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Instabilità politica e crescita economica

Alcuni economisti stanno sostenendo che la bassa crescita economica che si osserva a livello mondiale, e in particolare in Europa, si collega alla instabilità politica.
L’instabilità politica genera incertezza che si riflette sulla bassa propensione ad investire per la contrazione dell’orizzonte temporale in cui si possono percepire i ritorni economici degli investimenti. La bassa accumulazione determina ridotto sviluppo economico ed elevata disoccupazione.
La rivoluzione tecnologica a cui stiamo assistendo ha colpito in pieno anche la politica, con il passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella deliberativa. Questo passaggio non è immediato e la transizione da un mondo all’altro genera altra incertezza.
Una volta avevamo la Repubblica dei partiti, ma questa è entrata in crisi e si parla ora di seconda, di terza e forse di quarta Repubblica.
Storicamente la democrazia ha assicurato nel lungo periodo tassi di sviluppo dell’economia superiori agli altri regimi, anche se le dittature hanno storicamente garantito crescite elevate, ma non nel lungo periodo perché privavano la libertà delle persone. Lo abbiamo visto storicamente con il comunismo, con il nazismo e con il fascismo.
Nel nuovo scenario che stiamo vivendo, l’esercizio della democrazia appare intimamente connesso con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le relazioni tra gli eletti e gli elettori non sono unicamente di tipo piramidale, ma orizzontale, rendendo liquidi i rapporti, elevati in modo esponenziale e in tempo reale.
I partiti, nella concezione tradizionale, sono destinati a sparire e prevarrà sempre più la democrazia diretta e il punto di vista della gente e delle singole persone sui problemi concreti del vivere, senza l’intermediazione dei partiti e delle ideologie.
Indicazioni importanti ai nostri fini sono contenute nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2004 per quanto riguarda i valori e la democrazia.
Un’autentica democrazia, si legge nel Compendio, non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è il frutto della convinta accettazione dei valori che esprimono le procedure democratiche: la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’assunzione del bene comune come fine e criterio regolativo della vita politica.
La Dottrina Sociale della Chiesa individua uno dei rischi maggiori per le attuali democrazie nel relativismo etico, che induce a ritenere inesistente un criterio oggettivo e universale per stabilire il fondamento e la corretta gerarchia dei valori. Come si legge nella Centesimus annus del 1991 di Giovanni Paolo II, “Oggi si tende ad affermare che l’agnosticismo e il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti sono convinti di conoscere la verità e aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia”.
In definitiva, l’instabilità politica fa male allo sviluppo economico e questa situazione tende ad acuirsi in un mondo globalizzato e in un mondo in cui si diffondono sempre di più ed in modo capillare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La mancanza di valori e di etica nella politica ci allontana pericolosamente dal raggiungimento del fine ultimo che è rappresentato dalla costruzione del bene comune.

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