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La persona e l’attività economica alla luce dei principi fondamentali dell’Unione Europea nell’analisi cristiana

1.Ringrazio il Presidente dell’Ucid di Padova, Flavio Zelco, per avermi invitato a questo interessante Convegno su “La persona e l’attività economica”, nel sessantesimo anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi.

Un ringraziamento particolare a Padre don Francesco Trolese, Abate dell’Abbazia di Santa Giustina, che ci ospita in questo luogo pieno di significato per noi cristiani sul piano spirituale e su quello dell’arte.

Grazie agli amici dell’Ucid e a tutti i presenti per questo incontro sulla strada della crescita di cittadini cristiani europei.

Il tema che mi accingo a trattare riguarda “I valori dell’attività economica secondo i principi fondamentali dell’Unione Europea nell’analisi cristiana”.

2. Siamo ormai tutti convinti che per superare le gravi conseguenze della crisi che stiamo vivendo da sette anni, è necessario costruire insieme un mondo basato sul primato dell’etica, sul primato delle leggi sulle prassi, sul primato dei valori sugli interessi.

Indicazioni che non lasciano spazio ad equivoci e che richiamano la responsabilità di tutti per la costruzione del bene comune che si è troppo infiacchita in questa nostra epoca di forte “riduzionismo economico” e di “relativismo etico”.

Se ci pensiamo bene, ritorniamo sul piano storico al punto in cui si è prodotta la grande frattura tra il mondo dell’economia e della finanza e quello dell’etica, cioè agli anni trenta del secolo scorso. E dopo quella data abbiamo sperimentato le tragedie delle ideologie e i drammi della seconda guerra mondiale.

La rottura tra l’etica e l’economia, con una pretesa neutralità della seconda rispetto alla prima, si è prodotta negli anni trenta del novecento quando il pensiero economico ha subito un forte sviluppo con ampio uso dello strumento matematico per ottimizzare in modo astratto i comportamenti umani (homo economicus) nell’impiego di risorse scarse aventi usi alternativi. Domina pertanto il principio, senz’altro importante ma non unico, di efficienza economica rispetto a tutti gli altri paradigmi, soprattutto quelli di ordine morale come quelli della solidarietà e della giustizia. Registriamo in questo modo una cesura con il pensiero degli economisti classici, a partire dal padre dell’economia politica, Adamo Smith, che ha sempre sostenuto i fondamenti etici dell’economia.

La neutralità della scienza economica (economics) rispetto all’economia politica degli economisti classici con precisi fondamenti morali, si consacra soprattutto con l’economista inglese Lionel Robbins che nel suo saggio sulla natura e il significato della scienza economica del 1932 afferma che essa ha il compito di studiare l’ottimizzazione (principio di efficienza economica) del “comportamento umano come relazione tra fini e mezzi scarsi aventi usi alternativi”. Il saggio di Robbins, che rompe con il pensiero di Alfred Marshall fondato sugli economisti classici, appare curiosamente un anno dopo la pubblicazione dell’enciclica sociale di Pio XI “Quadragesimo anno” (1931). In essa si affronta il rapporto tra economia e morale e si afferma: “Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui principi propri, sarebbe errore affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno all’altro, che il primo in nessun modo dipenda dal secondo”. E le conseguenze di questo errore lo vediamo in questo periodo di grave crisi finanziaria internazionale e delle banche, con effetti preoccupanti sul settore reale dell’economia in termini di sviluppo e di benessere generale.

Sulla prepotenza della finanza sull’economia, così si esprime in modo profetico Pio XI nella Quadragesimo Anno del 1931: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri giorni non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”. E’ un monito che vale perfettamente nella nostra epoca, a distanza di un’ottantina di anni, per la crisi innescata dalla finanza e dai mercati finanziari a partire dal 2007 e da cui non siamo ancora usciti.

Il principio di ottimizzazione in senso matematico trova concreta applicazione nella teoria economica marginalista e, in particolare, nella teoria dell’impresa con il perseguimento esclusivo dell’obiettivo della massimizzazione del profitto. Ma, come afferma J. Stigliz, “In alcune circostanze, si verificano condizioni estreme in cui il comportamento delle aziende volto a massimizzare il valore (gli utili) porta all’efficienza economica, ed è esattamente su questi modelli estremi che si concentra l’attenzione di molta letteratura economica. Ma fintanto che non vi saranno informazioni precise o un insieme unitario di mercati, massimizzare i vantaggi per gli azionisti non porterà né efficienza economica né benessere generale”. Stglitz mette pertanto opportunamente a confronto il principio di ottimizzazione e di efficienza economica, che deve essere presente nel comportamento umano e degli operatori che formano il sistema economico, con quello di benessere generale che si fonda sul valore etico della giustizia e, per noi cristiani, della carità. La carità è il valore massimo della giustizia perché l’uomo deve sempre stare al centro dei processi di sviluppo economico, essendo fatto ad immagine e somiglianza di Dio. I suoi valori fondamentali sono la libertà, la responsabilità, la dignità, la creatività.

Dobbiamo allora ritornare agli economisti classici che hanno sempre visto nell’etica un prius  rispetto all’economia. I fondamenti etici dell’economia sono particolarmente presenti nel padre dell’economia politica: Adamo Smith, Professore a Glasgow di filosofia morale e autore della “Teoria dei sentimenti morali”. La teoria neoclassica è tuttora il paradigma dominante in economia. Ma il paradigma neoclassico è refrattario alla filosofia dello sviluppo, che costituisce la base di pensiero dell’etica liberale e dell’etica cristiana.

La cultura cristiana è cultura dello sviluppo, nel rispetto del creato e dei diritti delle generazioni future (sostenibilità), che si contrappone alla teoria della “decrescita felice” portata avanti da alcune  correnti di pensiero capeggiate da Serge Latouche. Sviluppo inteso non solo come crescita economica quantitativa della ricchezza prodotta, ma come sviluppo integrale dell’uomo che deve rimanere al centro dei processi di sviluppo.

L’enciclica Sollicitudo Rei Socialis del 1987 di Giovanni Paolo II riprende dalla Populorum progressio di Paolo VI del 1967 l’importante  differenza tra progresso e sviluppo e afferma che “il vero sviluppo non può limitarsi alla moltiplicazione dei beni e dei servizi, cioè a ciò che si possiede, ma deve contribuire alla pienezza dell’essere dell’uomo. In questo modo, si intende delineare con chiarezza la natura morale del vero sviluppo”. Possiamo allora costruire un nuovo umanesimo cristiano, dando un contenuto morale allo sviluppo per l’edificazione del bene comune e di un mondo migliore.

Questi principi vengono ripresi con grande vigore di pensiero da Benedetto XVI che parla di sviluppo umano integrale e di vocazione allo sviluppo, mettendone in evidenza la valenza trascendente e teologica. Viene in questo modo valorizzata la dimensione teologica della Dottrina Sociale della Chiesa.

La grande svolta della Dottrina Sociale della Chiesa si realizza nel 1991 con la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II in cui si sostiene la centralità dell’economia d’impresa per lo sviluppo e la costruzione del bene comune. Giovanni Paolo II preferisce parlare di economia d’impresa piuttosto che di economia di mercato o di economia capitalistica. L’impresa viene vista come una comunità di persone in cui l’autorità non viene esercitata come potere a proprio esclusivo vantaggio, ma come servizio agli altri per il bene comune. Si tratta dello sviluppo di idee apparse nella precedente enciclica sociale di Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis del 1987. In essa si afferma la vitale importanza della libertà di intraprendere per creare sviluppo per il bene comune, in contrapposizione alle economie pianificate dal centro che creano grandi apparati burocratici e appiattiscono la creatività dell’uomo come soggetto principale della costruzione del bene comune. Tutti siamo pertanto chiamati alla costruzione del bene comune: famiglie, imprese, scuola, terzo settore e, ultimo, lo Stato nel rispetto del grande principio della sussidiarietà.

Esiste una grande consonanza tra la Caritas in Veritate del 2009 di Benedetto XVI e la Sollicitudo rei socialis del 1987 di Giovanni Paolo II. Nella Caritas in Veritate, l’impresa, l’imprenditore e l’imprenditorialità vengono nominati una cinquantina di volte, rispetto a poco più della metà della Centesimus Annus. Non era mai successo nella storia del pensiero sociale della Chiesa. Nella Caritas in Veritate si dice chiaramente che la responsabilità dell’impresa riguarda non solamente la creazione di valore per gli azionisti, ma i dipendenti, la risorsa più preziosa dell’impresa nell’ottica della sostenibilità nel lungo periodo, le comunità locali, le istituzioni locali, i clienti, i fornitori, l’ambiente, le generazioni future.

Le ricerche dell’Ucid mettono in evidenza che nel lungo periodo il valore economico dell’impresa eticamente responsabile è superiore a quello delle altre imprese. Essere eticamente responsabili “paga” nel lungo periodo perché si crea più vaolre economico e sociale a vantaggio di tutti. Ma si deve trattare non della tradizionale Responsabilità Sociale dell’Impresa (RSI), con l’esibizione per fini di marketing dei soli strumenti come sono i codici etici, le certificazioni etiche ed ambientali, i bilanci sociali e così via, ma di vere e proprie strategie per lo sviluppo e la creazione di bene comune. Abbiamo purtroppo esempi clamorosi, sia in Italia che all’estero, di imprese che avevano il Codice etico e hanno inflitto danni enormi all’economia, ai risparmiatori e ai dipendenti. L’impresa eticamente responsabile si crea nel lungo periodo un patrimonio di reputazione che, se efficacemente comunicato al mercato, determina un tasso di crescita superiore alle altre imprese.

Per smarcarsi dalla RSI, l’Ucid parla di Strategie d’Impresa per il Bene Comune (SIBC). La maggiore creazione di valore è possibile se non solo la strategia di impresa è orientata al perseguimento nel lungo periodo del bene comune, ma se lo sono anche tutti i processi di gestione aziendali. Si tratta, in sostanza, della stessa cosa che grandi economisti d’impresa come Porter e Kramer chiamano creazione di valore condiviso. Si realizza in definitiva nel lungo periodo una convergenza tra il valore economico dell’impresa e il suo valore etico. La massima espressione dell’etica è il bene comune: ecco quindi il profondo significato dell’impresa eticamente responsabile come luogo per la costruzione del bene comune.

Senza etica non ci può essere vero sviluppo nel lungo periodo, perché la sete smodata di guadagno (il demone del denaro e la esclusiva massimizzazione del profitto e del valore  per gli azionisti nella visione di M. Friedman) finisce per umiliare l’uomo nei suo valori insaziabili di libertà, responsabilità, dignità, creatività. L’etica, e nel nostro caso l’etica cristiana delle virtù, deve innervare tutta la vita dell’impresa e non essere esterna ad essa o venire dopo di essa. Altrimenti si fa mera filantropia, e nell’impresa si possono compiere le più gravi ingiustizie umiliando l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.

In suo recente libro sulla grave crisi finanziaria iniziata nel 2007/2008, Alan Greespan, già Presidente della Federal Reserve americana, riconosce che la teoria del mercato, accettata anche da lui fino al manifestarsi della crisi, poggiava su fondamenti invalidi e fuorvianti. Il mercato non è tutto e abbiamo sempre bisogno di una componente di gratuità e di dono per realizzare un giusto sviluppo per il bene comune: lo sviluppo umano integrale di cui parla la Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

 

  1. Il lungo cammino della storia e le trasformazioni del mondo lungo i secoli non possono essere spiegati dall’economia (Marx), ma dalle idee e dal progresso scientifico e tecnico. Le idee e il progresso scientifico e tecnico riguardano la parte spirituale dell’uomo e solo Dio è puro spirito onnisciente di cui l’intelligenza dell’uomo è un riflesso.

Come ci ha fatto capire Paolo VI, ora Beato, il mondo si trova in crisi per mancanza di pensiero.

La fede e la ragione (fides set ratio), ci ha insegnato Giovanni Paolo II, sono le due ali che consentono all’uomo di raggiungere la Verità e lo Spirito che è Verità. Per essere uomini liberi bisogna cercare la Verità. E’ quindi fondamentale il rapporto tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. La forza del Cristianesimo è il Dio incarnato, che si è fatto uomo per venire ad abitare in mezzo a noi, condividere la nostra condizione, e per salvarci.

E’ impossibile spiegare l’economia con la sola economia e, come diceva  Keynes, non è un buon economista chi è solo economista. Le dimensioni sociale, etica e religiosa sono strettamente collegate con l’economia, con l’impresa e con il profitto come presupposto per l’accumulazione e lo sviluppo dei popoli. Questo grande messaggio della Dottrina Sociale della Chiesa trova conferma nelle scienze sociali stesse che dimostrano come fattori immateriali, relazionali e sociali svolgano un ruolo economico di primaria importanza. I costi economici sono anche costi umani. I costi umani hanno sempre anche una ricaduta economica. Più l’economia è virtuosa, più il contesto si fa umano. Più il contesto è promozionale della persona umana, più l’economia trova vento per le proprie vele.

Come ci ha insegnato il grande economista austriaco J. Schumpeter, il progresso scientifico e tecnico è il motore dello sviluppo economico. Il progresso scientifico e tecnico determina l’aumento della produttività che si traduce in crescita del reddito pro capite e in riduzione della durata del tempo di lavoro. Abbiamo quindi a che fare con la forza delle idee e con la parte spirituale dell’uomo. Popper scrive che “Noi non possiamo predire, mediante metodi razionali o scientifici, lo sviluppo futuro della conoscenza scientifica…Perciò non possiamo predire il corso futuro della storia umana”. Il contrario della visione marxista del mondo e del materialismo storico.

E’ allora interessante seguire il pensiero di Schumpeter sui tre grandi pilastri che stanno alla base dello sviluppo economico. Il primo è l’imprenditore innovatore, il secondo è un complesso di piccole e medie imprese immerse in un clima concorrenziale, il terzo è rappresentato dalle banche che creano credito per consentire la realizzazione delle innovazioni e la loro trasformazione in prodotti e servizi per il mercato. Schumpeter ha una concezione dell’innovazione molto generale, che va al di là del concetto di innovazione tecnologica in senso stretto. Quindi non solo innovazione di processo e di prodotto, ma innovazione dei modelli organizzativi dell’impresa, della ricerca di nuovi mercati, di nuovi metodi di trasporto e di comunicazione e via dicendo.

La forma di mercato di tipo concorrenziale consente nel lungo periodo di trasferire i vantaggi del progresso tecnico sui consumatori e sugli utilizzatori finali.

Il nostro problema, nella visione schumpeteriana, è quindi che abbiamo pochi imprenditori innovatori e molti managers che vengono formati e sfornati dalle aule accademiche e dalle scuole di direzione aziendale. L’imprenditore innovatore è per definizione un “generalista”, mentre il manager è uno “specialista” che si può reperire abbastanza facilmente sul mercato, ora globalizzato. Solo l’imprenditore innovatore può consentire la famosa “distruzione creatrice” di Schumpeter, con una dinamica di lungo periodo che vede le famiglie vecchie lasciare il posto alle famiglie nuove, le imprese vecchie lasciare il posto alle famiglie nuove, i settori produttivi vecchi lasciare il posto ai settori produttivi nuovi. Per questo Schumpeter è stato posto in ombra dal pensiero di Keynes, propugnatore di un’analisi dell’economia di tipo aggregato che non si interessa della fondamentale dinamica di lungo periodo dei settori, delle famiglie e delle imprese.

Per Schumpeter, ai fini dello sviluppo economico nel lungo periodo, è fondamentale l’imprenditore innovatore, mentre per Keynes il ruolo dell’imprenditore cade in ombra e viene sostituito dallo Stato cui viene demandato il compito di realizzare gli investimenti per sostenere nel breve periodo la domanda, la crescita del reddito e l’occupazione. La teoria dello sviluppo economico di Schumpeter è del primo decennio del novecento, mentre la Teoria Generale di Keynes è del 1936, all’indomani della grande crisi del 1929. Il sistema capitalistico si trovava allora in grande difficoltà perché non era più in grado di assicurare la piena occupazione dei fattori produttivi. Il reddito che assicurava l’equilibrio tra risparmi e investimenti corrispondeva alla sottoccupazione del fattore lavoro, generando grande povertà e molte ingiustizie. Keynes ha lanciato un’ancora di salvataggio al sistema capitalistico, facendo assumere allo Stato il ruolo di imprenditore, per il sostegno degli investimenti, per la crescita del reddito e dell’occupazione. Ma queste idee alla lunga hanno fatto crescere troppo il ruolo dello Stato nell’economia, con un’enorme sviluppo della spesa pubblica sul reddito nazionale, della tassazione e del debito pubblico. Siamo quindi ai nostri giorni in cui bisogna fare arretrare le frontiere del settore pubblico, dando maggiore spazio al ruolo dell’impresa e dell’imprenditore come costruttori di sviluppo per il bene comune. E qui soccorre il grande insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa che si basa su precisi pilastri fondamentali: sviluppo, solidarietà, sussidiarietà, destinazione universale dei beni, bene comune.

L’imprenditore “generalista” è per definizione un “homo faber”, cioè un continuatore dell’opera creatrice di Dio (Genesi), mentre il manager è uno specialista cioè un “homo fabricatus” nelle Scuole di Direzione Aziendale delle università di tutto il mondo. Tutto questo ha interessato soprattutto l’industria finanziaria che è in mano a manager “fabbricati” e non a veri imprenditori.

Ma in Schumpeter c’è anche il ruolo fondamentale del credito e della finanza, come ponti tra il presente e il futuro, che abbiamo completamente smarrito con la grande crisi finanziaria e delle banche iniziata sette anni fa. L’industria finanziaria globalizzata, grazie alle grandi potenzialità dei mezzi di informazione e di comunicazione, è diventata autoreferenziale, ricercando al suo interno la fonte di profitti sempre più alti e realizzati in periodi sempre più brevi. L’economia reale di impresa, fonte vera di sviluppo in una logica di lungo periodo, è rimasta orfana. Si è fatta strada l’idea che la finanza è il cervello dell’economia, con conseguenze nefaste che sono sotto gli occhi di tutti.

Nella visone della Dottrina Sociale della Chiesa, il credito e la finanza devono invece essere al servizio dell’economia reale per la costruzione del bene comune, secondo il grande pensiero dei francescani che nel 1400 hanno dato origine ai monti di pietà e ai monti frumentari. Ad oggi, abbiamo il grande pensiero della Evangelii Gaudium di Papa Francesco che dice no al denaro che governa invece di servire. Di questo stato di cose, stanno soffrendo soprattutto le piccole e medie imprese molto radicate sul territorio, che a livello europeo rappresentano il 60% in termini di produzione e quasi il 70% in termini di occupazione. Tali imprese stanno soffrendo a causa della crisi con un forte razionamento del credito, solo in parte attenuato da una politica molto attenta al territorio, come, ad esempio, quella delle banche di credito cooperativo. Basta un dato: le prime dieci banche europee hanno impieghi verso la clientela sul totale dell’attivo che sono scesi al di sotto del 30%. Tale dato è molto più elevato per le banche di credito cooperativo.

L’Europa della moneta e delle banche ci ha portato in un vicolo cieco, perché non si è saputo, o meglio, non si è voluto darle un’anima, come hanno fatto invece i grandi padri fondatori, tutti profondamente cristiani. Si tratta di Adenauer, di Schuman e di De Gasperi, di cui celebriamo quest’anno il sessantesimo anniversario dalla scomparsa. E in questo senso vengono alla mente le conclusioni di Julien Benda nel suo “Discorso alla nazione europea” del 1933: “L’Europa non sarà il frutto di una semplice trasformazione economica, né politica; non esisterà veramente se non adottando un certo sistema di valori morali ed estetici”.

Come ha sostenuto Benedetto XVI, il destino di ogni società dipende sempre da minoranze creative. I cristiani dovrebbero costituire questa forza di minoranza creativa per arrestare il declino dell’Europa e impedire che il vecchio Continente esca dalle grandi traiettorie della storia.

 

  1. Il Terzo Rapporto Ucid 2013/2014 “La coscienza imprenditoriale nella costruzione del bene comune” (Libreria Editrice Vaticana, 2014) afferma che per il nostro futuro abbiamo bisogno di più Europa e non di meno Europa, ma di una Europa diversa. E’ più che mai valido il vecchio dilemma di Thomas Mann: si riuscirà ad abbandonare l’idea di “un’Europa tedesca” per sviluppare invece una “Germania europea”, più aperta alle esigenze degli altri popoli? I destini dell’Italia e della Germania sono incrociati e i tedeschi sono il nostro primo partner commerciale. Ma un tasso di cambio dell’euro tendenzialmente forte risponde certamente di più agli interessi della Germania che a quelli dell’Italia. Nonostante queste condizioni ed altre fortemente penalizzanti come il fisco e la burocrazia asfissiante, le nostre imprese riescono ad esportare circa il 30% del prodotto interno lordo, una percentuale simile a quella della Cina.

Dal 2000 la nostra competitività rispetto alla Germania in termini di costo del lavoro per unità di prodotto (clup) è molto penalizzata, in relazione ad una dinamica della produttività particolarmente bassa. Migliora invece in modo significativo la competitività rispetto alla Germania, se misurata rispetto ai prezzi alla produzione, mediante la contrazione dei margini di profitto che però non è sostenibile nel medio-lungo periodo perché viene compromesso il risparmio d’impresa e le possibilità di accumulazione e sviluppo, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti innovativi per accrescere la competitività.

Un ruolo cruciale, ai fini della competitività, gioca la qualità delle esportazioni italiane decisamente superiore a quella delle esportazioni tedesche.

In questi ultimi anni, il contributo delle nostre esportazioni nette alla crescita del prodotto interno lordo è stato largamente positivo, a fronte di un contributo negativo della domanda interna per consumi e investimenti. Senza il contributo delle esportazioni, la crescita della nostra economia sarebbe precipitata su valori negativi pericolosi.

Di fronte a questo quadro e a quello altrettanto difficile dei Paesi del Sud dell’Unione Europea, la Germania deve essere più europea e meno rigida sulla moneta e sui parametri di Maastricth, soprattutto quelli fiscali (deficit e debito pubblico rispetto al Pil), per favorire la crescita e l’occupazione, soprattutto giovanile. Nel nostro paese il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40% e nel Sud il 60%.

L’austerità ci ha portato più tasse e condizioni sempre più difficili per le imprese per creare ricchezza: abbiamo perso con gli anni della crisi quasi dieci percentuali del prodotto interno lordo.

Un tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro più vicino alla parità, darebbe un significativo sostegno alle nostre esportazioni, alla crescita e all’occupazione, senza temere per i prezzi perché ora siamo in deflazione.

Per il futuro dell’Europa abbiamo bisogno di uomini di grandi visioni e di elevate qualità morali, come è avvenuto all’indomani della seconda guerra mondiale con la nascita della Ceca e poi del Mercato Comune, ad opera di statisti illuminati dal cristianesimo come Adenauer, De Gasperi e Schuman. Altrimenti, come stiamo vedendo, prevalgono i burocrati della Commissione europea che ingessano e soffocano tutto con un eccesso di regole e di direttive imposte dall’alto, sacrificando lo sviluppo e il bene comune.

 

  1. Giovanni Paolo II, ora Santo, aveva speso tutte le Sue energie morali e spirituali per dare un’identità cristiana alla Carta Costituzionale dell’Unione Europea.

Il suo grande desiderio non è stato accolto e l’Europa ha perso una grande occasione per dare un’identità, fondata sulla memoria, al vecchio continente, riaffermando le sue radici cristiane.

E’ nata così l’Europa delle banche e della moneta che ci ha portato in una strada senza uscita, perché manca lo spirito cristiano unificatore dei popoli su cui i Padri fondatori dell’Europa avevano costituito la Comunità Europea, all’indomani delle grandi distruzioni morali e materiali provocate dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo per questo ritornare alla grande intuizione di Giovanni Paolo II per dare un futuro all’Europa, soprattutto ai giovani, speranza di un mondo migliore.

Giovanni Paolo II, nella sua Fides et ratio, ha affermato che la Fede e la Ragione sono le due ali che fanno salire l’uomo verso la verità per essere autenticamente liberi.   Inseguire il fenomeno, come suggerivano gli illuministi, non porta da nessuna parte. Dobbiamo, come ci ha insegnato la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, grande Maestro di Dottrina Sociale della Chiesa, pensare ai fondamenti per costruire sulla roccia il nostro futuro di cittadini europei.

L’economia non si può spiegare con la sola economia, ma sono altrettanto importanti i valori morali e spirituali e la vocazione allo sviluppo, come si legge nella Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Dobbiamo sconfiggere l’economia dell’esclusione come ci esorta Papa Francesco nella Evangelii Gaudium perché la globalizzazione ha sì ridotto la povertà assoluta ma è cresciuta la povertà relativa, con l’aumento della concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi. Come ci ha detto Benedetto XVI, la globalizzazione ci ha reso più vicini ma non per questo più fratelli, perché è mancato lo spirito del dono, della gratuità e della solidarietà.

“Ci scandalizza il fatto di sapere, afferma Papa Francesco, che esiste cibo sufficiente per tutti e che la fame si deve alla cattiva distribuzione dei beni e del reddito. Il problema si aggrava con la pratica generalizzata dello spreco”.

Per non uscire dalle grandi traiettorie della storia, dobbiamo dare un’anima unitaria all’Europa, come ci hanno insegnato i padri fondatori Adenauer, De Gasperi e Schuman che erano dei grandi  cristiani.

Le radici cristiane sono l’anima che danno memoria e identità  all’Europa, su cui si  era battuto con grande vigore, ma inutilmente, Giovanni Paolo II, grande  Maestro di Dottrina Sociale della Chiesa. E’ questa l’unica strada per unire in un destino comune tutti i popoli della nostra Europa.

 

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