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L’Europa della moneta e delle banche

E’ evidente a tutti che l’Europa sta attraversando una gravissima crisi, precipitata con l’effetto dirompente delle migrazioni e con la decisione dell’Austria di erigere un muro al confine del Brennero. Sembra riproporsi, a distanza di secoli, la caduta dell’impero romano d’occidente, secondo i corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria.
E’ fuori di dubbio che l’Unione Europea è partita con il piede sbagliato, non l’Europa dei cittadini ma l’Europa della moneta e delle banche. L’euro, per come è stato realizzato sul piano tecnico, ha favorito fortemente la Germania e penalizzato soprattutto i Paesi del Sud dell’Unione Europea. L’euro ha un valore spropositato rispetto al dollaro e fa molto comodo alla competitività di prezzo delle esportazioni dei beni e dei servizi degli Stati Uniti d’America. Sei mesi fa il tasso di cambio dell’euro era sceso intorno alla parità rispetto a dollaro, ma da allora ha continuato ad apprezzarsi penalizzando le nostre esportazioni che scontano costi del lavoro per unità di prodotto molto superiori a quelli dei concorrenti dell’Unione Europea. Ci salva la superiore qualità dei nostri prodotti, ma non basta per far sì che le esportazioni siano il grande motore della nostra crescita economica e dell’occupazione.
E veniamo al capitolo banche che costituiscono l’altro pilastro della concezione dell’Unione Europea che ha prevalso. Si tratta della vigilanza unica europea che fa capo alla BCE, basata su principi di tipo prudenziale. In poche parole, le banche possono fare qualsiasi tipo di operazione purchè, a fronte dei rischi assunti per natura ed entità, ci sia un’idonea quantità di patrimonio (requisiti minimi di capitale). La lunga crisi ha prodotto effetti pesanti sui bilanci delle banche e il conseguente bisogno di capitale ha dato origine a comportamenti di vero e proprio “azzardo morale” da parte delle banche. Prestiti alla clientela a bassissimi tassi di interesse a condizione di acquistare azioni della banca. Concessioni di mutui per importi superiori al necessario alla condizione di acquistare con la differenza azioni della banca. Conversioni forzate delle obbligazioni in azioni, obbligazioni subordinate e via dicendo.
E’ venuto meno il comportamento etico delle banche e questo fa ricordare la visione profetica di Pio XI che nella Quadragesimo anno del 1931 ha messo in evidenza il grave errore della completa separazione dell’etica dall’economia. Ecco le parole di Pio XI: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo la concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”. Gli fa eco, a più di ottant’anni di distanza, Papa Francesco che nella Evangelii gaudium dice no all’economia dell’esclusione; no all’idolatria del denaro; no ad un denaro che governa invece di servire; no all’inequità che genera violenze.
Il disegno della BCE per la realizzazione della vigilanza unica europea va nella direzione della preferenza per i grandi gruppi bancari, spingendo verso l’aggregazione le piccole banche locali molto legate al territorio. Una tendenza che lascia molti dubbi perché nessuno ha mai dimostrato l’esistenza di economie di scala e di scopo nel campo dell’intermediazione bancaria.
Un comportamento contrario all’etica non è stato tenuto solo da alcune piccole banche del territorio, come è avvenuto nel caso delle quattro banche salvate dagli interventi del nostro Governo. Ma non possiamo non ricordare il pessimo esempio della Deutsche Bank che ha la responsabilità di avere manipolato il tasso Libor (London Interbank Offered Rate), i tassi di cambio e i prezzi di alcune materie prime. L’anno scorso la più grande banca tedesca ha pagato quasi 3 miliardi di euro di sanzioni per chiudere il caso dei tassi di interesse manipolati. Dall’inizio dell’anno ad oggi le azioni della Deutsche Bank hanno perso il 25%, con punte negative del 40%. I suoi derivati in valore nozionale ammontano a circa 55 trilioni di euro, pari a 20 volte il PIL tedesco e a 6 volte quello dell’eurozona. La banca tedesca ha una leva finanziaria altissima e costituisce il classico caso della banca troppo grande per fallire (too big to fail). Oggi il capitale della banca tedesca rappresenta circa il 5% delle sue attività, escludendo i derivati che sono tenuti fuori bilancio. Di fronte a questa situazione della sua più grande banca, la Germania non può ergersi come unico garante del sistema bancario europeo. D’altra parte, le risorse spese dalla Germania per i salvataggi bancari rappresentano un multiplo molto elevato di quelle spese dal Governo italiano.
La totale mancanza di etica nel mondo bancario ci ha spinto verso un pericoloso riduzionismo economico e una caduta dell’impegno per la costruzione bene comune. E ciò perché, come ci ha insegnato il beato Giuseppe Toniolo, la massima espressione dell’etica è il bene comune.

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