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Verso i 50 anni della Populorum Progressio di Paolo VI

L’anno prossimo ricorrono i 50 anni della grande Enciclica sociale di Paolo VI, Populorum progressio (26 marzo 1967). L’asse portante di tutta l’Enciclica è lo sviluppo e qui troviamo la bellissima definizione di Paolo VI: “Lo sviluppo è il novo nome della pace”.
Il grande tema dello sviluppo viene ripreso da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis del 1987, a vent’anni dalla Populorum progressio. Due le direttici di analisi. “da una parte, la situazione drammatica del mondo contemporaneo, sotto il profilo dello sviluppo mancato del Terzo Mondo, e dall’altra, il senso, le condizioni e le esigenze di uno sviluppo degno dell’uomo”. Sulla scia della Populorum progressio, l’Enciclica di Giovanni Paolo II introduce la differenza tr crescita quantitativa e sviluppo e afferma che “il vero sviluppo non può limitarsi alla moltiplicazione dei beni e dei servizi, cioè a ciò che si possiede, ma deve contribuire alla pienezza dell’essere dell’uomo. In questo modo, s’intende delineare con chiarezza la natura morale del vero sviluppo”. Questo concetto di sviluppo verrà ripreso mirabilmente da Benedetto XVI nella Caritas in veritate parlando di sviluppo umano integrale e da Papa Francesco che nella Laudato sì introduce la categoria di ecologia integrale che riguarda tutti gli aspetti della vita dell’uomo.
Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, la categoria dello sviluppo viene citata un centinaio di volte, più di tutte le altre categorie e cioè la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni, il bene comune. Senza sviluppo etico non ci può essere bene comune, e in questo senso la Dottrina Sociale della Chiesa si muove in modo diverso rispetto alla teoria della decrescita felice di Serge Latouche e dei suoi seguaci.
Come afferma Paolo VI nella Populorum progressio, uno dei compiti fondamentali degli attori dell’economia mondiale è il raggiungimento di uno sviluppo integrale e solidale per l’umanità, vale a dire, “la promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”. Tale compito richiede una concezione dell’economia che garantisca, a livello mondiale, l’equa distribuzione delle risorse e risponda alla coscienza dell’interdipendenza – economica, politica e culturale- che unisce definitivamente i popoli tra loro e li fa sentire legati ad un unico destino.
L’Enciclica di Paolo VI insiste molto sulla lotta alla povertà. Il principio della solidarietà, anche nella lotta alla povertà, deve essere sempre affiancato da quello della sussidiarietà, grazie al quale è possibile stimolare lo spirito di iniziativa, base fondamentale di ogni sviluppo socio-economico, negli stessi Paesi poveri. Ai poveri si deve guardare non come ad un problema, ma come a coloro che possono diventare soggetti e protagonisti di un futuro nuovo e più umano per tutto il mondo.
Nel pensiero sociale di Paolo VI riveste un ruolo cruciale la salvaguardia del creato, perché se l’uomo distrugge l’ambiente finisce per distruggere se stesso. Pensiero che viene ripreso con grande vigore da Papa Francesco nell’Enciclica sociale Laudato sì sulla cura della casa comune, rivolta a tutti gli uomini della terra.
Anche nel pensiero economico si distingue tra crescita quantitativa e sviluppo, con un’analisi che riguarda non solamente il reddito pro capite ma anche altri indicatori come la vita media, la mortalità infantile, il saggio di fecondità, l’analfabetismo. Tali indicatori appaiono correlati alla crescita del reddito pro capite, ma in modo che si va attenuando per livelli sempre più elevati. Da un certo punto in poi, gli spostamenti della curva possono essere assicurati solo dal progresso scientifico e tecnico.
Le Nazioni Unite hanno elaborato l’Indice di Sviluppo Umano (ISU). Si tratta di un indice comparativo dello sviluppo dei vari Paesi del mondo calcolato tenendo conto dei diversi tassi di aspettativa di vita, istruzione e reddito nazionale lordo pro capite. E’ divenuto uno strumento standard per misurare il benessere di un paese. I fattori che stanno alla base dello sviluppo sono pertanto la cultura, le istituzioni e le risorse.
La teoria dello sviluppo economico è fortemente slegata dal paradigma neoclassico. Il motivo è ben riassunto dall’economista Thomas Piketty che afferma: “La disciplina economica non è mai guarita dalla sindrome infantile della passione per la matematica e per le astrazioni teoriche, a scapito della ricerca storica e del raccordo con le altre scienze sociali”.
Il paradigma neoclassico prescinde in larga misura dal tempo ed è quindi scarsamente propenso ad usare il metodo storico, a vantaggio di quello matematico. Non è così per la teoria dello sviluppo economico in cui il fattore tempo è fondamentale, come pure il metodo storico. Insufficiente è pertanto il dialogo tra paradigma neoclassico e teoria dello sviluppo economico. Nella teoria dello sviluppo economico sono fondamentali il tempo e i processi, come fa capire Papa Francesco nella Evangelii gaudium, affermando che il tempo è superiore allo spazio.
Con riferimento allo sviluppo economico, è utile ricordare la teoria degli stadi di sviluppo di W. W. Rostow ( o modello evolutivo). La teoria degli stadi di Rostow è una teoria socio-economica concepita nel corso degli anni sessanta. Secondo questa teoria, i processi di sviluppo economico e modernizzazione di una società si verificano in ogni Paese attraverso diversi stadi di sviluppo. Rostow individua 5 fasi di sviluppo. Questi stadi partono dalla cosiddetta società tradizionale, cioè una società nella quale la stragrande maggioranza della popolazione opera nel settore primario in un’economia di sussistenza e autoconsumo basata su rapporti di reciprocità e ridistribuzione, caratterizzata da una cultura dominata dalla superstizione e dal fatalismo. Il secondo stadio è individuato come la fase preliminare per il decollo. È un periodo dove l’istruzione elementare diventa obbligatoria, le persone hanno bisogno di essere formate, le tecnologie sono ancora semplici ma si pensa sempre di più a svilupparle. La terza fase è detta di decollo, c’è una vera e propria trasformazione sociale e culturale. La quarta fase è identificata come fase di raggiungimento della maturità; è caratterizzato dalla crescita massiccia dell’industrializzazione, e dalla formazione del attività terziarie che porta a dei ritmi di lavoro più soft migliorando gli standard di vita. La quinta fase è identificata come età del consumismo e della produzione di massa; sono disponibili nuovi servizi secondari al bisogno delle persone ma che garantiscono un valore aggiunto alle attività già esistenti garantendo un alto livello di benessere. Le critiche a questa teoria si riferiscono soprattutto al fatto che Rostow ha preso come modello solamente le esperienze accadute nelle regioni più avanzate dei paesi occidentali, e non ha preso in considerazione le altre tipologie di sviluppo che invece si sono verificate senza rispettare queste sequenze di stadi. In alcuni casi (come le regioni del Mar Mediterraneo) infatti lo sviluppo economico si è verificato “saltando” quasi completamente la seconda fase, quella dell’industrializzazione, per cui in questi casi si è passati direttamente da una società agricola ad una terziaria.
Continuando sempre nella critica a Rostow, il passaggio dagli stadi dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi può essere non irreversibile. Possiamo anche registrare un ritorno a stadi precedenti, ma con paradigmi diversi. Troviamo questa possibilità nella Caritas in veritate di Benedetto XVI. Come afferma Benedetto XVI, la profonda crisi mondiale che stiamo vivendo ci costringe a riprogettare il nostro cammino, pensando e costruendo un nuovo modello di sviluppo economico globale. “Mi pare il momento, afferma Benedetto XVI, per un richiamo a rivalutare l’agricoltura non in senso nostalgico, ma come risorsa indispensabile per il nostro futuro”.
Un ultimo aspetto, ma non per importanza, che è interessante evidenziare della Populorum progressio di Paolo VI riguarda il ruolo dei laici nella Chiesa e nella società. “Spetta ai laici, afferma Paolo VI, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture delle loro comunità di vita”. I laici devono pertanto costituire la linea più avanzata e non più arretrata della Chiesa per operare nella società secondo i grandi principi della Dottrina Social della Chiesa. In segno di grande continuità, affronta lo stesso tema Papa Francesco affermando che “La sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza anche nel rinforzare l’indispensabile ruolo dei laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono. In realtà i laici, che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero avere bisogno del Vescovo pilota o del Monsignore pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo”. E’ un’esortazione che il nostro Consulente ecclesiastico, Cardinale De Giorgi, ha citato in occasione dei lavori delle Commissioni “Innovazione dell’UCID e “Formazione” che si sono svolti a Torino il 14 giugno 2015.

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