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La visione dello sviluppo nella Dottrina Sociale della Chiesa

La Dottrina Sociale della Chiesa costituisce una voce forte e illuminata delle grandi trasformazioni economiche e sociali dell’ultimo secolo. La tappe di questo cammino sono segnate da quattro fondamentali encicliche: la Rerum novarum del 1891 di Leone XIII, la Quadragesimo anno del 1931 di Pio XI, la Populorun progressio del 1967 di Paolo VI, la Centesimus annus del 1991 di Giovanni Paolo II. Il riferimento a queste quattro encicliche non intende in alcun modo porre in secondo piano l’alto insegnamento della Chiesa in campo sociale contenuto in altri documenti, ma sottolinearne la corrispondenza con gli eventi che hanno segnato la storia economica e sociale di questi ultimi cento anni.
La Rerum novarum nasce negli anni della prima rivoluzione industriale e della concezione liberale dello Stato e dell’economia. L’enciclica riserva particolare attenzione alla condizione operaia e al concetto di “giusto salario” per garantire un tenore di vita rispettoso della dignità umana. Viene indicato nel diritto naturale il fondamento della proprietà privata, sottolineandone tuttavia la funzione sociale. Si respinge la visione marxista della lotta tra le classi sociali e si esaltano i valori della collaborazione e della solidarietà. Capitale e lavoro devono collaborare per uno sviluppo partecipativo, evidenziando l’importanza delle forme di solidarietà come la partecipazione agli utili, l’azionariato operaio e la partecipazione agli organi gestionali dell’impresa. Altrettanto importanti sono le forme di sussidiarietà come le cooperative nel campo del credito, della produzione e dei servizi. Si tratta di meccanismi di sviluppo che partono dal basso e dal territorio in relazione allle sue vocazioni e specificità.
La Quadragesimo anno esce all’indomani della grande crisi del 1929, quando il funzionamento del sistema capitalistico e delle sue principali istituzioni è messo a dura prova. E’ in tale clima che prendono corpo le idee sulla necessità di interventi dello Stato in economia, al fine di risollevare i Paesi dallo stato di profonda depressione in cui erano precipitati. Di fronte alle nuove tendenze, l’enciclica mostra grande equilibrio affermando il principio di sussidiarietà come fondamento della libertà di iniziativa in campo economico: “Deve essere saldo questo principio importantissimo della filosofia sociale: come è illecito sottrarre agli individui ciò che essi possono compiere con le proprie forze e di loro iniziativa per trasferirlo alla comunità, così è ingiusto affidare a una maggiore e più alta società quello che le minori e inferiori comunità possono fare”. Altrettanto precisa è la valutazione dell’enciclica sulla sostituzione dello Stato alle attività private: “Vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico; e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, serva a particolari scopi politici piuttosto che all’avvento e promozione di un migliore assetto sociale”.
Con chiara visione dei tempi nuovi, l’Enciclica Populorum progressio sottolinea la prospettiva mondiale dello sviluppo dei popoli: “Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensioni mondiali”. Il messaggio della Dottrina Sociale della Chiesa sembra anticipare gli sviluppi della globalizzazione delle economie e della prospettiva mondiale dello sviluppo per elevare progressivamente il livello di benessere di tutti i popoli.
Che la questione sociale abbia acquistato dimensioni mondiali, lo vediamo dall’acuirsi delle disuguaglianze e dei fenomeni migratori che hanno messo in crisi l’Europa. La ricchezza tende a concentrarsi in un numero sempre più piccolo di persone a livello mondiale ed è per questo che Papa Francesco nella Evangelii gaudium dice no all’economia dell’esclusione, no all’idolatria del denaro, no ad un denaro che governa invece di servire, no alle ineguaglianze che generano violenze e conflitti. Un tempo la povertà tendeva a rimanere circoscritta nei Paesi di origine, oggi invece la globalizzazione porta i poveri a mescolarsi con i ricchi e alza il livello della loro responsabilità nei confronti dei poveri che bussano alla porta. Per questo i ricchi sono tentati di erigere muri per fermare l’onda migratoria che li investe. Ma l’onda migratoria si può arrestare solo creando occasioni di sviluppo nei Paesi poveri ed è questa la vera sfida dei Paesi ricchi. In questo senso, l’agricoltura deve caratterizzare un nuovo modello di sviluppo dei Paesi poveri, come ci dice Benedetto XVI, con grande capacità di leggere i segni dei tempi. Oggi nel mondo ci sono due miliardi di piccoli agricoltori a livello familiare che devono essere aiutati per entrare in un nuovo modello di sviluppo. Si tratta di circa un terzo della popolazione mondiale.
La Centesimus annus, nella visione fortemente ecumenica di Giovanni Paolo II, dà seguito con grande incisività al discorso della prospettiva mondiale dello sviluppo dei popoli e della solidarietà, sottolineando il ruolo fondamentale dell’impresa e della libera iniziativa come fattori di creazione di ricchezza. L’Enciclica sottolinea l’evento epocale della caduta dei sistemi collettivistici, ma evita di prendere posizione circa la superiorità del sistema capitalistico. E aggiunge che se il sistema capitalistico non viene inquadrato in solide basi di natura etica e morale le conseguenze sono certamente negative per uno sviluppo solidale e per il bene comune di tutti i popoli.
Leggiamo nel Compendio del 2004 che non è compito della Chiesa proporre modelli economici e sistemi istituzionali, ma indicare il cammino ai popoli per il rispetto dei valori fondamentali dell’uomo: libertà, responsabilità, dignità, creatività. La questione alla base di tutto è in definitiva l’uomo e il discernimento tra il bene e il male. Il suo annullamento porta, come stiamo vedendo, al riduzionismo economico e alla sovranità del denaro come unico veicolo che consente all’uomo di soddisfare i suoi piaceri senza alcuna regola di natura etica e morale.

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