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Una nuova Italia dei comuni?

Una domanda che possiamo porci è se nell’era della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso scientifico e tecnico siano più importanti gli Stati o i Comuni.
In generale, possiamo dire che questo contesto sta indebolendo i ruoli e le funzioni degli Stati e accrescendo quelli dei Comuni. Il Comune è infatti la realtà piu’ prossima al territorio e ai cittadini, con i loro bisogni e le loro domande. Il Comune, grazie ai nuovi contesti e alle nuove tecnologie, non ha praticamente limiti nel farsi promotore di eventi e di iniziative a carattere mondiale, con forti effetti sulla visibilità e sull’immagine. Pensiamo a due eventi che conosciamo bene: le Olimpiadi e le Esposizioni Universali. Le Olimpiadi vengono legate al nome di una città e quindi di un Comune. Lo stesso dicasi per le esposizioni universali come nel caso di Expo di Milano 2015 dedicato al cibo, nutrire il pianeta, energia per la vita. Questo evento, lo riconoscono tutti, ha proiettato Milano sulla scena mondiale.
E’ pertanto possibile che la rinascita debba partire dal basso (bottom up), cioè dai Comuni, e non dall’alto (top down), cioè dagli Stati che stanno attraversando, chi più chi meno, una forte crisi. Giocano in tutto questo la globalizzazione e le moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione che in maniera veloce e a costi bassi ed accessibili consentono ad unità anche piccole di dialogare e di confrontarsi con tutto il mondo.
Se cioè è vero, bisogna ripensare il ruolo degli Stati e alla riforma delle Carte costituzionali su cui essi si basano. La riforma dovrebbe poggiare sull’aumento dei ruoli delle comunità locali e delle istituzioni locali e su un forte alleggerimento degli Stati centrali. Semplificando al massimo, lo Stato centrale dovrebbe occuparsi di poche ma pesanti funzioni: la politica estera, la difesa, una parte relativamente piccola della tassazione e la moneta. Tutto il resto dovrebbe essere smantellato. Guardando al nostro Paese, un processo inverso a quello che è stato fatto con la nostra Costituzione, entrata in vigore nel 1948, con la creazione di un Stato fortemente centralizzato, grazie anche al ruolo chiave dei due principali partiti a larga base popolare.
Guardando tutto questo alla luce dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa, si tratta di valorizzare il principio della sussidiarietà, introdotto dal grande Pontefice Pio XI con la Quadragesimo anno del 1931. La sussidiarietà deve naturalmente accompagnarsi all’altro grande valore della Dottrina Sociale della Chiesa che è la solidarietà. Un principio che figura ai primi posti della nostra Costituzione del 1948 in cui all’articolo 2 viene richiesto l’adempimento dei doveri inderogabili della solidarietà politica, economica e sociale. Due principi che devono essere coniugati assieme per mirare al raggiungimento dell’obbiettivo fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa: il bene comune. E ciò perché la sussidiarietà senza solidarietà crea egoismo e disinteresse per gli altri, mentre la solidarietà senza sussidiarietà crea appiattimento, mortificazione dell’iniziativa della persona e della creatività che sono alla base dello sviluppo per la costruzione del bene comune.
Sul piano storico, questa visione fondata sui Comuni ha forti fondamenti. Viene subito alla mente il rinascimento italiano con il ruolo fondamentale di alcune città e quindi comuni, come ad esempio il caso di Firenze la cui forza era conosciuta a livello mondiale per tre fattori strategici: la forza della manifattura, la forza delle banche, la forza della moneta, cioè il fiorino, considerato il dollaro del basso medioevo. Ma possiamo pensare anche alle Repubbliche Marinare di Venezia, Genova, Pisa e Amalfi. Gli esempi possono continuare.
Per discorsi più vicini a noi non dobbiamo dimenticare il nostro Risorgimento e il modo in cui è stata realizzata l’unità d’Italia. C’erano infatti altre opzioni rispetto a quella che è prevalsa attraverso le apparenze della spedizione dei Mille. Non vanno infatti dimenticati i tentativi di Antonio Rosmini e di Cavour, con l’accordo del Papa, di un disegno di Italia basata su una confederazione di Stati, poi fallito per le invidie all’interno del Vaticano nei confronti di Rosmini e per le doppiezze del Governo Cisalpino. In questo disegno si dava molto più peso alle istituzioni locali rispetto all’idea di uno Stato fortemente centralizzato che è poi prevalsa.
In questa chiave di lettura, bisognerebbe pertanto dare sempre più valenza al ruolo dei Comuni e dei Sindaci per una nuova architettura istituzionale del Paese, lasciando allo Stato centrale poche ma importanti funzioni. Naturalmente, per fare il Sindaco bisogna essere persone oneste, corrette e preparate, anche se queste condizioni non sempre si raggiungono, ma non bisogna per questo abbandonare l’obiettivo.
Al Comune dovrebbe naturalmente essere garantita una significativa funzione di tipo impositivo per i servizi resi ai cittadini e per gli investimenti strutturali materiali e immateriali realizzati per lo sviluppo del territorio in un’ottica di lungo periodo.
Lo consente il nuovo scenario della globalizzazione in cui siamo immersi e il ruolo potentissimo e strabiliante delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che consentono ai cittadini di comunicare in tempo reale con tutto il mondo. Si passa da un mondo lineare ad un mondo esponenziale, con una superiorità del tempo rispetto allo spazio come afferma Papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Questo disegno di una via comunale rispetto a quella statale per un nuovo modello di sviluppo, potrebbe consentire di superare meglio la seconda grande sfida a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio e di cui parla il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004. Si tratta della comprensione e della gestione delle grandi differenze sul piano storico, culturale, religioso, dei costumi e dei modelli di sviluppo che si sono manifestate con la globalizzazione e con i grandi flussi migratori che sono sotto ai nostri occhi.

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