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Variabilità dei prezzi e povertà

Stiamo assistendo ad una grande variabilità dei prezzi, sia dei beni reali che soprattutto degli strumenti finanziari. A fronte di questa forte variabilità dei prezzi, si registra una dinamica estremamente bassa della crescita reale nei paesi maggiormente sviluppati e a un forte ridimensionamento della crescita nei paesi ad alto sviluppo potenziale come la Cina e gli altri BRICS.

Il fenomeno colpisce particolarmente i mercati delle materie prime agricole e minerarie, soprattutto  il petrolio, e i mercati di borsa. Gli effetti sui paesi più poveri sono devastanti, come si è evidenziato nella monografia UCID “Il cibo è per tutti. Agricoltura e nuovo modello di sviluppo alla luce del pensiero sociale della Chiesa”, pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana per l’Expo di Milano 2015. Nella citata monografia, si ricorda che nel 2007 i prezzi delle derrate alimentari sono cresciuti del 50% per poi crollare nell’anno successivo di una percentuale di poco inferiore. Tutto questo ha determinato un aumento della popolazione mondiale che soffre la fame di circa 100 milioni, pari a oltre il 10% del totale (800 milioni di persone).

Appare evidente, in questo scenario, la determinazione dei prezzi per puri effetti finanziari e speculativi. La grandezze reali infatti si muovono poco e in modo declinante.

Prendiamo il caso del petrolio. Dal 2004 ad oggi il prezzo del petrolio è variato in modo inusitato: 40 dollari al barile nel 2004; 70 dollari nel 2006; 145 dollari a luglio 2008; 30 dollari a dicembre 2008; 110 dollari nel 2011; 30 dollari nel 2016. La media aritmetica semplice delle quotazioni in circa 12 anni è di 70,8 dollari al barile. La mediana è di 52,4 dollari al barile. Lo scarto quadratico medio è pari a 43,4 e il coefficiente di variazione (rapporto tra scarto quadratico medio e media) al 61,3%. L’asimmetria è molto vicina a 1 ed è pari a 0,8. Il valore medio più lo scarto quadratico medio raggiunge 114,2 dollari al barile, mentre il valore medio meno lo scarto quadratico medio è pari a 27,4 dollari. Rientrano dentro questo intervallo 5 quotazioni su 6 dei 12 anni considerati.

Sempre per quanto riguarda il petrolio, oltre alla speculazione, si è attivata una vasta e pericolosa strategia geopolitica, guidata dall’Arabia Saudita ed avallata dagli Stati Uniti d’America, tesa a far crollare il prezzo del petrolio, aumentandone la produzione, per indebolire l’Iran e la Russia.

Inoltre, per le imprese petrolifere dei paesi emergenti, soprattutto i BRICS, è stato un grave danno e non solo per loro attraverso la formazione dei profitti. In condizioni favorevoli, le imprese petrolifere hanno potuto distribuire ai loro governi consistenti dividendi che sono drasticamente diminuiti con il crollo dei prezzi del petrolio. Questo fenomeno ha determinato la crisi dei bilanci pubblici di non pochi Paesi.

La forte variabilità dei prezzi del petrolio sta determinando una serie di conseguenze dannose che riguardano la variabilità dei prezzi delle azioni in borsa delle imprese petrolifere. La seconda conseguenza dannosa è relativa alla carenza di liquidità per le imprese petrolifere a cui si reagisce con l’aumento della produzione per mantenere positivo il cash flow. In ogni caso, vengono sacrificati gli investimenti e le spese di ricerca e sviluppo. La terza conseguenza, la più rischiosa, riguarda il mercato dei “future” che alimenta la speculazione al ribasso dei prezzi del petrolio.

La forte variabilità dei prezzi dei beni reali e degli strumenti finanziari fa venire il dubbio che ci sia qualcosa di sbagliato nelle politiche monetarie, soprattutto della Banca Centrale Europea e della Federal Reserve. E’ un punto su cui sta insistendo da un po’ di tempo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI).

Tutto quello che sta succedendo, non è forse anche conseguenza della grande discrezionalità della politiche monetarie che stiamo osservando da più anni? E’ forse giunto il momento di riconsiderare il problema delle regole verso la discrezionalità in tema di politiche monetarie? Al punto in cui siamo arrivati, va forse rivalutata la regola di Friedman in base alla quale la quantità di moneta (base monetaria) deve crescere ad un tasso predeterminato ed essere quindi costante nel tempo. O la regola di Brunner che ci dice che il tasso di crescita della quantità di moneta deve rimanere in un campo di variazione ristretto e predeterminato.

Sul piano infine della Dottrina Sociale della Chiesa, la grande variabilità dei prezzi e le sue conseguenze sulla povertà e la fame di milioni di persone ci fanno venire alla mente i moniti di Papa Francesco della Evangelii gaudium: no ad un denaro che governa invece di servire e no all’inequità che genera violenza.

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