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Crescita economica, produttività, struttura del costo del lavoro

La crescita economica del nostro Paese è deludente e le previsioni più recenti hanno corretto i dati al ribasso. Le cause della modesta crescita sono economiche ed extraeconomiche. Tra queste ultime, accenniamo solo alla mancanza di fiducia e alle energie spirituali che, come ci ha insegnato Benedetto XVI, hanno importanti effetti economici.
In questa scheda ci soffermeremo sulle cause strettamente economiche della deludente crescita del nostro Paese e, in particolare, la produttività e la struttura del costo del lavoro.
La produttività del lavoro dell’Italia mostra un andamento sostanzialmente piatto nel periodo 2000-2015, rispetto ad un trend crescente dei principali paesi dell’Unione Europea. All’interno del periodo analizzato, il nostro Paese aveva recuperato un po’ dal 2003 al 2007, prima dello scoppio della crisi. Nello stesso periodo, però, la crescita della produttività dei nostri principali concorrenti europei e’ stata molto consistente. Tutti registrano una caduta nel 2009, ma successivamente Germania, Francia e Spagna riprendono un trend crescente, mentre l’Italia segna un progressivo declino.
Il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup), mostra nel nostro paese un andamento crescente nel periodo considerato e significativamente al di sopra di quello della Germania. Esso è la risultante della minore produttività di cui si è detto e della struttura del costo del lavoro che contiene al suo interno un pesante cuneo fiscale e contributivo. La Germania si avvantaggia, tra l’altro, di un minore costo del lavoro grazie alle fasi produttive che vengono svolte nei vicini paesi dell’Europa centro orientale.
Nonostante questi svantaggi, l’Italia riesce a difendere con grandi sforzi le quote di esportazione sui mercati esteri, sacrificando però i prezzi e quindi i margini di profitto. L’altra variabile di difesa è l’alta qualità dei nostri prodotti. Tutto questo però riduce, al di là del breve termine, la redditività delle nostre imprese, l’autofinanziamento e quindi la capacità di accumulazione, sviluppo e occupazione.
Per fronteggiare questa difficile situazione che le imprese non possono reggere all’infinito, occorre agire sui due corni del problema: la produttività e la struttura del costo del lavoro. Per quanto riguarda la produttività, occorre rilanciare gli investimenti e soprattutto le attività di ricerca e sviluppo grazie ad una nuova stagione di politica industriale che è morta da tempo.
Per quanto riguarda la struttura del costo del lavoro, è indispensabile, come propone il nostro amico Gianfranco Vanzini, eliminare, tutto o in parte, il cuneo fiscale e contributivo spostandolo sulla fiscalità generale. In questo modo il costo del lavoro potrebbe ridursi del 40%, con un contributo significativo e strutturale alla propensione delle imprese ad accrescere l’occupazione e la competitività.
Azzerare i tassi di interesse o, addirittura, spingerli su aree negative non serve a nulla se l’efficienza marginale del capitale è ancora più bassa per motivi di fiducia e per una serie di cause strutturali che sono state brevemente illustrate. Bisogna uscire dalla deflazione e disporre di un tasso di cambio dell’euro meno penalizzante, dopo che si era riusciti a riportarlo, alcuni mesi fa, ad un livello di maggiore equilibrio rispetto al dollaro.
L’Europa deve assolutamente convincere la Germania a diventare più europea, perché l’Europa tedesca dei vincoli di bilancio, sacrificando lo sviluppo, ci ha portato in un vicolo cieco (dilemma di Thomas Mann).
Per una nuova stagione di sviluppo dell’Unione Europea, è indispensabile un grande programma di investimenti riguardanti le infrastrutture materiali e immateriali che uniscano effettivamente i Paesi, le imprese e i cittadini europei. Senza questa nuova visione e capacità di progettare e di fare, l’Europa, come ha affermato Benedetto XVI, è destinata ad uscire dalle grandi traiettorie della storia.

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