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Crisi, industriali cattolici in campo. Ucid: difendere il primato della produzione sulla speculazione

L’Ucid l’Unione cristiana imprenditori dirigenti, ha pubblicato il suo rapporto 2010-11 su «La coscienza imprenditoriale nella costruzione del Bene Comune». Nelle 850 pagine emerge l’idea che di fronte alle sfide dell’economia globalizzata l’impresa dovrebbe non ritrarsi ma affrontarle con l’intento di «discernere, partecipare, accompagnare».

Il documento è stato recentemente presentato in un convegno a Palermo, dove anche gli scriventi sono intervenuti.

Il rapporto evidenzia che gli imprenditori dell’Ucid si sono battuti per il primato dell’economia reale rispetto a quella finanziaria, contro la speculazione senza freni, contro la compressione della libertà di mercato da parte delle lobby. Gli industriali cattolici considerano l’impresa come una comunità e non un semplice luogo di produzione di merci, ma la sede di un agire collettivo per la realizzazione del Bene Comune.

Nelle fasi più calde della crisi, che ancora stiamo vivendo, l’Ucid era scesa in campo con l’appello «Vogliamo essere imprenditori per lo sviluppo, non schiavi della speculazione finanziaria».

È un obiettivo nobile, condivisibile. Ben vengano le idee che scuotano un sistema economico e finanziario stravolto dall’egoismo, dalla negazione di ogni principio di etica e di morale e dall’ignoranza delle stesse leggi che regolano una economia sana e una crescita ordinata di ogni società. Certo crediamo che queste idee possono e debbono trovare condivisione e sinergie anche nella parte migliore e più sensibile del mondo laico.

Il documento percorre le tappe della Dottrina Sociale della Chiesa, dall’enciclica «Rerum Novarum» del 1891 di Leone XIII fino alla «Caritas in Veritate» di Benedetto XVI. Cita i profondi contributi della «Populorum Progressio» del 1967 che affrontava i grandi problemi dell’economia globale, dalla povertà al sottosviluppo. Si ricordi che Paolo VI aveva affermato che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Tale enunciazione, anche alla luce dei drammatici eventi che interessano il Nord Africa, si rivela profetica.

Nel documento si enfatizza anche l’enciclica «Laborem Exercens»di Giovanni Paolo II del 1981 sulla centralità del lavoro e dell’impresa come condizione della valorizzazione della persona umana. La Dottrina Sociale è sempre stata all’avanguardia, anche nell’analisi economica e non solo etica e morale, stigmatizzando le più pericolose distorsioni della finanza e dell’economia foriere di gravi crisi e depressioni economiche e sociali.

Si ricordino le precise denunce contro le speculazioni finanziarie fatte dall’economista cattolico Giuseppe Toniolo già nel 1873 e riportate nel suo «Dell’elemento etico quale fattore intrinseco delle leggi economiche».

L’aspirazione al Bene Comune diviene il modo nuovo e responsabile di affrontare le attività imprenditoriali anche rispetto ai problemi posti dalla globalizzazione. Una concezione che mira al benessere morale e materiale della persona nella società. Quindi non la semplice sommatoria di beni e interessi individualistici. Per gli imprenditori dell’Ucid ciò dovrebbe tradursi in precisi doveri nei confronti di dipendenti, manager, azionisti, consumatori, istituzioni e dell’intera società.

Il rapporto valorizza la cultura d’impresa e la finalizza alla modernizzazione e all’innovazione delle attività produttive e alla competizione, ma nel rispetto della persona e del lavoratore, affrontando la sfida della coesione sociale all’interno del paradigma fondamentale della crescita e della giustizia economica.

È importante che pezzi dell’imprenditoria italiana siano consapevoli del ruolo economico ma anche sociale dell’impresa, sancito dalla Costituzione.

La nostra economia è basata sulla pmi e molti ritengono che il nanismo imprenditoriale sia la causa dell’insufficiente crescita. Ricordiamo che l’industria manifatturiera italiana, quinta nel mondo, vale il 3,9% della produzione manifatturiera mondiale e che nel 2009, con riferimento alla produzione industriale pro capite, l’Italia era seconda. Un giudizio positivo sulla tenuta e sul ruolo delle pmi italiane è sacrosanto. Nei vortici della crisi esse hanno sofferto anche per la scarsa attenzione del nostro sistema bancario e istituzionale.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi
pubblicato in ItaliaOggi del 25 marzo 2011

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