e il messaggio evangelico. In questo senso, è assai significativo il titolo del Convegno Ecclesiale Nazionale che si terrà in autunno a Firenze: “In Cristo un nuovo umanesimo”.

La dimensione sociale dell’evangelizzazione è di fondamentale importanza ed è per questo che Papa Francesco dedica al tema un intero capitolo, il quarto, nella Evangelii gaudium. Queste le parole del Papa: “Ora vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell’evangelizzazione precisamente perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice” (n. 176).

E’ per noi dell’Ucid importante sottolineare che nel capitolo quarto dell’Evangelii gaudium, Papa Francesco si rivolge direttamente agli imprenditori cristiani. Nel punto 203 il Papa afferma che “La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare (produzione di ricchezza secondo la parabola dei talenti) e rendere accessibili per tutti (distribuzione della ricchezza secondo giustizia) i beni di questo mondo”. Papa Francesco sottolinea quindi in modo preciso la duplice funzione dell’impresa che è di produrre la ricchezza e di distribuirla secondo principi di giustizia. Di solito, nella letteratura economica, si parla prevalentemente della prima funzione dell’impresa che è quella della produzione della ricchezza, lasciando in ombra la funzione della distribuzione della ricchezza che è altrettanto importante. Non cade in questo riduzionismo economico la migliore scuola italiana di economia aziendale che sottolinea l’importanza della funzione distributiva della ricchezza da parte dell’impresa, attraverso i salari e le  retribuzioni dirette e indirette, come ad esempio la partecipazione agli utili da parte dei dipendenti. La migliore scuola italiana di economia aziendale afferma per questo che la crescita della ricchezza non si ha difendendola, ma diffondendola in tutto il sistema economico e sociale per la costruzione del bene comune.

Si tratta di un tema, quello della partecipazione, che è tornato recentemente di attualità con la decisione di Fiat Chrysler Automobiles (FCA) di introdurre la distribuzione degli utili ai dipendenti,  che a noi fa ricordare i grandi principi della Rerum novarum del 1891 di Leone XIII per il superamento del grave conflitto tra capitale e lavoro. Principio riaffermato da Pio XI nell’enciclica sociale Quadragesimo anno del 1931, all’indomani della grande crisi del 1929. Il tema della distribuzione degli utili ai dipendenti, come importante forma di cooperazione tra capitale e lavoro, viene affrontato con grande chiarezza dal Beato Giuseppe Toniolo nel suo Trattato di economia sociale. Anche l’Ucid, nei suoi primi anni di vita, ha affrontato l’importante tema della partecipazione agli utili da parte dei dipendenti, preferendola alle altre forme di partecipazione come l’azionariato operaio e i consigli di gestione.

Papa Francesco nella Evangelii gaudium parla di vocazione imprenditoriale, sottolineandone la valenza trascendente e teologica, per l’incontro che sempre ci deve essere tra Dio e l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, altrimenti si precipita nel relativismo etico che caratterizza pericolosamente la nostra epoca. Si tratta della dimensione verticale della Dottrina Sociale della Chiesa che si accompagna a quella orizzontale del discernimento degli atti umani nella storia secondo i principi del messaggio evangelico. Si tratta di una visione strettamente in linea, e non poteva essere diversamente, con il pensiero di Benedetto XVI espresso nella grande enciclica sociale Caritas in veritate dove si parla di vocazione allo sviluppo.

La grande svolta della Dottrina Sociale della Chiesa si ha con due fondamentali encicliche sociali di Giovanni Paolo II: la Sollicitudo rei socialis del 1987 e la Centesimus annus del 1991. La Sollicitudo rei socialis rappresenta la condanna dei gravi errori dei sistemi comunisti che negano il diritto di iniziativa economica (“la soggettività creativa del cittadino”, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 336)  da parte della persona e che appiattiscono, attraverso il burocratismo, la creatività dell’uomo che è un riflesso del Dio creatore. Viene inoltre condannato il pensiero della teologia della liberazione.

La Centesimus annus del 1991 afferma il ruolo fondamentale dell’economia d’impresa come motore  dello sviluppo per la costruzione del bene comune. Giovanni Paolo II parla esplicitamente di economia di impresa, preferendola alla definizione di economia capitalistica o di economia di mercato libero. Il pensiero di Giovanni Paolo II va in questo modo alla preoccupazione per le conseguenze del capitalismo senza regole e senza etica sulle disuguaglianze nell’era della globalizzazione. Senza etica non ci può essere vero sviluppo e il capitalismo non inquadrato in solide regole morali ed etiche è fonte di gravi ingiustizie, come sostiene con vigore Papa Francesco nella Evangelii gaudium.

Il pensiero di Giovanni Paolo II sull’importanza dell’economia d’impresa per lo sviluppo e il bene comune viene portato avanti e sviluppato con vigore teologico da Benedetto XVI nella Caritas in veritate. Nell’enciclica sociale di Papa Benedetto si parla di vocazione (valore trascendente e teologico) allo sviluppo e i riferimenti all’impresa, all’imprenditore e all’imprenditorialità come fattori di sviluppo sono una cinquantina, rispetto alla trentina della Centesimus annus. Risulta inoltre una forte correlazione tra le categorie delle Sollicitudo rei socialis e quelle della Caritas in veritate.

E veniamo al valore della persona nell’impresa nella Dottrina Sociale della Chiesa. Dobbiamo per questo partire dalla definizione di impresa che ci viene offerta da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus. L’impresa è una comunità di persone in cui l’imprenditore esprime la propria autorità non come potere ma come servizio per lo sviluppo e la costruzione del bene comune.

Dobbiamo allora chiederci verso chi è responsabile l’imprenditore secondo i grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa. Appare per questo utile  una  breve premessa allo sviluppo del tema che ci interessa nella letteratura economica.

Partiamo dal Premio Nobel per l’Economia Milton Friedman che nel 1962 ha scritto una monografia intitolata “Capitalismo e libertà” (Capitalism and freedom, 1962). Friedman afferma che l’unica responsabilità sociale dell’impresa è la massimizzazione del valore per gli azionisti (massimizzazione del profitto). Ogni altra responsabilità è secondo Friedman eversiva. Questa posizione viene riconfermata in un articolo del 1970 in cui Friedman sostiene che l’unica responsabilità sociale dell’impresa è di aumentare i suoi profitti. Contro questa visione arriva nel 1984 l’importante contributo di Freeman in cui si afferma che la responsabilità sociale dell’impresa riguarda non solo gli azionisti, ma i dipendenti, le comunità locali, le istituzioni locali, i clienti, i fornitori e, possiamo aggiungere, le generazioni future e la tutela dell’ambiente. Si tratta della visione strategica dell’impresa secondo il paradigma degli stakeholder, cioè dei portatori di interesse, sia interni che esterni all’impresa.

Anche il Premio Nobel per l’Economia Stiglitz, rifiuta energicamente la posizione di Friedman, affermando che la massimizzazione del profitto non garantisce né l’efficienza economica né il benessere generale perché i mercati non sono perfetti e le informazioni sono distribuite in modo asimmetrico, generando fenomeni di selezione avversa e di azzardo morale.

La posizione più recente è di Porter e Kramer che in un articolo del 2011, apparso su Harvard Business Review, affermano il superamento della tradizionale visione della Responsabilità Sociale dell’Impresa introducendo la categoria di creazione di valore condiviso che corrisponde al concetto di bene comune della nostra Dottrina Sociale della Chiesa. Secondo Porter e Kramer, “Le imprese devono attivarsi in modo da riconciliare business e società, successo economico e progresso sociale. Mettere al centro degli obiettivi il valore condiviso potrà dare origine a una nuova ondata di innovazione e crescita della produttività, ridisegnerà il capitalismo e la sua relazione con la società, ridarà piena legittimazione al mondo del business nell’economia globale”.

Ci si rende conto che occorre ridisegnare il capitalismo perché quello che conosciamo e sì una grande macchina per la produzione di ricchezza, ma si accompagna a disuguaglianze inaccettabili sul piano della giustizia e della dignità dell’uomo. Si invoca il Welfare State per fronteggiare queste disuguaglianze, attraverso la tassazione e la spesa pubblica che ridistribuiscono la ricchezza prodotta. Ma questo non è più possibile per i vincoli di bilancio e per gli effetti depressivi che una eccessiva pressione fiscale esercita sullo sviluppo e sull’occupazione. Dobbiamo convincerci che la costruzione del bene comune non spetta unicamente allo Stato ma a tutti i soggetti che compongono la società civile (Welfare Society): famiglie, imprese, scuola, università, enti intermedi e così via. Si tratta di un principio fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa, rappresentato dalla sussidiarietà. Questo principio è stato introdotto da Pio XI nella grande enciclica sociale Quadragesimo anno del 1931. Nel caso dell’impresa si parla di welfare aziendale sussidiario che assume diverse forme (orario flessibile, part time, permessi parentali, banca del tempo, telelavoro, navette aziendali, asili nido, colonie estive, sostegno per l’acquisto dell’abitazione,  prestiti economici, servizi alla famiglia, promozione della salute, fondi sanitari integrativi, sostegno ai disabili, iniziative di tempo libero, iniziative sportive e così via) e che mira soprattutto ad armonizzare gli impegni del lavoro con quelli della famiglia.

Dopo questa premessa, dobbiamo analizzare brevemente la posizione della Dottrina Sociale della Chiesa e, in particolare, dell’Ucid sul tema della Responsabilità Sociale dell’Impresa. Ne parla esplicitamente Benedetto XVI al punto 40 della Caritas in veritate. “E’ vero, afferma Benedetto XVI, che si sta dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più ampia responsabilità sociale dell’impresa. Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento”.

In linea con queste indicazioni della Caritas in veritate, l’Ucid si è già da tempo smarcata dalla tradizionale visione della Responsabilità Sociale dell’Impresa, basata sugli strumenti meramente formali e di facciata del Codice Etico, del Bilancio Etico-Sociale, della Certificazione Etica, della Certificazione Ambientale (Business Ethics).  Si preferisce per questo parlare di Strategie d’Impresa per il Bene Comune (SIBC), perché il comportamento etico deve caratterizzare dall’interno le scelte imprenditoriali sia sul piano delle strategie che su quello dei processi organizzativi e gestionali dell’impresa. Si tratta di un’ impostazione su cui aveva molto insistito il beato Giuseppe Toniolo perché l’etica non deve essere esterna all’impresa, altrimenti si fa mera filantropia, ma innervare dall’interno le strategie e i processi organizzativi e gestionali. Questa impostazione metodologica caratterizza i Rapporti triennali dell’Ucid sulla “Coscienza imprenditoriale nella costruzione del Bene Comune”, presentati nel 2007, nel 2010 e nel 2013-2014.

Nel Terzo Rapporto Ucid 2013-2014, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, viene misurata, con una serie di indicatori, la propensione alla costruzione del bene comune di una campione di imprese manifatturiere e operanti nel settore sociale. Gli stakeholder considerati per le imprese manifatturiere sono i dipendenti, le comunità locali, le istituzioni locali, i clienti, i fornitori, le generazioni future, gli azionisti. I dipendenti mostrano sempre il peso percentuale maggiore di tutti gli stakeholder, confermando che la persona è la risorsa più preziosa per lo sviluppo e la sostenibilità dell’impresa nel lungo periodo. Nelle imprese sociali, come le residenze sanitarie per anziani, il peso percentuale maggiore spetta agli ospiti, seguiti dalle famiglie. Anche in questo caso viene confermata la centralità della persona e della sua famiglia come fondamentali portatori di interessi per la costruzione del bene comune.

In questa prospettiva, il valore economico dell’impresa eticamente responsabile tende, nel lungo periodo, verso il suo valore etico. L’impresa diventa, in questo modo, costruttrice di bene comune perchè, come ci insegna il beato Giuseppe Toniolo, la massima espressione dell’etica è il bene comune.

Concludo questo mio intervento con alcune considerazioni generali che riguardano la Dottrina Sociale della Chiesa. Le teorie economiche stanno attraversando un periodo di profonda crisi: esse non hanno saputo prevedere il cataclisma che ci è piovuto addosso dal 2007-2008 e che ha manifestato tutti i suoi effetti negativi per ben sette anni in termini di diminuzione del reddito e di aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile. Solo ora si vedono segnali di ripresa che occorre tuttavia consolidare, alla luce di condizioni di contesto decisamente favorevoli, portando avanti con più decisione ed efficacia le riforme strutturali che ci permettono di ridurre la distanza tra crescita potenziale e crescita effettiva del reddito. Di fronte a questa eclissi generale delle teorie economiche, la Dottrina Sociale della Chiesa sta mostrando una grande vitalità e capacità di suggerire agli uomini di buona volontà la strada per un nuovo modello sviluppo a livello mondiale per la costruzione del bene comune. Una Dottrina che è valida per tutti, credenti e non credenti, perché si basa sullo sviluppo integrale dell’uomo nel rispetto degli immutabili valori della libertà, della responsabilità, della dignità, della creatività. La Dottrina Sociale della Chiesa poggia su fondamenti che sono validi sul piano universale: lo sviluppo, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni, il bene comune.

E’ un messaggio che ci viene lanciato da Papa Francesco con la sua recente enciclica sociale sulla salvaguardia della nostra casa comune che è la terra che abitiamo e che l’uomo non deve distruggere per il suo egoismo perché il clima è il primo bene comune.

Per il bene dell’uomo, che è fatto a immagine e somiglianza di Dio, Papa Francesco ricorda che       “Più di cinquant’anni fa, mentre il mondo vacillava sull’orlo di una crisi nucleare, il santo Papa Giovanni XXIII scrisse un’Enciclica con la quale non si limitò solamente a respingere la guerra, bensì volle trasmettere una proposta di pace. Diresse il suo messaggio Pacem in terris (1963) a tutto il “mondo cattolico”, ma aggiungeva “e a tutti gli uomini di buona volontà”. Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta. Nella mia Esortazione Evangelii gaudium, ho scritto ai membri della Chiesa per mobilitare un processo di riforma missionaria ancora da compiere. In questa Enciclica, mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune”.

Per la salvaguardia del creato,  Papa Francesco si rivolge a tutti gli  uomini di buona volontà e quindi al mondo intero per lo sviluppo, il bene comune, la giustizia e la pace.

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