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La vera questione delle banche

C’è da chiedersi se la questione delle banche di cui molto si parla ci riveli come stanno effettivamente le cose, a causa del venire meno della funzione regolatrice del tasso di interesse e di un contesto in cui contano molto le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e la finanza globalizzata.
I dubbi sono forti, anche perché tutta la questione riguarda interessi dei più importanti Paesi dell’Unione Europea, a partire dalla Germania. La materia è poi estremamente delicata perché riguarda il risparmio che è tutelato molto spesso sul piano costituzionale, come nel caso dell’Italia. E’ infatti opportuno ricordare che l’articolo 47 della nostra Costituzione stabilisce che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.
Si ritiene che per capire veramente la questione delle banche occorra fare un breve excursus storico sul passaggio dalla specializzazione bancaria alla banca universale. All’epoca della specializzazione del credito, le banche di credito ordinario basavano la loro attività sulla raccolta del risparmio con i depositi a diversa scadenza e sugli impieghi a favore delle imprese e delle famiglie (economia). Il conto economico delle banche si basava principalmente sul margine di interesse (differenza tra tassi attivi e tassi passivi) e sul margine di intermediazione, comprensivo dei ricavi per i servizi resi dalle banche. Un indicatore importante dell’attività delle banche di credito ordinario era costituito dal rapporto tra impieghi e deposi. Un valore elevato di questo rapporto significava che la banca lavorava molto a sostegno dell’economia reale. Un valore basso aveva invece il significato di una gestione più finanziaria della banca e meno orientata a sostegno dell’economia.
La raccolta delle banche di credito ordinario era prevalentemente rappresentata dai depositi, mentre l’emissione di obbligazioni in pratica non esisteva. Le obbligazioni erano invece strumenti di impiego e venivano emesse dagli istituti di credito speciale per il finanziamento degli investimenti. L’acquisto di obbligazioni emesse dagli istituti di credito speciale da parte delle banche veniva favorito dalla politica monetaria che dava la possibilità di stanziare tali obbligazioni ai fini dell’assolvimento delle riserve obbligatorie. In questo mondo era quindi importante la relazione tra i tassi di interesse sugli impieghi e i rendimenti delle obbligazioni.
Il mondo della banca universale, come è oggi, è totalmente cambiato. Le banche possono fare qualsiasi tipo di operazione e la raccolta non è rappresentata solo dai depositi ma in modo forte anche dall’emissione di obbligazioni, ordinarie e subordinate. Il credito bancario viene offerto sotto forma di impieghi a favore dell’economia e di acquisto di titoli. Gli impieghi a favore dell’economia sono fortemente garantiti e in caso di insolvenza esiste il recupero, oppure la cessione dei crediti ad un prezzo che dipende da una serie di fattori tra cui la robustezza e l’efficienza del mercato della cessione dei crediti.
Ma nel nuovo mondo, le banche universali possono investire nel comparto molto rischioso dei derivati. E qui sta il problema perché si tratta di vere e proprie bombe atomiche.
E’ nostra impressione che il vero problema non sia tanto quello dei crediti deteriorati all’economia a causa dalla crisi che dura da diversi anni, e che è risolvibile attraverso meccanismi di mercato, ma da questi investimenti rischiosissimi delle banche universali per sete di profitti nel brevissimo periodo.
E’ utile a questo punto qualche numero che riguarda la più importante banca tedesca che è la Deutschebank. I dati ci dicono che questa banca ha derivati per un valore nozionale che è pari a quasi venti volte il prodotto interno lordo della Germania e a sei volte quello dell’intera eurozona. La Deutschebank si è inoltra resa responsabile della manipolazione del Libor e dell’Eurobor, dei prezzi delle materie prime e dei tassi di cambio. Questi comportamenti contrari all’etica vanno a braccetto con quelli della Volkwagen che ha creato sistemi sofisticati per truffare i controlli delle emissioni dei gas di scarico delle automobili.
Prova ne sia che l’anno scorso la Deutschebank ha pagato quasi tre miliardi di dollari di sanzioni per mettere una pietra sopra agli scandali dei tassi di interesse manipolati. Pagare una sanzione è il modo più semplice per continuare a delinquere senza ritornare sulla retta via di comportamenti etici da parte di un’istituzione così importante come è la banca.
La Germania non ha quindi nessun titolo, prima di tutto etico e morale, a mettere i pali tra le ruote all’Italia che deve affrontare casi di crisi bancaria. Il divieto degli aiuti di Stato sono un vero e proprio pretesto perché sono sempre possibili le deroghe, trattandosi di un tema così delicato che è quello del risparmio. C’è inoltre la questione del bail in che è palesemente incostituzionale e che deve essere corretto, con un uso efficace del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi come suggerito dalla Banca d’Italia.
Da tutta questa vicenda possiamo trarre due conclusioni. La prima riguarda il comportamento etico delle banche che è completamente sparito e che le autorità di controllo e di vigilanza devono fare di tutto per un recupero. Come è noto, la massima espressione dell’etica è il bene comune e l’esperienza delle banche ci dice che questo non esiste più. Il bene comune è il più importante valore della Dottrina Sociale della Chiesa, accanto allo sviluppo, allo solidarietà, alla sussidiarietà e alla destinazione universale dei beni.
La seconda conclusione è più di tipo tecnico. Dobbiamo tornare al saggio principio della specializzazione del credito: le banche che esercitano unicamente il credito a breve termine e gli istituti di credito speciale che operano a sostegno degli investimenti e dei processi di accumulazione, innovazione e sviluppo. Solo in questo modo la finanza può ritornare ad essere strumento a sostegno dell’economia e dello sviluppo. Si tratta in fondo di uno dei quattro no di Papa Francesco che troviamo nella Evangelii gaudium. No ad una denaro che governa invece di servire.

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