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Papa Francesco e il ruolo dell’impresa per la costruzione del bene comune

1. L’impresa è una grande istituzione per la produzione e la distribuzione della ricchezza e un luogo fondamentale per la costruzione del bene comune.
Questa definizione viene mirabilmente espressa da Papa Francesco nel capitolo quarto dell’Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Evangelii gaudium.
“La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo” (203).
Sono quattro gli elementi che vanno sottolineati di questo passaggio: il ruolo centrale della vocazione dell’imprenditore (trascendenza e significato teologico); la moltiplicazione dei beni di questo mondo; l’accessibilità dei beni per tutti; il bene comune. Si ribadiscono: la centralità dell’uomo nei processi di sviluppo (visione antropologica); la creazione della ricchezza; la distribuzione secondo principi di equità e di giustizia; la costruzione del bene comune.
Questa visione sociale di Papa Francesco supera alcune critiche mosse al Santo Padre di occuparsi solo della distribuzione della ricchezza e non anche della sua produzione per la costruzione del bene comune. Essa risulta intimamente legata all’insegnamento del Vangelo con la parabola dei talenti sulla moltiplicazione delle risorse ricevute (produttività) e con la parabola dei lavoratori della vigna che ricevono tutti un salario di un denaro per una vita dignitosa.
Riceviamo in questo modo anche l’importante insegnamento che il primo fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa lo troviamo nel Vangelo e poi nei Padri della Chiesa, prima ancora delle Encicliche sociali E’ utile poi ricordare che gran parte delle parabole del Vangelo si basa su esempi della vita economica e sociale.
Nella scienza economica, fin dal suo nascere, l’attenzione maggiore è stata rivolta alla fase della produzione della ricchezza. Pensiamo all’opera del padre fondatore dell’economia politica, Adamo Smith, dedicata alla natura e alle cause della ricchezza delle nazioni, alla teoria della produttività marginale, alla funzione di produzione di Wickesell – Cobb Douglas e così via. Occorre naturalmente ricordare che non è stato così per Ricardo che riteneva che la funzione fondamentale dell’economia era quella di studiare le cause che determinano la distribuzione del reddito tra i fattori della produzione. Dal suo pènsiero è partito quello di Marx con la teoria del valore lavoro. Il valore dei beni dipende dal lavoro, diretto e indiretto, incorporato nei beni e quindi tutto il prodotto dovrebbe andare al fattore lavoro altrimenti vi è sfruttamento da parte dei capitalisti ( plus valore).
Una visione equilibrata del lato della produzione e da quello della distribuzione della ricchezza da parte delle imprese l’hanno avuta gli esponenti della nostra grande scuola di economia aziendale. Citiamo per tutti Gino Zappa e Pietro Onida. Ecco le parole di Pietro Onida che si leggono nel Trattato di Economia d’Azienda: “L’accumulazione e, in particolare, la concentrata accumulazione di ricchezza, perseguita senza porre mente – in una specie di ottuso egoismo – ai problemi della distribuzione, lungi dal giovare allo sviluppo della produzione, può minare la prosperità e la stessa durevole esistenza dell’impresa”. E ancora: “L’economia insegna invero che anche per le imprese – come per gli individui, le famiglie e le nazioni – la prosperità si conserva durevolmente, e si sviluppa, diffondendola presso gli altri, piuttosto che difendendola contro gli altri. Non dura a lungo la prosperità degl’individui, delle imprese e delle nazioni, costruita sulla miseria altrui. Le conclusioni dell’economia convergono, in questo, con le esigenze di una superiore etica sociale”.
Queste parole di Onida richiamano alla mente quelle del beato Giuseppe Toniolo che nel Trattato di Economia Sociale affermava che l’ordine sociale è superiore all’ordine economico. L’ordine spirituale supera quello sociale perché l’uomo è destinato ad una vita ultraterrena. E ancora che la massima espressione dell’etica è il bene comune. D’altra parte Onida, a nostra conoscenza, è il primo a parlare di bene comune nella tendenza a conciliare gli interessi degli azionisti, dei dipendenti e della clientela. Pertanto si ritiene che il primo nucleo di pensiero della responsabilità sociale dell’impresa appartenga alla scuola italiana di economia aziendale e non ad altri.
L’impresa quindi va vista non solo nel momento della produzione di ricchezza ma anche in quello fondamentale della distribuzione per il bene comune, compreso quello dell’azienda in un’ottica di lungo periodo. E a questo riguardo è interessante ricordare il caso della controversia negli anni venti tra Henry Ford e i fratelli Dodge. I Dodge erano stati i primi investitori della Ford Motor Company, ma dopo pochi anni non erano più soddisfatti dei dividendi corrisposti dall’azienda. Essi sostenevano che, in quanto azionisti, si meritavano una quota molto più alta in termini di utili. Henry Ford rispose a quest’accusa affermando che stava impiegando gli utili della società per assumere ancora più dipendenti, per diffondere i benefici di questo sistema industriale al maggior numero di persone, al fine di aiutarli a costruirsi una vita dignitosa e la casa. La Corte Suprema del Michigan decise a favore dei fratelli Dodge e la Ford fu condannata a pagare un altissimo dividendo ai suoi azionisti.
C’è da chiedersi se questa fondamentale attenzione da parte dell’imprenditore al momento della distribuzione del reddito debba concretizzarsi attraverso un aumento delle remunerazioni o attraverso una partecipazione agli utili, o altre forme partecipative come l’azionariato ai dipendenti o la partecipazione agli organi decisionali. Forse il mondo dell’impresa sta andando verso modelli più partecipativi e condivisi e meno contrattuali, come sono le remunerazioni ai dipendenti. E’ un segno, probabilmente, di un capitalismo che sta cambiando pelle, diventando più sociale e condiviso. Ma è presto per dirlo.
Sul piano economico generale, ci si sta rendendo sempre più conto che l’aumento delle disuguaglianze ci allontana pericolosamente dal bene comune e questo, come non si stanca mai di ripetere Papa Francesco, è fonte di violenze e di guerre. Più la distribuzione della ricchezza è squilibrata e meno si cresce: questa è la lezione dei fatti.
Oggi il problema maggiore, a livello mondiale, è rappresentato dalla distribuzione della reddito, per la costruzione del bene comune universale, come afferma il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004. Il problema della produzione è oggetto di molta più attenzione grazie allo strabiliante progresso della tecnica, come sottolinea Benedetto XVI nella Caritas in veritate (cap. sesto). Pensiamo solo agli effetti che avrà sulla produttività la quarta rivoluzione industriale di cui oggi molto si parla, ma di cui intravediamo solo le prime conseguenze (metodi di produzione digitali). La parabola dei talenti (produttività) sembra trovare più facile attuazione in questo mondo rispetto a quella dei lavoratori della vigna (salario solidale per la dignità della vita umana).

Dobbiamo raccogliere, come cristiani, la grande sfida lanciata da Papa Francesco per un mondo più giusto e solidale, soprattutto per i nostri giovani, speranza di un mondo migliore.

2. Appare ora opportuno approfondire la questione della distribuzione del reddito perché viviamo un’epoca di grandi disuguaglianze ed è importante analizzare come queste possano influenzare il tasso di crescita e di sviluppo economico e sociale.
Oltre alla distribuzione del reddito è importante anche analizzare la distribuzione della ricchezza e la distribuzione del credito.
Vediamo qualche dato, partendo dal reddito pro capite, a parità dei poteri d’acquisto, di trenta paesi estratti casualmente dal totale dei circa duecento del mondo. Il 30% del campione ha un reddito pro capite tra i 100 e i 30 mila dollari; il 20% ha un reddito pro capite tra meno di 30 e 10 mila dollari; il 50% ha un reddito pro capite inferiore a 10 mila dollari.
I dati mettono poi in evidenza che la distribuzione della ricchezza è ancora più squilibrata e concentrata della distribuzione del reddito. La più concentrata di tutti è la distribuzione del credito e risponde pertanto meno di tutti a criteri di giustizia.
Reddito, ricchezza e credito non solo tra loro indipendenti ma strettamente legati. Il reddito dipende dal futuro e dalla rendita della ricchezza accumulata in passato. Esso è soggetto all’incertezza che, come ci ha insegnato l’economista F. Knight, non può essere misurata sul piano probabilistico, a differenza del rischio. La ricchezza dipende dal passato perché rappresenta la somma dei redditi accumulati, cioè dai risparmi. Il credito dipende dalla ricchezza come garanzia, cioè dal passato, e dal reddito incerto del futuro. I poveri hanno bassi o bassissimi redditi, ricchezza inesistente perché non riescono a risparmiare, nessun credito perché non hanno le garanzie rappresentate dalla ricchezza accumulata in passato. L’unica possibilità è rappresentata dal microcredito che viene concesso ai poveri non sulla base delle garanzie patrimoniali (ricchezza accumulata), come nel caso delle banche, ma sulla fiducia della persona e della validità dei progetti.
Sul piano teorico, dobbiamo ricordare la curva della distribuzione dei redditi di Pareto (1897) che mette in relazione la percentuale di popolazione che beneficia di una certa percentuale di reddito. Il principio è lo stesso della cosiddetta “legge 80/20”, formulata da J. Jauran, con il 20% della popolazione a cui va l’80% del reddito. Ma essa vale anche per molti altri ambiti economici e sociali. Ad esempio, con il 20% dei prodotti di un’azienda manifatturiera multiprodotto si realizza l’80% del fatturato. Il 20% dei componenti di un prodotto costituisce l’80% del suo valore. Il 20% del tempo consente di produrre l’80% dei risultati dell’intera giornata di lavoro. E ancora: il 20% dei clienti sviluppa l’80% del fatturato; il 20% dei venditori procura l’80% dei nuovi clienti; il 20% dei dipendenti fa l’80% delle assenze; meno del 20% delle società quotate spiega più dell’80% della capitalizzazione totale di borsa. Il diagramma di Pareto è pertanto uno strumento molto utile per prendere decisioni, concentrando le risorse disponibili solo su alcuni punti critici.
La ridistribuzione delle ricchezze potrebbe allargare la base del diagramma di Pareto, appiattendo il suo vertice, ma la diminuzione della ricchezza subita dagli strati più abbienti sarebbe decisamente inferiore alla parallela ricchezza acquisita dalle classi più povere, cosicché la disuguaglianza sociale rimarrebbe praticamente inalterata.
Il miglioramento delle condizioni di vita delle classi indigenti e il problema di una maggiore giustizia sociale sono pertanto legati all’aumento della produzione piuttosto che alla ridistribuzione della ricchezza. In parole semplici, non si migliora la situazione del povero penalizzando il ricco. Il problema ritorna pertanto al lato della produzione di ricchezza e della produttività, come indicato nella parabola dei talenti.
La Dottrina Sociale della Chiesa si muove secondo questa visione, che è una visione dello sviluppo per il bene comune, rifiutando la teoria della decrescita felice di Sarge Latouche e dei suoi seguaci.
Il concetto di bene comune è un concetto moltiplicativo e non additivo come è quello dell’ottimo elaborato da Pareto. Per realizzare il bene comune tutti devono partecipare ai benefici del processo di sviluppo, sia pure in misura diversa, e nessuna persona deve rimanere a zero altrimenti si annulla tutto il prodotto. Nell’ottimo paretiano invece è importante massimizzare la somma del benessere, senza preoccuparsi minimamente se pochi o tanti stanno a zero. I valori della giustizia e dell’etica non esistono, e non si realizza pertanto il bene che, come ci ricorda il beato Giuseppe Toniolo, è la massima espressione dell’etica. Più precisamente, l’ottimo paretiano si realizza quando non è più possibile migliorare la situazione di quelli che stanno bene senza peggiorare la situazione di quelli che stanno male. Ma, in questo modo, mentre migliora la situazione di quelli che stanno bene peggiora, in termini relativi, la situazione di quelli che stanno male.

3. Di fronte ai problemi distributivi, la letteratura economica propone l’intervento dello Stato che attraverso la tassazione e la spesa può realizzare il benessere e quindi la giustizia .
Abbiamo così, secondo questa visione del mondo, due figure fondamentali: il mercato che produce la ricchezza e lo Stato che la ridistribuisce, attraverso la tassazione e la spesa, per realizzare la giustizia.
La Dottrina Sociale della Chiesa ha una visione diversa della giustizia e punta sulla costruzione del bene comune che si raggiunge grazie al terzo pilastro che è rappresentato dalla comunità civile. Questo è il grande insegnamento che ci offre Giovanni Paolo II nella Centesimus annus del 1991. La costruzione del bene comune non compete solo alla Stato ma anche, per il principio fondamentale della sussidiarietà, alle imprese, alle famiglie, agli enti intermedi, alle parrocchie, alle scuole, alle università e così via. Il principio della sussidiarietà trova fondamento nella grande Enciclica sociale del 1931 di Pio XI, Quadragesimo anno.
Benedetto XVI con la Caritas in veritate del 2009 si muove sulla stessa linea e fa capire chiaramente che Stato e mercato non possono da soli raggiungere il bene comune e ci vuole sempre nella società una componente di gratuità e di dono. Un concetto simile lo troviamo nella Populorum progressio del 1967 di Paolo VI, in cui si afferma che lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Lo sviluppo consente di superare i problemi distributivi, realizzando la giustizia, la pace e il bene comune.
Il bene comune rappresenta l’obiettivo supremo della Dottrina Sociale della Chiesa, con il suoi fondamenti etici e morali. Per noi cristiani si tratta dell’etica delle virtù.
Gli strumenti per realizzare il bene comune sono lo sviluppo, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni. Esiste una reciproca relazione tra gli strumenti e tra questi e il bene comune. La solidarietà deve essere in equilibrio con la sussidiarietà. La prima senza la seconda genera appiattimento, burocratismo e mancanza di desiderio di intraprendere e di essere creativi per lo sviluppo. Questo è un grave pericolo messo in evidenza da Giovanni Paolo II con la Sollicitiudo rei socialis del 1987, condannando il comunismo e la teologia della liberazione. La sussidiarietà senza solidarietà crea egoismo localistico, disinteresse per gli altri e mancanza di amore verso il prossimo.
Solidarietà e sussidiarietà che procedono insieme in modo equilibrato sono garanzia per lo sviluppo e quindi per la costruzione del bene comune. La destinazione universale dei beni e la funzione sociale della proprietà privata consentono la creazione di valore condiviso, senza esclusione alcuna, e quindi uno sviluppo che porta al bene comune.
Questi sono i grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa di cui abbiamo un grande bisogno in questi tempi di profonda crisi a livello mondiale, per superare la sfida che l’umanità ha di fronte a sé nei primi anni del nuovo millennio e di cui parla il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004, dedicato a Giovanni Paolo II. Si tratta della comprensione e della gestione delle grandi differenze sul piano storico, culturale, religioso e dei modelli di sviluppo economici e sociali che la globalizzazione ha fatto emergere e le guerre hanno fatto esplodere con le grandi migrazioni.
Benedetto XVI ci ricorda che la globalizzazione ci ha reso più vicini ma non per questo più fratelli. Dobbiamo riscoprire il senso evangelico della fratellanza per dare senso ed attuazione agli altri due grandi valori della libertà e della giustizia.
Ci devono guidare, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, la fede e la ragione che sono come due ali che fanno salire l’uomo verso la verità. E la verità ci farà liberi.

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