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La vera questione delle banche

1.L’invio delle schede settimanali su temi economici e sociali alla luce dei grandi principi della Dottrina Sociale della Chiesa (bene comune) comincia a dare i suoi frutti. Da feedback brevi, siamo passati ad analisi approfondite, rimanendo sempre nella logica della sintesi.
Un feedback interessante è quello giunto da Paolo Tamburini della Sezione UCID di Fano, grazie all’impegno di Alberto Di Martino, Presidente della Sezione stessa. Il tema è quello delle banche a cui il sottoscritto ha dedicato una scheda nel mese di luglio dello scorso anno.
Condivido pienamente le critiche costruttive di Tamburini, anche se mi preme sottolineare lo spirito che aveva animato quella mia scheda sulle banche. Si tratta dell’azione distruttiva della nuova legislazione sulle banche popolari di maggiori dimensioni, costrette a trasformarsi in SpA. E inoltre l’applicazione della Vigilanza Unica Europea da parte della BCE. Tale azione si riferisce allo spirito solidale e sussidiario che storicamente aveva animato la nascita nel 1800 delle banche popolari, delle casse di risparmio e delle casse rurali e artigiane. Uno spirito che discende dalla grande Enciclica sociale Rerum novarum del 1891 di Leone XIII e di cui il Beato Giuseppe Toniolo è stato un grande alfiere, soprattutto con l’istituzione delle Settimane sociali dei cattolici italiani. Dobbiamo ora vedere come andrà a finire la questione delle BCC e del Gruppo Bancario Cooperativo. Se distrugguno anche questo ultimo baluardo per fare “bene comune” sul territorio, sarebbe importante che l’UCID si facesse sentire, come suggerisce Paolo Tamburini con un’iniziativa pubblica.
La seconda questione, di carattere squisitamente economico, che mi preme sottolineare riguarda la pretesa presenza delle economie di scala e di scopo nel caso degli intermediari finanziari. Nessuno ha dimostrato questa affermazione e la sua fondatezza è resa sempre più debole dagli effetti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che consentono di rendere efficienti sistemi di banche di piccole e medie dimensioni.
La terza questione rigurda il prodotto di punta dell’UCID riguardante il rating sociale, elaborato con tanto impegno e professionalità dall’amico Piergiorgio Marino. Il rating sociale potrebbe costituire lo strumento per valutare il merito del credito della banche non solo secondo criteri strettamente economici e di bilancio secondo le regole di Basilea III, ma secondo criteri di etica, morale e di responsabilità sociale delle imprese nel lungo periodo (bene comune). L’uomo tornerebbe a fare il banchiere, distrutto dalle regole automatiche di Basilea in cui la persona non conta nulla nella consocenza dell’imprenditore che opera sul territorio e di cui va valutata l’attenzione per gli stakeholders: dipendenti, comunità locali, istituzioni locali, clienti, fornitori, ambiente, generazioni future, ecc. Il modello di Marino mira proprio a questo: misurare la propensione dell’imprenditore verso la costruzione nel lungo periodo del bene comune con indicatori ben definiti di benchmarking rigurdanti l’ambito di applicazione degli stakeholders (v. Prima parte, cap. 3 del Quarto Rapporto UCID 2016 presentato il 31 gennaio 2017 in occasione del settantesimo della nostra associazione).
Dopo queste precisazioni di carattere generale, riporto integralmente il feed back di Paolo Tamburini sulla vera questione delle banche.
2. LA VERA QUESTIONE DELLE BANCHE. Non credo che l’articolo del segretario generale Giovanni Scanagatta sia ben centrato. A mio avviso, la vera questione delle banche è che oggi a motivo soprattutto degli ultimi casi di default non vi è fiducia nelle banche da parte di depositanti e investitori che vedono gli istituti bancari come altamenti rischiosi, che inducono instabilità loro stessi. Ed in realtà lo sono, perché sono irrisolte alcune questioni fondamentali quali la scarsa redditività e patrimonializzazione. Oggi il recupero della redditività e della patrimonializzazione è difficoltoso in quanto a motivo di una lunga e severa recessione le banche soffrono la criticità del sistema produttivo e le difficoltà delle famiglie.
D’altra parte con la riduzione dei ricavi da investimenti in titoli causa i bassi tassi imposti dalla BCE, lo sviluppo dei servizi telematici verso la banca on-line che rendono meno necessario il contatto diretto cliente-banca e quindi sovradimensionate le strutture bancarie (in termini di personale e sportelli) che determinano costi operativi rigidi e minori possibilità di ricavo da servizi e problemi di recupero credito derivati da periodo prolungato di mancata crescita del reddito e di sviluppo di opportunità per le imprese.
Concordo invece pienamente con Scanagatta sulla sua critica all’operatività in derivati e sul valore positivo assegnato all’intermediazione tradizionale bancaria (riporta alla funzione essenziale che è quella di tutelare ed incentivare il risparmio e fornire credito ad iniziative sane. Questo è il maggior bene comune da tutelare). Anzi io accentuo il discorso. Quella della intermediazione creditizia è stata una funzione che è stata storicamente svolte dalle casse rurali ed artigiane (poi trasformate in bcc) e prima ancora dalle casse di risparmio che avevano tutte un orizzonte territoriale circoscritto. Tutte queste erano dotate di statuti minuziosi che ne limitavano l’operatività a quella dell’intermediazione, vietando operazioni rischiose. Oppure di altro tipo ed origine esistono esperienze, purtroppo isolate, come la Banca Etica che ha saputo autolimitare la propria attività vincolandola a criteri rigorosi (autolimitazione) mentre la normativa regolamentare a cui è soggetta la equipara a quelle degli altri istituti bancari. E’ bene sottolineare che il contesto normativo non vincola a modelli, ma consente specializzazioni di operatività nell’ambito di regole generali.
Dicevo che l’intermediazione è stata sempre all’origine anche delle casse di risparmio che erano a suo tempo enti pubblici, ma che con la legge Amato (anni novanta) hanno perso la loro caratteristica storica e puntato al modello spa. Con la scelta del modello della spa le banche sono obbligatoriamente dedite al profitto e alla distribuzione degli utili (elemento che prima le casse di risparmio non avevano, in quanto tutto l’utile veniva patrimonializzato). Avevamo anche altre banche pubbliche che sono state tutte privatizzate. Ha prevalso il modello spa che vuol dire che la banca deve fare utili per remunerare gli azionisti (e le obbligazioni subordinate) e per accumulare il patrimonio che deve tutelare dalle perdite possibili determinate da varie tipologie di rischio legate alle modalità in cui è distribuito l’attivo delle banche. E se non produce utili o capital gain, non attira investitori disposti a offrire risorse per aumentare il patrimonio (patrimonio che ormai non cresce per via interna con la patrimonializzazione degli utili) per via esterna.
Accordi internazionali seguiti alla crisi della Lehman Brothers hanno puntato ad aumentare i presidi del profilo della liquidità e di quello del patrimonio. Regole sempre più stringenti che sono state demandate ad autorità sovranazionali, in un processo che porta ad una progressiva unificazione delle normative nazionali e alla perdita delle specificità dei singoli paesi. Successivamente, regole come il bail-in sono state recepite dal nostro parlamento senza una consapevolezza delle conseguenze che avrebbero comportato e senza stabilire un periodo transitorio (per le obbligazioni subordinate già emesse) di passaggio al nuovo sistema. C’è stato ovviamente un ritardo culturale e di dibattito che ha portato a delegare le scelte fatte in ambito internazionale senza piena consapevolezza della classe politica al momento delle scelte del loro recepimento. Inoltre regole diventate sempre più restrittive e la rigidità nell’applicazione da parte della BCE che ha assunto le decisioni di supervisione, in luogo della Banca d’Italia, ha determinato rigidità che non si erano manifestati al momento dell’esercizio della vigilanza da parte della Banca d’Italia.
Ora Scanagatta giustamente denuncia la scomparsa del criterio del bene comune nell’operatività bancaria. Io però aggiungo che non ci sono neanche più le categorie di banche che possono consentire di realizzarlo. Abbiamo perso infatti le banche pubbliche che avrebbero consentito di non dover estremizzare la ricerca del profitto che è diventato un must operativo per le banche.
C’è rimasta la categoria delle BCC dove prevale il carattere mutualistico e non la distribuzione dell’utile (hanno uno statuto particolare). Anche qui però è in corso un processo di mutazione che è già iniziato come autoriforma della categoria che ha avuto l’avallo politico governativo. Bisogna vedere concretamente come verrà realizzata l’autoriforma. Proprio in questi giorni è in fase di consultazione le disposizioni di vigilanza in materia di gruppo bancario cooperativo (Vedi notizie in calce). E’ interessante allora approfondire questo aspetto e vedere se e come l’aspetto del bene comune può essere conservato in questa categoria bancaria.
Il tutto va visto in un contesto di normativa in evoluzione ed una struttura operativa bancaria che evolve ad indirizzare sempre meno il risparmio verso il sistema bancario (intermediazione dei fondi pensione, società finanziarie, rapporti assicurazioni banche, raccolta postale e ruolo CCDDPP) per cui il richiamo all’intermediazione del risparmio tramite realtà passate – istituti di credito speciali – mi appare anacronistico. Rimane valido il concetto di autolimitazione di operatività di una attività bancaria che oggi normativamente ricomprende varie scelte operative. Ma la domanda è: con quale categorie di banca realizzarla? Perché l’esperienza della Banca Etica, pur positiva, non è in grado di impattare sul modello generale. Serve però come esperienza, di una scelta che può essere fatta. L’esperienza storica delle Casse di Risparmio è terminata. Oggi che tipo di mutualità e di regole di bene comune riusciranno a mantenere le BCC? Se si vuole fare un incontro pubblico, questi mi sembrano spunti da approfondire.
Paolo Tamburini
Disposizioni di vigilanza in materia di gruppo bancario cooperativo
La Banca d’Italia pubblica, per consultazione, le disposizioni di attuazione della riforma delle BCC approvata dal Parlamento nell’aprile scorso. La riforma attribuisce a B.I. il compito di emanare norme di attuazione sui seguenti aspetti: i requisiti minimi organizzativi e operativi della capogruppo; il contenuto minimo del contratto di coesione; le caratteristiche della garanzia in solido; il procedimento per la costituzione del gruppo e l’adesione allo stesso; i requisiti specifici dei gruppi provinciali.

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