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L’accordo di libero scambio tra USA ed UE (TTIP)

Nel mese di giugno del 2013 sono partite le trattative tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea per un accordo di libero scambio (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) basato prevalentemente sull’abbattimento delle barriere non tariffarie tra le due grandi aree economiche che contano circa 800 milioni di abitanti e il 45% del PIL mondiale. L’accordo prevede anche la possibilità da parte soprattutto delle multinazionali di citare in giudizio gli Stati per la difesa dei loro interessi.
E’ molto controversa la valutazione di medio-lungo periodo degli effetti del TTIP sulle due grandi aree economiche, in relazione ai modelli econometrici utilizzati per le stime. Qui si farà riferimento ad uno studio di J. Capaldo di ottobre 2014 “The Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership: European Disintegration, Unemployment and Instability” che utilizza il modello econometrico delle Nazioni Unite.
I risultati dell’esercizio possono essere così riassunti per quanto riguarda l’Europa:
a) Il TTIP dovrebbe portare a perdite in termini di esportazioni nette dopo un decennio, in confronto allo scenario base senza TTIP. Le economie europee del Nord dovrebbero accusare le perdite maggiori con il 2,07% del PIL, seguite dalla Francia con l’1,9%, dalla Germania con l’1,14% e dal Regno Unito con lo 0,95%.
b) Il TTIP determinerebbe perdite nette in termini di PIL, coerentemente con le perdite stimate delle esportazioni nette. Le economie del Nord Europa andrebbero incontro ad una riduzione del PIL dello 0,50%, seguite dalla Francia con lo 0,48% e dalla Germania con lo 0,29%.
c) Il TTIP porterebbe ad una perdita del reddito da lavoro. In testa si collocherebbe la Francia con una perdita di 5.500 euro per lavoratore, seguita dalle economie del Nord Europa con 4.800 euro, dal Regno Unito con 4.200 e dalla Germania con 3.400 euro per lavoratore.
d) Il TTIP determinerebbe una perdita di posti di lavoro. La stima è di circa 600 mila posti di lavoro persi nell’Unione Europea. In testa abbiamo i paesi del Nord Europa con 223 mila lavoratori in meno, seguiti dalla Germania con 134 mila, dalla Francia con 130 mila e dai paesi del Sud Europa con una perdita di 90 mila posti di lavoro.
e) Il TTIP condurrebbe ad una riduzione della quota del reddito da lavoro sul reddito totale, rafforzando un trend che ha contribuito all’attuale stagnazione. A fronte di tale calo, si determinerebbe un aumento delle quote dei profitti e delle rendite sul reddito complessivo, indicando che proporzionalmente dovremmo assistere ad un trasferimento di reddito dal lavoro al capitale. I trasferimenti maggiori si dovrebbero registrare nel Regno Unito con il 7% del PIL, seguito dalla Francia con il 6% e dalla Germania con il 4%.
f) Il TTIP causerebbe una perdita delle entrate dello Stato. Il surplus di imposte indirette dovrebbe diminuire in tutti i paesi dell’Unione Europea, con la Francia che dovrebbe sopportare la perdita più forte, pari allo 0,64% del PIL. I deficit degli Stati dovrebbero aumentare in percentuale del PIL in ogni paese dell’Unione Europea, spingendo le finanze pubbliche oltre i limiti stabiliti dal Trattato di Maastricht.
g) Il TTIP potrebbe portare ad una maggiore instabilità finanziaria e all’accumulazione di squilibri. Con le entrate da esportazioni, la quota dei salari e le entrate dello Stato in diminuzione, la domanda dovrebbe essere sostenuta dai profitti e dagli investimenti. Ma con i consumi che ristagnano, non possono essere attesi profitti da un aumento delle vendite. Molto più realisticamente i profitti e gli investimenti, soprattutto in attività finanziarie, saranno sostenuti da prezzi crescenti delle stesse attività. Il potenziale per la instabilità macroeconomica di questa strategia di sviluppo è ben conosciuta dopo la crisi finanziaria che abbiamo sperimentato.
h) Il TTIP determinerebbe molto probabilmente una diversione dei flussi commerciali, diminuendo quelli intra-UE a vantaggio di quelli extra-UE relativi alle due gradi aree economiche. Ne soffrirebbe il livello di integrazione economica dell’Unione Europea.
In definitiva, possiamo dire che gli studi disponibili sugli effetti economici del TTIP trascurano l’impatto della distribuzione dei redditi e di altre importanti dimensioni dell’aggiustamento macroeconomico sulla crescita e l’occupazione. Le stime qui presentate con l’utilizzo del modello econometrico delle Nazioni Unite appaiono per questo, e per molte altre ragioni su cui non è qui possibile soffermarci, molto più attendibili rispetto a quelle disponibili di altri modelli sulla valutazione degli effetti economici del TTIP.
Appare ora opportuno svolgere altre considerazioni di carattere generale sul TTIP. La prima riguarda il senso di un accordo commerciale di libero scambio con un’area economica molto lontana dalla nostra per valori condivisi, in anni in cui l’Unione Europea sta attraversando grandi difficoltà di tenuta, con rischi di uscita di paesi importanti come ad esempio il Regno Unito. Bisognerebbe invece intensificare gli sforzi per accrescere l’integrazione economica e sociale dell’area, perché l’avere puntato unicamente sull’Europa della moneta e delle banche ci ha portato in un vicolo cieco. Il Presidente della BCE afferma che la difesa dell’euro non verrà mai abbandonata, anche se non si può impedire, ai paesi che lo vogliono, di uscire dalla moneta unica. Ma questo è un ossimoro perché non si può immaginare una moneta senza paesi in cui questa possa circolare.
La seconda considerazione riguarda l’allargamento dell’Unione Europea, ma solo dopo avere raggiunto il difficile obiettivo dell’integrazione economica e sociale, del consolidamento e della stabilità. Invece di rincorrere un TTIP dai risultati molto incerti e negativi per l’Unione Europea, non sarebbe meglio guardare ad Est dell’Europa? Il riferimento è naturalmente alla Russia, verso cui sono state adottate deleterie misure di embargo di cui ci si è dopo pentiti per i gravi danni che hanno causato alle nostre imprese sul piano economico. Il ponte verso la Russia è logicamente rappresentato dalla Germania, che storicamente ha sempre avuto con questo paese intensissimi rapporti economici e commerciali. Lo sguardo verso la Russia offre anche il grande vantaggio di aprire le porte verso il continente asiatico.
Si tratta di una visione molto precisa che troviamo nel grande economista inglese J.M. Keynes, di cui ricorrono quest’anno i 70 anni dalla scomparsa e gli 80 dalla pubblicazione della Teoria Generale. Keynes, in una bellissima monografia del 1919 intitolata “Le conseguenze economiche della pace”, presenta delle pesantissime critiche al Trattato di Versailles, seguito alla fine della prima guerra mondiale, per le riparazioni dei danni di guerra a carico della Germania, pari a oltre 2 miliardi di sterline, cui va aggiunta la somma per pensioni e sussidi, stimata da Keynes in 5 miliardi di sterline. Un peso insopportabile per la Germania, come dimostra Keynes, e che porterà al disastro economico e alla distruzione della moneta tedesca. Si aprirà in questo modo la strada al nazismo e alla seconda guerra mondiale che vedrà la Germania nuovamente soccombere.
Il capitolo finale della monografia è dedicato ai rapporti dell’Europa con la Russia ed è assai utile, ai nostri fini, conoscere il pensiero di Keynes. Così egli scrive “Il blocco della Russia recentemente proclamato dagli alleati è perciò un provvedimento stolido e miope: blocchiamo non tanto la Russia quanto noi stessi” (p. 229 dell’edizione italiana pubblicata dalla casa editrice Adelphi, 2007). E ancora, a pagina 231 si legge: “Tanto miglior successo avremo nel troncare i rapporti economici tra Germania e Russia, tanto più deprimeremo il livello delle nostre condizioni economiche e aggraveremo i nostri problemi interni”. E infine le parole di sapore profetico che troviamo alle pagine 231-232: “Il rovinoso dissesto dell’Europa, se non vi poniamo un freno, a lungo andare colpirà tutti; ma forse non subito e in modo traumatico. E questo ci offre una felice possibilità. Forse abbiamo ancora il tempo di riconsiderare la nostra condotta e di vedere il mondo con occhi nuovi”.
In conclusione si ritiene che il pensiero di Keynes, da molti considerato il più grande economista del XX secolo, possa essere di grande aiuto per vedere il futuro dell’Europa con “occhi nuovi”, per fare prevalere le grandi idee piuttosto che gli interessi costituiti. E’ questa la via per impedire che l’Europa, come ci ricorda Benedetto XVI, possa uscire dalle grandi traiettorie della storia.

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