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L’Europa della moneta e delle banche

Il differenziale dei Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) dello Stato italiano rispetto al Bund della Repubblica Federale di Germania ha raggiunto il 2,24% Il BTP decennale viaggia infatti al 5,18% all’anno. Il sogno di Ciampi si è infranto: dopo avere annullato il differenziale di interesse della lira con il marco tedesco con la circolazione effettiva dell’euro all’inizio del 2002, ora è ritornato l’incubo. La Spagna sta a 2,716 punti, e Atene a 2,150, ma su livelli di default. Ci si chiede perché in queste condizioni l’euro sia così forte: oggi il cambio a pronti con il dollaro ha chiuso a 1,4239. E la BCE ha alzato i tassi all’1,5% per i timori inflazionistici. Una spiegazione può essere quella che il cambio a pronti dell’euro con il dollaro si stabilisce sulla base dell’economia e della moneta più forte: la Germania e il marco. Dobbiamo allora guardare il cambio a termine che sconta molto di più le attese e i paesi in maggiore difficoltà per gli alti debiti sovrani, come Grecia, Spagna e Portogallo, ma, ahimè, anche  il nostro Paese.

Le vendite allo scoperto sono aumentate in modo esponenziale e ci vorranno 3 giorni per sapere l’importo delle negoziazioni stratosferiche. Ne stanno risentendo molto le banche che hanno acquistato debiti sovrani di Paesi in odore di default e ora aspettano gli interventi di salvataggio, perché si appoggiano sul moral hazard del too big to fail. Ieri Unicredit ha perso il 7% e oggi l’1,3%. Meglio le imprese manifatturiere con Parmalat che ha perso ieri lo 0,87%, rispetto al guadagno del 2,1% di Tenaris. Il ROE delle banche è al 3,7%, mai così basso da molti anni.

Dobbiamo allora guardare il mercato a termine dell’euro rispetto al dollaro, che si forma invece sulla base delle aspettative sull’andamento dei Paesi più deboli dell’euro.

Come è noto, la differenza tra la quotazione a pronti e quella a termine del cambio è determinata dal differenziale di interesse. Ma quale differenziale: quello del Bund rispetto ai tassi BCE o quello dei Paesi più deboli rispetto ai tassi BCE. Contano questi ultimi e pertanto oggi il differenziale, per determinare il cambio a termine dell’euro rispetto al dollaro, è almeno di 3 punti percentuali sopra a quello che si ritiene. Pertanto, alla differenza tra l’1,98% del Bund rispetto all’1,5% del tasso BCE (- 0,48) dobbiamo aggiungere i 3 punti percentuali per il differenziale dei Paesi più deboli, arrivando al 3,5%. Il cambio a termine ai 1 anno, guardando i Paesi più deboli,  possiamo pertanto stimarlo intorno a 1,38. Ma a 2 anni, a 3 anni, a 4 anni, a 5 anni? Lascio a voi il calcolo.

Questo è il dilemma del futuro dell’euro: anche perché le ingenti vendite allo scoperto spingono il valore dell’euro ben ad di sotto della soglia di 1,38 euro per dollaro. La differenza è quanto il mercato si aspetta sul futuro dell’euro. Occorrerebbero operazioni a termine della BCE per contrastare questa speculazione, sempre che la BCE creda nel futuro dell’euro non a due velocità ma a una sola. La velocità dell’Europa intera e non solo quella della Germania e dei Paesi o Regioni che sapranno stare al suo passo.

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