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L’atto del seminare contiene il segreto della vita che è dono

A distanza di un anno dal suo ritorno alla casa del Padre, il ricordo di don Adriano Vincenzi, ideatore, direttore e animatore del Festival della Dottrina sociale della Chiesa, è più vivo che mai e non solo tra i suoi amici. Echeggiano ancora nella nostra anima le commoventi parole espresse a suo tempo dal Card. Parolin che fu molto vicino, anche durante il periodo della malattia, a don Adriano: “Concludendo l’edizione del 2018, don Adriano ci ha consegnato un tesoro di sapienza spirituale condensato in tre parole chiave: leggerezza, seminare, lievito (…) La pesantezza ci sovrasta quando facciamo azioni senz’anima. La leggerezza è fatta di azioni che partono sempre dal cuore. Ci si preoccupa troppo del risultato e poco della semina. L’atto del seminare contiene il segreto della vita che è dono”.

E’ proprio la semina che porta frutti in un futuro sorretto dalla fede. È stato così per il Festival che è andato ben oltre i seminari, i convegni, le tavole rotonde, ma si è arricchito dei tanti incontri informali nei quali si scambiavano esperienze, si facevano amicizie e si intessevano rapporti. Chi può dimenticare che accanto ai banchi delle cooperative sociali, che esponevano i frutti del loro lavoro o i propri servizi, si notavano persone svantaggiate, disoccupati, disabili, con le più diverse difficoltà che si riappropriavano di un ruolo che ridava loro dignità? Tutto ciò, nell’intento di don Adriano Vincenzi, invitava alla riflessione e al cambiamento di ciascuno di noi.

I ricchi frutti dell’opera di don Adriano si sono moltiplicati e sono giunti fino a noi inattesi, a testimonianza della bontà del seme copiosamente gettato e raccolto anche in realtà inaspettate. Don Adriano auspicava che nel decimo anniversario del Festival ci fossero almeno dieci altre città pronte a raccogliere la sfida. Sorprendentemente, malgrado le difficoltà della pandemia che ha obbligato i partecipanti all’ultimo Festival a lavorare a distanza, le città che hanno risposto all’iniziativa sono ben ventinove e in ciascuna confluiscono decine di iniziative a livello locale che attuano gli insegnamenti della Dottrina sociale.

Giova ricordare questi episodi, non solo per onorare un uomo che ha fatto della sua vita una missione, ma perché invitano a una meditazione dalla quale non possiamo esimerci. Per essere presenti l’immagine giusta è quella del lievito, ma quali sono le sue caratteristiche? Ancora don Adriano ci parla: “Il lievito non chiede chi ha deciso di fare la torta. Non chiede chi la mangia e non va a sindacare sugli ingredienti. Semplicemente fa crescere”. Comportarsi come il lievito è difficile perché significa essere dimenticati, “nessuno farà i complimenti al lievito. Ma apprezzerà la torta”. Essere lievito significa che, per fare il bene, “non c’è da chiedere il permesso a nessuno. Il cristiano è qualcuno che risponde a qualcosa di grande, è uno che non si ferma di fronte alle difficoltà”, ma è soprattutto uno che ha capito che “senza Dio non costruiamo né noi stessi né la società”.

Possiamo concludere con un ricordo sul caro don Adriano, sempre disponibile all’incontro. In quelle non rare occasioni in cui passavamo del tempo con lui, abbiamo avuto sempre la sensazione che il suo sguardo andasse oltre il presente. Aveva la convinzione dei veri uomini di Dio di vivere per un dopo, nella pace del Padre. Questa certezza la sapeva trasmettere agli altri. Lo si lasciava ricchi di serenità. Quella sicurezza del “dopo di noi” rendeva più buoni e fattivi nella carità. Essere davvero fruttuosi, senza agitarsi inutilmente, fare in silenzio e senza dover apparire. Non era solo un esempio nascosto il suo. Tutti ci ricordiamo come concluse l’ultimo Festival, dicendo di voler ringraziare quanti lo avevano reso possibile e in modo particolare coloro i cui nomi non era stati stampati da nessuna parte e che, comunque, erano stati i più preziosi, soprattutto davanti a Dio.

 

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