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Brexit: un’uscita che viene da lontano

Siamo tutti presi dalle previsioni sugli effetti economici e sociali dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
Si ritiene tuttavia, sul piano metodologico, che non possiamo capire gli effetti economici e sociali dell’uscita se non andiamo prima ad analizzare le cause che hanno portato, per volontà della maggioranza popolare, a questa decisione che dobbiamo rispettare perchè crediamo nella democrazia.
Il principale problema che investe il Regno Unito, che si è accentuato dopo la crisi del 2007-2008, è la crescita del disavanzo commerciale, cioè l’eccesso delle importazioni di beni e servizi sulle esportazioni. Nel 2015 lo squilibrio complessivo delle partite correnti è addirittura giunto a superare il valore del 6% del Prodotto interno lordo britannico. Ha concorso a questo risultato negativo il peggioramento del saldo dei redditi netti dall’estero, tenuto conto del ruolo di centro finanziario mondiale che è svolto da Londra. L’economia britannica è riuscita a compensare questo squilibrio grazie all’afflusso di capitali dall’estero destinati alla grande piazza finanziaria di Londra. Ma ciò ha reso il Paese sempre più dipendente dai capitali stranieri e alimenta una preoccupante crescita dell’indebitamento con l’estero.
Le esportazioni totali della Gran Bretagna sono pari a 472 miliardi di dollari e le importazioni a 663, con un deficit di 191 miliardi di dollari. L’incidenza del deficit commerciale sul Prodotto interno lordo è pari al 6,4%. La propensione media ad esportare rispetto al reddito è di circa il 16%, poco più della metà di quella italiana.
Gli squilibri della bilancia commerciale britannica sono in buona misura l’altra faccia degli avanzi commerciali tedeschi. È ben noto, infatti, che la Germania persegue una intensa politica di crescita trainata dalle esportazioni (export led), resa particolarmente efficace dal fatto che i suoi avanzi commerciali risultano compensati dai disavanzi dei Paesi periferici dell’eurozona. Ciò fa sì che gli avanzi commerciali tedeschi non determinano quella spinta all’apprezzamento dell’euro che ci sarebbe se in Germania ancora circolassero i marchi. La relativa stabilità dell’euro, a dispetto dei surplus tedeschi, configura una particolare condizione di vantaggio per la Germania che mette in difficoltà i Paesi del Sud dell’eurozona, ma anche quelli che aderiscono all’Unione Europea e quindi il Regno Unito, le cui esportazioni verso l’Unione Europea rappresentano la metà del totale britannico: 185 miliardi di euro nel 2015.
La politica “neo-mercantilista” tedesca, protetta ed esaltata dalla moneta unica, alimenta gli squilibri nell’eurozona e in tutta l’Unione Europea. E si tratta di squilibri di rilevante dimensione, considerato che la Germania continua a sforare sistematicamente il tetto imposto dalla Macroeconomic Imbalance Procedure (MIP) della Commissione Europa, in base alla quale i surplus delle partite correnti non dovrebbero mai superare il 6% del Pil. La Germania è da anni significativamente al di sopra di quel valore, e nel 2015 ha superato l’8%. Possiamo pertanto parlare per certi versi di guerra commerciale anglo-tedesca.
E’ evidente che la forza relativa dell’euro, alimentata dagli avanzi delle partite correnti della bilancia dei pagamenti tedesca, penalizza gli altri Paesi dell’Unione Europea, soprattutto quelli del Sud, per i quali è importante il contributo delle esportazioni nette alla crescita del reddito. E’ il caso dell’Italia che, nonostante tutto, riesce ad esportare un terzo del Pil, in presenza di un costo del lavoro per unità di prodotto che la penalizza molto rispetto alla Germania, ma che viene compensato da un’alta qualità dei prodotti italiani e da una politica di prezzi che deve però sacrificare i margini di profitto e di autofinanziamento, condizionando nel lungo periodo l’accumulazione e lo sviluppo. La nostra crescita comincia ad avvertire l’affievolirsi della forza del motore delle esportazioni, compensata in parte dal contributo della domanda interna allo sviluppo del reddito. Ci sono anche segnali di un mutamento del nostro modello di specializzazione, con una dinamica molto positiva delle esportazioni a più elevato contenuto tecnologico, come il settore farmaceutico e quello delle macchine utensili con forte incorporazione dell’elettronica (meccatronica). Si tratta di settori che presentano un’alta incidenza rispetto alla media delle spese in ricerca e sviluppo sul fatturato. E’ il caso, ad esempio, del settore farmaceutico con incidenze superiori al 20%.
L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è pertanto il risultato della politica “neo-mercantilistica” della Germania che persegue dalla nascita dell’euro, con un’Unione Europea di tipo tedesco piuttosto che una Germania autenticamente europea. Se non si verifica una svolta decisiva di tale politica, anche gli altri Paesi che fanno parte dell’Unione Economica e Monetaria Europea saranno tentati a seguire la Gran Bretagna, creando nel presente un clima di grande incertezza. D’altra parte, tale clima potrebbe ridurre la forza dell’euro rispetto al dollaro, con effetti benefici sulle nostre esportazioni.
L’Unione Europea rappresenta per le aziende inglesi il 45% delle esportazioni ed il 53% delle importazioni. Guardando alle tre principali economie del Vecchio Continente, è quella tedesca la più esposta nei confronti della Gran Bretagna. Le importazioni della Gran Bretagna dalla Germania sono dell’ordine dei 100 miliardi di dollari, contro esportazioni inferiori ai 50 miliardi. Un quarto delle importazioni inglesi dalla Germania riguardano l’industria automobilistica.
Per quanto riguarda in particolare l’interscambio commerciale dell’Italia con la Gran Bretagna, occorre ricordare che le esportazioni sono di circa 30 miliardi di dollari, con un saldo negativo vicino ai 15 miliardi. Le nostre esportazioni più esposte sono quelle dell’industria farmaceutica, seguita da quella automobilistica e dalle produzioni vinicole e dell’agroindustria.
Si aggiunga che il clima di incertezza creato dalla scelta della Brexit dovrebbe accompagnarsi ad un periodo non breve di debolezza della sterlina, favorendo le esportazioni del Regno Unito.
L’ultimo aspetto, ma non per importanza, riguarda i contributi al bilancio dell’Unione Europea. L’uscita della Gran Bretagna determina naturalmente un aggravio per i Paesi che restano, a meno di ridurre proporzionalmente la spesa per il funzionamento della macchina dell’Unione e per gli investimenti. Quest’ultima voce è quella che non si dovrebbe intaccare e anzi aumentare, per accrescere il livello e la qualità dell’integrazione economica e sociale tra i Paesi che continuano a credere nell’Unione Europea.
Le considerazioni riguardanti la Brexit vanno naturalmente inserite nello scenario economico e sociale dell’Europa nel medio e lungo periodo. Gli economisti parlano di stagnazione secolare e di venti contrari alla crescita dovuta a tre cause fondamentali.
La prima riguarda la demografia, caratterizzata da una caduta del tasso di fertilità dei Paesi europei come numero medio di nati per donna, oggi inferiore a 2, rispetto a quella dei migranti superiore a 4. La distribuzione per età della popolazione europea ha la forma di un pentagono, mentre quella dei migranti ha la forma di un triangolo. Non dobbiamo dimenticare che la demografia è il più potente e il meno utilizzato strumento per capire il passato e prevedere il futuro nel lungo periodo. La demografia spiega circa i due terzi di ogni cosa: quali prodotti domanderemo, che opportunità di lavoro avremo bisogno, le caratteristiche della scuola e dell’insegnamento ai diversi livelli, il valore delle case, quale tipo di cibo acquisteremo, il tipo di automobili che guideremo, l’importanza dell’assistenza agli anziani, i sistemi previdenziali di cui avremo bisogno, l’assistenza medica e il consumo di medicinali, gli sport che praticheremo e così via.
La seconda causa riguarda la distribuzione del reddito e le disuguaglianze. La quota del reddito da lavoro sul reddito totale è diminuita in modo significativo e questo ha finito per condizionare pesantemente la dinamica della domanda. Esiste una relazione spesso dimenticata tra disuguaglianze e crescita. Al crescere delle prime si assiste ad una diminuzione della seconda. Il problema non è dal lato dell’offerta ma da quello della domanda, mettendo in crisi la legge di Say. Come succede nel caso del cibo, la produzione è sufficiente per sfamare tutti a livello mondiale, ma una quota significativa della popolazione mondiale non ha i mezzi economici per sfamarsi ( A. Sen). La domanda non riesce ad assorbire tutta l’offerta. Le politiche monetarie, come nel caso della Banca Centrale Europea, possono tentare di risolvere il problema creando moltissima liquidità e abbassando fino allo zero, e anche sotto, i tassi di interesse, senza tuttavia riuscirci, determinando invece instabilità finanziaria (Minsky). Non si riesce nemmeno a fare uscire il sistema dalla deflazione, che fa male alla domanda e ai Paesi molto indebitati (Fisher, Debt and deflation).
La terza causa riguarda la diminuzione strutturale del rapporto tra capitale e prodotto che riduce la domanda di investimenti. Il caso emblematico è quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che nell’esempio delle imprese manifatturiere italiane mostra in media un rapporto tra investimenti in impianti, macchinari e attrezzature e investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione di 1 a 5 (G. Scanagatta, Progresso tecnico e sviluppo economico: il ruolo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, febbraio 2004). Questo fenomeno, ragionando in termini di moltiplicatore e di acceleratore degli investimenti, comporta una minore crescita del reddito e dell’occupazione. Lo stesso fenomeno risulta accentuato dagli effetti della disoccupazione tecnologica, con un saldo negativo dei posti di lavoro distrutti dalle nuove tecnologie e quelli nuovi creati.
In conclusione, come afferma il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, l’Europa sta incontrando grandi difficoltà nel fronteggiare una delle tremende sfide a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio. Si tratta della comprensione e della gestione del pluralismo e delle differenze a tutti i livelli: di pensiero, di opzione morale, di cultura, di storia, di adesione religiosa, di filosofia dello sviluppo economico e sociale nell’era della globalizzazione. Come afferma Benedetto XVI, se non riuscirà a superare questa sfida l’Europa è destinata ad uscire dalle grandi traiettorie della storia.

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