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Quo vadis euro?

Dedico questa ultima scheda dell’anno 2016 ad un tema di cui si sta discutendo molto a livello politico, con posizioni diametralmente opposte , soprattutto alla luce dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e della vincita delle elezioni presidenziali americane di Donald Trump.
L’idea del titolo della scheda è nata dal Convegno organizzato dall’Ucid di Trento, presieduta dal Dott. Marcello Carli, il 5 novembre scorso su un nuovo umanesimo e la ricerca di un nuovo ordine economico mondiale. L’intervento introduttivo del Dott. Gino Lunelli, Presidente Onorario di Ucid Trento, terminava proprio con un interrogativo che richiama il titolo della scheda: Quo vadis Italia?
C’è chi vorrebbe uscire dall’euro, esaltando i vantaggi economici che ne deriverebbero all’Italia, e chi invece è convinto che un’eventuale uscita determinerebbe conseguenze disastrose per il nostro Paese sul piano economico e finanziario.
Vale allora la pena di chiedersi se esista una via per evitare questa grave contrapposizione che potrebbe portare all’implosione dell’euro.
Probabilmente sì, riportando il valore della moneta unica europea al di sotto della parità con il dollaro, com’era agli inizi dell’esperienza dell’euro. Come si ricorderà, si trattava di un cambio intorno a 0,80 dollari per un euro. Vale la pena di ricordare che già oggi la moneta europea è scesa intorno alla parità con il dollaro. Quali i probabili effetti economici?
Si farà per questo riferimento all’esperienza dell’uscita della lira dal Sistema Monetario Europeo (SME) in seguito alla grave crisi del 1992 che portò ad un forte aggiustamento del tasso di cambio.
Molti temevano allora un’impennata dell’inflazione conseguente alla svalutazione del cambio (inflazione importata), accompagnata da effetti limitati sul riequilibrio dei conti con l’estero a causa di un sostanziale pessimismo sulle elasticità critiche di Marshall-Lerner, con un valore assoluto della somma delle elasticità delle esportazioni e delle importazioni rispetto al tasso di cambio superiore a uno.
I timori si rivelarono infondati, con effetti contenuti sul tasso di inflazione e con una spettacolare ripresa della nostre esportazioni, grazie soprattutto alla grande flessibilità del sistema economico italiano basato sulle piccole e medie imprese che colsero rapidamente i vantaggi della nuova situazione. I tassi di crescita dei fatturati delle imprese con alta propensione all’esportazione superarono grandemente quelli delle imprese con bassa propensione all’esportazione, determinando un divario crescente tra la redditività operativa dei due gruppi. I fabbisogni finanziari relativi al capitale circolante subirono una forte dilatazione nelle imprese con alta crescita trainata dalla esportazioni. Essi furono coperti con il ricorso all’indebitamento bancario a breve, con immediati effetti negativi sulla redditività complessiva a causa del maggiore peso degli oneri finanziari. Ma l’aumento del cash flow determinato dalla forte crescita delle esportazioni consentì in un secondo momento la riduzione dell’esposizione bancaria a breve termine e quindi un forte innalzamento della redditività complessiva. Il divario tra redditività operativa e reddittività complessiva si mantenne invece contenuto nelle imprese con elevata capitalizzazione, con un movimento nel tempo delle due variabili praticamente coincidente.
Soffermiamoci ora sui possibili effetti sull’economia italiana di un aggiustamento del tasso di cambio dell’euro dell’ordine che è stato sopra ipotizzato. Si entrerebbe in un nuovo ciclo di crescita trainata dalle esportazioni, con un effetto aggiuntivo sull’aumento reale del prodotto interno lordo di almeno due punti percentuali. Quindi una riduzione del tasso di disoccupazione al di sotto del 10%. L’effetto sulla crescita del reddito potrebbe raddoppiare con una riduzione della pressione fiscale da oltre il 40%, come è oggi, al 30%. Un ulteriore ridimensionamento subirebbe il tasso di disoccupazione. Tale livello del cambio favorirebbe inoltre gli investimenti esteri diretti in entrata, con un vantaggio per il trasferimento di nuove tecnologie nel nostro paese, per la crescita del reddito e per l’occupazione.
Il tasso di inflazione dovrebbe subire un spinta verso l’alto fino ad un massimo del 5%. Ciò costituirebbe un grande beneficio rispetto alla situazione attuale in cui siamo in deflazione. La storia insegna che un contenuto tasso di inflazione fa bene alla domanda per consumi e investimenti e al debito. Dovrebbero crescere i tassi di interesse nominali, consentendo tuttavia di mantenere molto bassi quelli reali. Un divario consistente tra questi ultimi e la sostenuta crescita del reddito in termini reali dovrebbe consentire di mantenere sotto controllo le variabili di finanza pubblica rappresentate dal rapporto tra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo e il debito pubblico e il prodotto interno lordo.
L’Italia è un paese che presenta forme di internazionalizzazione delle imprese di tutto rispetto: esportazioni; accordi di collaborazione sul piano tecnico, produttivo e commerciale con imprese estere; scambi di brevetti e licenze con imprese estere; programmi di penetrazione commerciale all’estero; investimenti diretti all’estero. L’evidenza empirica mostra una significativa correlazione positiva tra l’intensità delle forme di internazionalizzazione e la performance economica delle imprese. Inoltre, le imprese più internazionalizzate manifestano una combinazione tra redditività e rischio migliore delle altre imprese, collocandosi al di sopra della linea crescente rendimento-rischio di mercato (benchmarking).
Il nostro Paese esporta circa un terzo del prodotto interno lordo, un dato simile a quello della Cina. Anche nei lunghi anni della crisi, il contributo delle esportazioni nette alla crescita del reddito è stato mediamente forte, compensato purtroppo da un contributo negativo della domanda interna per consumi e investimenti. Se fosse venuto a mancare il contributo decisivo delle esportazioni, il nostro paese si sarebbe venuto a trovare nelle condizioni della Grecia. E ciò in presenza di un costo del lavoro per unità di prodotto decisamente superiore a quello dei più importanti paesi aderenti all’euro con cui l’Italia compete. Ha giocato a favore della performance esportativa l’alta qualità delle nostre esportazioni e il buon livello tecnologico.
Un cambio dell’euro competitivo e i benefici sulla produttività della quarta rivoluzione industriale (internet of things, manifattura additiva, cloud computing-big data, industria 4.0) ricondurrebbero il costo del lavoro per unità di prodotto su livelli allineati con quelli dei nostri competitors. Ma le nostre imprese devono sapere trasferire nei loro modelli organizzativi le nuove tecnologie digitali, con veri e propri salti di produttività. Il terreno da recuperare è purtroppo ampio perchè solo il 10-15% delle nostre imprese impiega tali tecnologie digitali di tipo strategico. Per sostenere lo sforzo per il salto tecnologico, devono tornare in campo due attori purtroppo assenti da diversi anni nel panorama della nostra politica economica: la politica industriale e la politica economica estera.
Un cambio dell’euro sui livelli che abbiamo ipotizzato, darebbe naturalmente un forte contributo alla coesione tra i paesi della moneta unica europea, riducendo, da una parte, le spinte all’uscita dall’Unione e, dall’altra, i rischi di implosione. L’Europa potrebbe così uscire rafforzata dall’attuale grave crisi e riprendere il cammino dello sviluppo economico e sociale.

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