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La politica monetaria della BCE e il tasso di cambio dell’euro

Con le ultime mosse della BCE del 10 marzo scorso, si conferma che a livello europeo l’unica a muoversi è la politica monetaria per fronteggiare la deflazione e la crescita deludente nell’Unione Europea. La grande assente continua ad essere la politica fiscale, intrappolata dagli indici infelici dell’Accordo di Maastricht.

La BCE ha ulteriormente abbassato i tassi di interesse, portando sotto lo zero quelli riguardanti i depositi delle banche presso l’Istituto di Francoforte. Sono inoltre saliti a 80 miliardi al mese gli acquisti di titoli del debito pubblico che la BCE può effettuare, assieme ad altri strumenti finanziari. Questo fatto contribuisce naturalmente a contenere lo spread tra i rendimenti decennali dei titoli di Stato dei paesi membri e il Bund tedesco. L’effetto è duplice: un contenimento della spesa per interessi sul debito pubblico dei vari Stati e un segnale positivo per la sostenibilità dell’euro. L’eventuale acquisto di obbligazioni delle imprese da parte della BCE salta l’intermediazione delle banche, rendendo meno incerto il meccanismo di trasmissione della politica monetaria al settore reale. E ciò perché il sistema bancario risponde poco nel suo complesso agli stimoli espansivi della banca centrale, ridepositando spesso presso la BCE la liquidità creata, la quale in tutta risposta ha reso negativi i tassi di interesse su questi depositi. Si tratta di una specie di “trappola della liquidità bancaria” che costringe la BCE a saltare l’intermediazione delle banche, pur in presenza di un sistema unico europeo della vigilanza bancaria. La BCE sta tentando di rendere più omogeneo il sistema bancario europeo, ma questo richiede tempo, per cui nel frattempo è costretta ad un’azione di supplenza per tentare di stimolare la crescita e fare uscire il sistema dalla deflazione. L’Unione Europea della moneta e delle banche si riduce così per il momento a Unione Europea della moneta e della banca centrale.

L’abbassamento dei tassi di interesse sui rifinanziamenti della BCE alle banche dovrebbe forse favorire la domanda di credito da parte delle imprese e delle famiglie e quindi una ripresa degli investimenti e della domanda interna per consumi. Effetti positivi anche per i mutui per l’acquisto di abitazioni, favorendo un settore che è in profonda crisi da anni e che ha bisogno di risollevarsi perché rappresenta un volano importantissimo per tutta l’economia e per l’occupazione.

In questa scheda vorremmo soffermare la nostra attenzione sugli effetti della politica monetaria della BCE di cui poco si parla, ma che sono molto importanti per la ripresa economica e per l’occupazione, soprattutto in Italia. Si tratta del tasso di cambio dell’euro, di cui per la verità parla poco la stessa BCE. La politica monetaria sempre più espansiva e l’azzeramento dei tassi di interesse della BCE ridimensionano ulteriormente, come mostrano i dati, il tasso di cambio dell’euro e danno un importante sostegno alle esportazioni. Nel caso dell’Italia, le esportazioni rappresentano circa un terzo del prodotto interno lordo e il loro contributo alla crescita del reddito è di fondamentale importanza, a fronte di un contributo insoddisfacente della domanda interna per consumi e soprattutto per investimenti. Ci sono certamente i pessimisti riguardo al soddisfacimento delle elasticità critiche di Marshall-Lerner per quanto riguarda gli effetti delle variazioni del tasso di cambio sulle esportazioni e sulle importazioni. Ma l’evidenza empirica, con particolare riferimento all’Italia, è coerente con il punto di vista contrario e cioè che il tasso di cambio conta. Tutto questo accorcia gli svantaggi che abbiamo rispetto ai nostri principali competitors  europei, soprattutto la Germania, che hanno un costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) decisamente inferiore al nostro per la maggiore produttività, costringendoci a recuperare competitività attraverso un controllo attento dei prezzi, condizionando però la redditività e gli investimenti. Di contro a queste condizioni negative, abbiamo la qualità dei nostri prodotti di esportazione che è decisamente superiore a quella degli altri paesi nostri concorrenti e abbiamo ora un tasso di cambio dell’euro che ci consente una politica dei prezzi più favorevole ai margini di profitto, all’autofinanziamento degli investimenti e all’accumulazione e quindi alla ripresa dello sviluppo.

Ma non possiamo andare avanti con la sola politica monetaria, peraltro resa difficile dalla struttura e dal comportamento del sistema bancario europeo come si è evidenziato.

Si tratta di un “sistema zoppo” che non può reggere all’infinito senza la politica fiscale. Una politica di sviluppo dell’Unione Europea, e non solo di austerità, richiede una specie di New Deal che deve partire dall’Unione Europea, di cui si è parlato ma tutto sembra ora caduto nel dimenticatoio, per i grandi investimenti materiali e immateriali per favorire l’integrazione e la coesione dell’Europa. Per il finanziamento, si può trattare dell’ idea, proposta a suo tempo dall’Italia ma mai accettata, degli eurobonds che dovrebbero essere sottoscritti in primis dalla BCE.

I grandi investimenti europei dovrebbero riguardare anche l’ambiente, secondo le esortazioni di Papa Francesco contenute nella Laudato Sì, seguendo l’ecologia integrale per lo sviluppo umano integrale, che è l’obiettivo della Caritas in veritate di Benedetto XVI.

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