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Le conseguenze economiche della Presidenza Trump

Gli indicatori economici dopo la vincita delle elezioni americane da parte di Donald Trump mostrano andamenti diversi da quelli che erano previsti nel caso di successo del candidato repubblicano. Le quotazioni di borsa sintetizzate dall’indice Dow Jones hanno sfondato quota 19 mila. Un record dell’ultimo biennio. Le capitalizzazioni di borsa di Apple e Google rappresentano insieme il 64% del prodotto interno lordo italiano. Il dollaro ha recuperato molto sull’euro e siamo ormai arrivati alla parità: un dollaro per un euro. Questa tendenza dovrebbe essere sostenuta dalla politica monetaria della Federal Reserve che in dicembre potrebbe aumentare i tassi di interesse.
Tutto questo potrebbe essere determinato dal contenuto fortemente economico del programma del Presidente Trump: un forte uso della politica fiscale con la realizzazione di un intenso programma di investimenti infrastrutturali materiali e immateriali, con un tasso di crescita dell’economia vicino al 4%. Se questo fosse vero, l’economia americana potrebbe fare da locomotiva alle altre economie e, in particolare, a quella europea. E questa è una notizia positiva, assieme al ridimensionamento del tasso di cambio dell’euro, con effetti positivi sulla competitività di prezzo delle esportazioni e sulla spinta all’uscita dalla deflazione da parte dell’Unione Europea via il deprezzamento del tasso di cambio.
Il programma di Trump si propone poi di fronteggiare il tremendo problema della deindustrializzazione con città che si sono letteralmente spopolate come nel caso di Detroit, ma anche di molte altre. Tra il censimento del 2000 e quello del 2010, Detroit ha perso il 25% della popolazione, Cleveland il 17%, Cincinnati il 10%, Pittsburg l’8%. La quarta rivoluzione industriale e la digitalizzazione del sistema potrebbe essere un’occasione per l’America, con un recupero del peso della manifattura sul prodotto nazionale lordo (reshoring).
Tutto questo farebbe bene al sostegno del debole tasso di crescita dell’economia italiana, con un traino da parte delle esportazioni. E a questo riguardo, non va dimenticato il fatto che l’esperienza storica italiana insegna che le condizioni di Mashall-Lerner hanno mostrato la loro validità: le esportazioni e le importazioni hanno mostrato una elasticità rispetto al tasso di cambio sufficiente a soddisfare quelle condizioni, con un effetto positivo sulla bilancia commerciale.
L’Unione Europea deve assolutamente uscire dalla deflazione che fa male sia alla domanda di consumi e di investimento, sia ai Paesi che hanno un debito pubblico rispetto al prodotto interno lordo molto elevato come l’Italia. Il Quantitative easing della BCE ha mostrato ampliamente che l’abbondata liquidità creata non va verso i mercati reali ma verso quelli finanziari. Per uscire dalla deflazione, come ha affermato Paolo Savona in occasione della presentazione del libro di Filippo Peschiera sul modello renano dell’8 novembre scorso a Roma, sarebbe sufficiente aumentare del 2% i salari.
L’Unione Europea deve quindi attivare la politica fiscale per riavviare lo sviluppo perché la politica monetaria è inefficace. Anche l’Europa deve affrontare la grande sfida della quarta rivoluzione industriale che avrà grandi effetti sulla produttività, ma conseguenze fortemente negative sull’occupazione. Le previsioni al 2020 parlano di una perdita di posti di lavoro per l’applicazione delle tecnologie digitali di 7 milioni e di una creazione di 2 milioni dei settori delle nuove tecnologie, con una perdita netta di 5 milioni. La formazione del capitale umano per lo sfruttamento delle nuove tecnologie dovrà essere sempre più elevata con una crescente concorrenza da parte dei paesi emergenti. Si prevede infatti che negli anni futuri oltre il 90% degli high skill verrà dai paesi emergenti. Una grandissima sfida per i nostri giovani europei che si devono formare e specializzare ai più alti livelli per non venire spiazzati. La tendenza è ormai chiara: accanto alla polarizzazione dei redditi nelle fasce alte e in quelle basse (tende a scomparire la fascia media), si assiste contemporaneamente nel mercato del lavoro ad una polarizzazione verso i low skill e gli high skill, con una tendenziale scomparsa dei medium skill, sostituiti dalle nuove tecnologie.
Anche l’Europa, come l’America, prevede un rientro della manifattura come conseguenza degli effetti della quarta rivoluzione industriale. I paradigmi tecnologici (internet of things, manifattura additiva, cloud computing e big data, industria 4.0) non sono identici, ma gli effetti sulla produttività sono enormi e l’Europa prevede da qui al 2020 di accrescere il peso della manifattura sul prodotto interno lordo dall’attuale 16 al 20%. La politica della Commissione Europea sostiene queste tendenze con un mirato impiego degli strumenti agevolativi, sulla spinta soprattutto della Germania che tende ad imporre il suo modello agli Paesi dell’Unione. In questo terreno l’Italia deve recuperare molto perché l’applicazione di tipo strategico di queste tecnologie digitali che rivoluzionano i modelli organizzativi aziendali con forti salti di produttività e notevoli riduzioni di occupazione, necessitano di grossi sforzi da parte delle imprese che devono essere sostenuti da un’adeguata politica industriale, oggi largamente insufficiente. Le imprese manifatturiere italiane che attualmente sono in linea con industria 4.0 sono solo tra il 10 e il 15%. Gli investimenti necessari per recuperare nel prossimo quinquennio sono stimati in circa 10 miliardi di euro, ma si ritiene che non bastino. Secondo le nostre stime, gli investimenti necessari sono il doppio, pari a circa 20 miliardi di euro.
Per rispondere alla sfida americana e non soccombere, l’Unione Europea deve assolutamente porre mano alla politica fiscale con la realizzazione di un grosso programma di investimenti, soprattutto nel campo delle infrastrutture materiali e immateriali. Per cogliere gli effetti positivi della quarta rivoluzione industriale in termini di sviluppo, è indispensabile investire sempre di più e meglio ai più alti livelli nel capitale umano, cioè nelle giovani generazioni. E’ sempre l’uomo che deve stare al centro dei processi di sviluppo perché è l’uomo il vero artefice di un possibile nuovo modello di sviluppo economico globale di cui parlano Benedetto XVI e Papa Francesco. Solo così possiamo aprire la strada ad un nuovo umanesimo in Europa, che altrimenti è destinata ad uscire dalle grandi traiettorie della storia.

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